Olindo Rampin è nato a Venezia e vive a Parma. Insegna Discipline Letterarie nelle scuole superiori. Scrive, tra racconto e critica, di teatro e di danza.
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“Láhppon/Lost” di Elle Sofe Sara e “Terrain” di Frances Rings, andati in scena alla Biennale Danza di Venezia, entrambi ricchi di legami con culture lontane e oppresse (rispettivamente i Sami e gli Aborigeni australiani), sono occasioni per studiare e imparare qualcosa della storia e delle culture di popoli con cui siamo entrati per qualche ora in contatto attraverso la mediazione della danza.
Esclusione, alienazione, razzismo, rapporti tra maschi e femmine, crisi climatica, guerra e molto altro ancora sono i temi che hanno attraversato i dieci spettacoli del weekend d’apertura di “Kilowatt”, il festival diretto da Lucia Franchi e Luca Ricci che si è svolto a Sansepolcro dal 17 al 25 luglio. A queste situazioni, spesso estreme, hanno dato voce teatro, danza, musica, circo con interpretazioni di grande livello artistico.
“Star returning-Venice” dell’artista samoano Lemi Ponifasio, presentato alla Biennale Teatro di Venezia, è uno spettacolo complesso in cui si alternano immagini modernissime e surreali, danze corali e canti caratterizzati da un’acutezza tonale straordinaria, creazione di uno spazio rituale e cerimoniale. Il tutto funzionale a un’unione e a un dialogo, esteso all’attualità, tra civiltà moderne e cosiddette primitive.
Nella “Historia del amor”, della compagnia catalana Señor Serrano, si intrecciano la grandiosità allegorica dell’amore attraverso i secoli e la storia individuale della protagonista, rapita dentro la menzogna e il sortilegio di un amore visto come microcosmo della più grande storia che lo contiene: origine, rapimento, sviluppo, disincanto, crepuscolo. Il tutto scolpito nella performance di Blanca Garcia-Lladò.
La messa in scena, al Teatro Due di Parma, del “Racconto d’inverno”, diretto da Jared McNeill e con interpreti eccellenti, è un’occasione da non perdere. In essa Shakespeare, ormai maturo, forse stanco e giunto agli ultimi bagliori della sua traiettoria creativa, mostra ancora una volta, con questa summa di tutte le sue esperienze, l’errore fatale, il vizio strutturale connaturato all’esercizio del potere, agli uomini di potere.
“Improvvisamente l’estate scorsa” è, tra le opere di Tennessee Williams, quella in cui maggiormente l’autore cerca di chiudere i conti con le proprie ossessioni. In apparenza ci troviamo davanti a un thriller psicologico, ma i fili conduttori dell’opera sono la contemplazione narcisistica della giovinezza, il conseguente desiderio di immobilità e quindi di morte, la pulsione masochistica a osservare la dissoluzione del proprio corpo.
“Orlando”, il meno moderno tra i romanzi di Virginia Woolf, è, secondo le parole dell’autrice, “un capriccio” iniziato come uno scherzo, una sorta di brillante tour de force dell’intelligenza. Oggi questa natura del romanzo trova uno strano, vitalizzante parallelo nella vertigine interpretativa in cui il pubblico è trascinato da Anna Della Rosa, mattatrice della sua riduzione teatrale di Andrea De Rosa e Fabrizio Sinisi.
La rappresentazione, al Teatro delle Passioni di Modena, di una nuova versione di “Crave”, a quasi trent’anni dal suicidio di Sarah Kane, precipitano lo spettatore in un conflitto che non consente negoziazioni: il conflitto che ha travolto l’autrice, incapace di superare un doppio trauma: il fardello di una atroce nevrosi e il raccapriccio per il presagio di quel che saremmo diventati nel successivo venticinquennio.
“Prendersi cura” di Alexander Zeldin, in scena al Teatro Due di Parma, si svolge nello scenario di una macelleria industriale. Ma non c’è nulla di Brecht né alcuna contestazione dell’ordine delle cose. Ciò che interessa al regista e agli ottimi attori è la segreta solidarietà di lavoratori invisibili, notturni, non difesi da alcuno.
Lo scorbutico e gelido uomo d’affari Ebenezer Scrooge, protagonista del proverbiale “Canto di Natale” dickensiano, ci appare oggi come un burbero sprovveduto a confronto con i tecno-tiranni del nostro tempo e con le schiere dei loro servili ammiratori. Ma l’eccellente interpretazione teatrale dell’attrice Orietta Notari esalta le pagine ancora oggi memorabili del “canto” di Dickens.