Il dibattito sulla riforma della legge elettorale ha riportato al centro una questione solo in apparenza tecnica: il voto di preferenza. Si discute di stabilità, premi di maggioranza, soglie, coalizioni, governabilità. Ma dietro l’ingegneria elettorale si nasconde un aspetto cruciale: se l’elettore può scegliere almeno in parte i propri rappresentanti, il candidato è costretto a misurarsi con un territorio, con una reputazione, con una qualche forma di consenso personale. Se invece l’elezione dipende quasi interamente dall’ordine deciso nelle liste, la competizione si sposta altrove: non più davanti agli elettori, ma dentro le segreterie; non più nella società, ma negli apparati; non più nella capacità di rappresentare, ma nella capacità di essere scelti da chi sceglie. È qui che la legge elettorale smette di essere un meccanismo neutro e diventa una macchina antropologica. Ogni sistema politico produce il tipo umano di cui ha bisogno. Un sistema fondato sulla competizione può produrre ambiziosi, demagoghi, notabili, persino malfattori; ma li costringe almeno a possedere una forza propria. Un sistema fondato sulla nomina produce invece figure più docili: uomini e donne che non devono conquistare consenso, ma ottenere una collocazione; non convincere un elettorato, ma rassicurare un vertice; non rappresentare un mondo, ma non disturbare chi li ha messi in lista.
Otto Seeck, storico tedesco della tarda romanità, spiegò la decadenza dell’Impero romano anche come effetto di una selezione al contrario. Non il semplice dominio dei peggiori, ma qualcosa di più sottile: l’eliminazione progressiva degli uomini dotati di carattere, autonomia, intelligenza politica, capacità di giudizio. Alcuni furono repressi dal potere imperiale; altri vennero spinti ai margini; altri ancora si ritirarono da sé, perché abbastanza lucidi da capire che, in un sistema fondato sul sospetto e sull’obbedienza, per loro non vi era più spazio. Non occorre sempre uccidere i capaci. A volte basta scoraggiarli. Basta far capire che l’indipendenza è pericolosa, che la fierezza è un difetto, che l’originalità è una minaccia, che l’intelligenza è tollerata solo se sa diventare ossequio. Quando il potere teme l’autonomia, premia la fedeltà. Quando sospetta il carattere, preferisce l’adulazione. A poco a poco, il corpo politico cambia natura. Chi vale si mette da parte; chi obbedisce avanza. Chi pensa viene percepito come un problema; chi ripete come una garanzia. Chi ha statura fa ombra; chi non ne ha diventa affidabile proprio per questo.
L’analogia con la politica contemporanea è evidente. Nella democrazia dei nominati, l’accesso al Parlamento dipende sempre meno dalla capacità di conquistare consenso e sempre più dalla collocazione decisa dalle segreterie, dai capi, dagli equilibri interni, dalle fedeltà personali. In un simile sistema, la qualità politica più utile non è la capacità, ma l’affidabilità. Non l’intelligenza, ma la prevedibilità. Non la forza autonoma, ma la dipendenza. La democrazia, proprio perché rende il potere contendibile, non è soltanto una forma di rappresentanza: è anche un dispositivo di selezione. Dove il potere è aperto, gli uomini devono esporsi, misurarsi, combattere, convincere. Dove il potere è chiuso, devono soprattutto piacere a chi già comanda. Un Parlamento fatto da nominati da luogo della rappresentanza rischia di diventare luogo della gratitudine. Chi deve la propria elezione non agli elettori ma a chi lo ha collocato in posizione utile difficilmente si sentirà responsabile verso il Paese. Si sentirà responsabile verso chi lo ha nominato. Il suo mandato non nasce da un rapporto politico con una comunità, ma da un debito personale verso un vertice.
La democrazia non promette che vincano i santi e il voto di preferenza non è una panacea. Può produrre clientelismo, notabilato, voto di scambio, pacchetti di consenso, mediazioni opache tra bisogno sociale e favore politico. Ma la lista bloccata, soprattutto in assenza di partiti veri, produce una patologia diversa e forse più profonda: la selezione degli innocui. Non premia necessariamente i più capaci, ma i più controllabili; non i più radicati, ma i più fedeli; non chi ha voce propria, ma chi sa parlare con voce concessa. Un sistema in cui l’elettore possa scegliere effettivamente il proprio rappresentante promette invece qualcosa di più modesto e più importante: che chi aspira al potere sia costretto a misurarsi con altri davanti a un corpo elettorale. La competizione politica può così impedire che il comando diventi pura cooptazione, puro favore di apparato. Quando questo meccanismo funziona, emergono talvolta figure moralmente discutibili, persino pericolose; ma difficilmente emergono soltanto figure decorative. Ed è questo il principio elementare che dovrebbe rendere la democrazia preferibile alle forme aristocratiche, oligarchiche o censitarie di trasmissione del potere: non il fatto che essa selezioni sempre i migliori in senso morale, ma il fatto che renda contendibile il potere. E rendere contendibile il potere significa obbligare chi lo cerca a superare una prova. Rozza, imperfetta, manipolabile, talvolta inquinata; ma pur sempre una prova. Tolta la prova, resta la nomina. E dove resta soltanto la nomina, la fedeltà diventa più importante della competenza, la docilità più utile della personalità, l’obbedienza più conveniente della capacità.
