Uno degli errori che non si dovrebbe fare di fronte a Star returning-Venice dell’artista samoano Lemi Ponifasio, presentato in prima italiana alla Biennale Teatro di Venezia, è pensare di aver compreso, dopo aver visto la prima parte, quale sia la struttura formale dello spettacolo. Già dopo i primi dieci minuti viene da chiedersi se l’inizio, breve e folgorante, non sia stato un depistaggio. Quel piccolo miracolo di stile iniziale, la proiezione su un sipario trasparente di macchie arancioni che fluiscono in un liquido trasparente dentro cui è immersa, sulla scena, una donna vestita di nero, fa supporre l’adozione di un preciso linguaggio, l’annuncio del congegno narrativo del lavoro. L’operazione che Ponifasio propone allo spettatore si fonda, invece, sul medesimo meccanismo cognitivo che l’artista neozelandese ha adottato per poter avvicinare e ricercare le culture indigene del Pacifico, o di minoranze del mondo asiatico, in questo caso la cultura del popolo Yi. Potremmo definire questo meccanismo cognitivo un graduale ampliamento dell’autocoscienza, tramite il quale provare a fare lentamente esperienza, più che analizzare, civiltà e culture lontane dalle nostre. Tirando il filo del cosiddetto mondo primitivo ci riconnetteremo, forse, alla crisi, che ci appare irreversibile, della nostra civiltà.
Il filo drammaturgico da dipanare è forse l’accostamento, nella prima sequenza, di emblemi della cultura occidentale e delle culture oceaniche. Un casco da astronauta giace a terra: una delle donne avvolte in una veste rituale (un antico abito nero) che comporranno lungo tutto lo spettacolo un matroneo di cantatrici e danzatrici, lo prende, lo capovolge, ne esce sabbia. Impossibile determinare con certezza cosa simboleggi quella sabbia, ma non è indispensabile per “esperire”, come si diceva, che si tratta di uno dei segni fondamentali dello spettacolo, perché quella sabbia viene raccolta dalla donna con lenta gestualità in un telo, piegato più volte e conservato con cura come si fa con una cosa di estrema preziosità: l’essenza di ciò che siamo, il nucleo vitale, ciò che non va dimenticato del passato, della storia, degli antenati?

Allo stesso modo, l’assenza di sovratitoli non permette di comprendere il significato delle parole delle serie iterate di brevi canti rituali interpretati dalle donne-vestali. Buona parte dello spettacolo è costituito da questi canti alternati a danze corali, caratterizzati da un’acutezza tonale che lascia sgomenti, per l’incommensurabilità con la nostra idea di armonia e piacevolezza acustica. Entrambi però sono facilmente riconducibili, che è quanto importa, alla trasformazione del teatro in uno spazio rituale e cerimoniale. Probabilmente siamo davanti a riti della fertilità, a esequie funebri, a litanie collegate al passare delle stagioni, a miti della creazione del mondo, a cerimonie di culto degli antenati.
L’apparizione e la morte di un uomo, di cui all’inizio si era vista solo la schiena, animata come un autonomo spazio di espressione, si trasforma nella messa in scena di una sequenza che, in pochi gesti di alta precisione, compone una pietà e una deposizione da parte delle pie donne. Temi e simboli eterni acquistano così una forza espressiva, che nasce proprio dalla preparazione spirituale di quelle lunghe sequenze di canti e danze, di cui ora cogliamo la funzione strutturale ed emotiva. La morte succede alla guerra, e ad evocarne in modo difficilmente dimenticabile la presenza basta un drappello di attori, i loro pannelli usato a mo’ di scudi, le grida di battaglia. Un uomo con uno stendardo rosso attraversa la scena. Cosa significa? Alcune scene più avanti un altro uomo, più anziano, entra con uno stendardo bianco. Sarà il momento decisivo dello spettacolo, perché su quello stendardo, trasformato dall’uomo in un piccolo schermo vicino al proscenio, sono proiettate immagini di esplosioni atomiche e nello stesso tempo le donne-vestali, poste sul fondo della scena, appaiono illuminate da una luce improvvisa e colpite da terribili rumori di morte. Impossibile non pensare ai test nucleari compiuti nell’Oceano Pacifico per molti decenni, nel secondo dopoguerra, dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dalla Francia.
Dopo che quello stendardo bianco viene piantato al centro della scena, come durante l’allunaggio dell’Apollo 11, dopo l’impressionante passeggiata quadrumane del performer che ne segue, il casco che avevamo incontrato nel prologo torna in scena e viene consegnato da una sacerdotessa a un astronauta, insieme all’involucro di tessuto dove era stata custodita la polvere, tesoro della comunità. La necessità di una unione e di un dialogo tra le civiltà, moderne e cosiddette primitive, non potrebbe essere più esplicito.

La fotografia della homepage e quelle nel testo sono di Andrea Avezzù/La Biennale di Venezia