La competizione elettorale, però, non basta da sola. Senza partiti strutturati, radicati, dotati di cultura politica e di tradizione, la preferenza può degenerare in mercato delle ambizioni: il territorio senza partiti può produrre notabili; il consenso personale senza formazione può generare avventurieri; la competizione senza orizzonte collettivo può premiare scalatori sociali e affaristi. I vecchi partiti avevano difetti enormi – burocratismo, correntismo, opacità – ma erano anche scuole di politica. Si entrava da giovani, si faceva militanza, si parlava nelle sezioni, si affrontavano assemblee ostili, si imparava a scrivere un documento, a perdere un congresso, a rappresentare un territorio. Producevano classe dirigente non necessariamente migliore sul piano morale, ma più attrezzata, più radicata, più capace di leggere i rapporti sociali. Persino gli opportunisti dovevano conoscere una lingua politica; persino i mediocri dovevano fare apprendistato dentro un mondo che li precedeva. Oggi molti partiti sono diventati comitati elettorali permanenti, sigle leggere, macchine di consenso governate da gruppi ristretti. Il militante è diventato follower, il dirigente funzionario della visibilità, il territorio una scenografia da campagna elettorale. Se a questo si aggiunge il predominio delle segreterie nella scelta degli eletti, il risultato è devastante: apparati senza cultura storica e candidati senza prova sociale. Il peggio dei due mondi.
Da qui nasce quella che si potrebbe chiamare “asinocrazia”. L’asino politico non è necessariamente ignorante: può avere titoli, curriculum, prontezza televisiva, abilità “social”. Ma è asino in un senso più profondo: non possiede autonomia, non regge la complessità, non ha memoria storica, non ha rapporto reale con un corpo sociale, non sa rischiare una posizione personale. Ripete parole d’ordine. Scambia la fedeltà per pensiero, la visibilità per autorevolezza, la disciplina verso il capo per responsabilità verso il Paese.
In questa luce, parte dell’astensionismo non può essere liquidato come semplice passività, ma come un riflesso di tale situazione: è forse la percezione, confusa ma razionale, che il voto non serva più a scegliere una classe dirigente, ma a ratificare scelte già compiute altrove. L’elettore comprende che la sua partecipazione rischia di avallare il meccanismo, non di modificarlo: non decide, vidima; non seleziona, convalida. Naturalmente l’astensione contiene anche apatia, rassegnazione, sfiducia, disinformazione. Ma quando diventa fenomeno strutturale segnala qualcosa di più profondo: la rottura del nesso tra voto e potere, tra rappresentanza e selezione, tra cittadino e classe dirigente. La decadenza, allora, non è il crollo improvviso delle istituzioni. È il loro svuotamento qualitativo. È il giorno in cui i forti vengono considerati scomodi, i buoni ingenui, gli intelligenti infidi, gli autonomi pericolosi, e al loro posto avanzano gli accomodanti, gli adulatori, gli innocui. Ogni epoca ha i suoi imperatori e le sue corti. La nostra ha segreterie, capilista, fedeltà televisive, algoritmi del consenso e piccoli cortigiani convinti di essere statisti.
Il rimedio non può essere la nostalgia. Non torneranno per decreto i partiti di massa del Novecento, le sezioni affollate, le scuole politiche, i congressi ideologici. Ma si può almeno recuperare il principio perduto: una democrazia vive se rende difficile ai mediocri avanzare soltanto perché fedeli; se obbliga chi vuole potere a conquistare consenso reale; se costringe i partiti a non essere proprietà dei loro capi; se restituisce agli elettori una quota effettiva di scelta; se permette ai territori di riconoscersi in qualcuno che non sia soltanto il prodotto di una nomina. La politica non sarà mai il regno dei migliori. Ma può evitare di diventare il rifugio organizzato dei peggiori. Può non essere aristocrazia, ma non deve rassegnarsi all’asinocrazia. Può accettare il conflitto, l’ambizione, persino la durezza della competizione, perché da quella materia imperfetta nasce talvolta una classe dirigente vera. Quello che non può permettersi è la pace morta della cooptazione, il silenzio disciplinato degli incapaci, l’ordine di scuderia scambiato per governabilità.
Le civiltà non muoiono soltanto perché arrivano i barbari. Muoiono quando non sanno più riconoscere i capaci; quando li temono, li espellono, li costringono al ritiro; quando preferiscono chi obbedisce a chi pensa. E allora il barbaro non è più alle porte. È già seduto in Parlamento, perfettamente pettinato, disciplinato, riconoscente, pronto ad alzare la mano al momento giusto.

Che altro aggiungere al quadro, perfetto, che ha delineato il prof. Coniglione?
Aggiungo solo che i meccanismi di selezione del peggiore non restano confinati alla sfera della rappresentanza politica ma come un veleno si spargono anche all’amministrazione dalla dirigenza, (sempre cooptata dagli uomini di governo), fino ai ruoli più minuti della pubblica amministrazione con il risultato di avere sempre lavoratori sbagliati (e infelici seppur privilegiati) nel posto sbagliato
Franca Moroni, Bologna