Se la Cassazione rimpiange la naia

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In queste calde giornate di luglio, un solo quotidiano ha riportato una notizia che dovrebbe aggiungere preoccupazione in tutti coloro che aspirano a un mondo pacifico e antimilitarista (oltre a tutte le altre derivanti dalla inquietante situazione internazionale). Si tratta di questo. Nel 1972 il diciottenne Mario Rullo ricevette la cartolina di leva. A causa dei suoi convincimenti religiosi (era testimone di Geova) rifiutò di presentarsi per non imbracciare le armi e rifiutò pure di adempiere al servizio civile sostitutivo previsto dalla legge 772/1972 da poco approvata. Come accadde ad altri obiettori totali, venne condannato, dall’allora Tribunale militare della Spezia, a un anno di reclusione, per il reato di violazione delle norme sull’obiezione di coscienza. Sentenza divenuta poi irrevocabile il 7 ottobre del 1985. All’epoca, l’obiezione non era un diritto soggettivo pieno, ma una concessione valutata da una commissione militare, che obbligava i richiedenti a svolgere un servizio civile sostitutivo e di durata superiore rispetto al periodo di leva militare, con un palese intento punitivo e dissuasorio. Solamente la legge n. 230 dell’8 luglio 1998 (approvata in seguito ad alcune sentenze della Corte Costituzionale) riconobbe finalmente l’obiezione di coscienza come un diritto soggettivo e sancì la parità di trattamento e di durata tra il servizio militare e il servizio civile. La legge 230/1998 è stata anche la prima legge in Italia a parlare di “difesa civile non armata e nonviolenta”, riconoscendo di conseguenza che i conflitti possano essere risolti senza far ricorso alla violenza e alle armi. Il 6 marzo 2001 venne poi approvata la legge 64 che istituiva il Servizio Civile Nazionale nel nostro Paese. La Corte Costituzionale (con la sentenza n. 228 del 2004) ribadì nuovamente che il servizio civile nazionale è una forma di difesa alternativa alla difesa militare. Con l’entrata in vigore della legge n. 226 del 23 agosto 2004, il servizio militare obbligatorio è stato sospeso: tutti i nati dal primo gennaio 1986 sono stati di conseguenza “sospesi” dalla chiamata alle armi.

Mario Tullo, a distanza di anni e osservando che, di fatto, il servizio militare dal 2005 non è più obbligatorio, chiese la revoca della sua sentenza di condanna. Attraverso il suo avvocato, Tullo impugnò, presso il Tribunale militare, la condanna del 1985, facendo presente, appunto, che l’obbligo di leva non c’era più. «È stato riformato radicalmente l’ordinamento militare – ha contestato – e la leva ha cessato di essere lo strumento ordinario di reclutamento delle forze armate, per divenire un istituto eccezionale di mobilitazione solo in caso di guerra dichiarata espressamente o di guerra de facto, previa deliberazione parlamentare». Tuttavia il Tribunale militare ha ritenuto che il suo caso si collocasse «al di fuori dei casi di ammissione ai benefici di legge», ritenendo che «le novità legislative non abbiano determinato integrale abolizione della leva obbligatoria, ma la mera sospensione dell’istituto». E la Cassazione ha confermato. La Corte ha infatti rigettato il ricorso di Tullo, sostenendo che «la sospensione del servizio militare di leva, che non è stato abrogato, non ha comportato l’abrogazione del reato di rifiuto del servizio stesso». La Corte Suprema ha inoltre precisato che, anche se ci sono state «isolate pronunce» di natura diversa, come indicato nel ricorso, queste sono state «poi ampiamente superate dalla giurisprudenza consolidata della Cassazione stessa». La Corte Suprema ha confermato in toto la posizione del Tribunale militare. «Le modifiche normative – ha scritto – non hanno comportato la totale abolizione del servizio obbligatorio di leva, ma solo limitato la sua operatività a situazioni specifiche e a casi eccezionali. Non può, pertanto, sostenersi che vi sia stata una vera e propria abolizione dei reati posti a tutela del servizio militare di leva». La sospensione della leva, dunque, «non fa venire meno la fattispecie incriminatrice per fatti pregressi». Non solo è stato rilevato che «all’epoca, nel 1972, vigeva l’obbligatorietà del servizio militare». I giudici hanno chiarito che «le fattispecie penali che reprimono la violazione dell’obbligo di prestare il servizio di leva si trovano in una mera quiescenza temporanea». Al momento è così, in sintesi, ma «le predette norme incriminatrici troveranno automatica applicazione, senza necessità di ulteriore intervento legislativo, se e quando dovesse verificarsi il ripristino della leva obbligatoria».

Non essendo competente in materia, non metto in dubbio la fondatezza giuridica della sentenza della Cassazione. Tuttavia non si può non percepire il suo significato politico. La Cassazione ha infatti espressamente ribadito che «sussiste ancora l’interesse al regolare reclutamento, finalizzato a far conseguire la necessaria istruzione militare, in modo che, ove particolari situazioni lo richiedano, il cittadino possa efficacemente assolvere il dovere di difendere la patria». E ha infine precisato che «permane il disvalore sociale della condotta di rifiuto del servizio militare». Quest’ultima affermazione appare particolarmente preoccupante. Intanto ci si chiede in base a cosa la Corte ritenga che permanga tale disvalore sociale. Ha provveduto a fare sondaggi d’opinione? Quali sono le percentuali che confermerebbero il disvalore sociale nei confronti di chi rifiuta il servizio militare? Francamente dubitiamo che tali sondaggi esistano e quindi l’affermazione della Corte appare per lo meno azzardata. Purtroppo invece appare perfettamente in linea con il dilagante e dissennato clima bellicista che stiamo vivendo negli ultimi anni e con una becera campagna patriottarda che affiora qua e là nella politica italiana. Soprattutto appare in linea con una dichiarata volontà di preparare le opinioni pubbliche a un clima guerresco. Ricordiamo che nella “Relazione annuale 2024” sulla “Politica di sicurezza e difesa comune”, approvato dal Parlamento europeo il 2 aprile 2025, vengono proprio fornite indicazioni in tal senso. Il documento, tra l’altro, “invita l’Ue e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate”. Invita inoltre a promuove “la resilienza psicologica degli individui e la preparazione delle famiglie”, anche attraverso “cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’Ue quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili”, oltre che mettere a punto strategie che aumentino “l’attrattiva professionale” per il reclutamento militare, fino alla promozione di un programma “Erasmus militare”. Ancora una volta appare evidente che l’elemento fondamentale di ogni guerra e di ogni programma di riarmo è la propaganda!

Segnali inquietanti nei confronti dei quali vi è una sola possibile risposta: invitare tutti alla disobbedienza e all’obiezione. Mai come oggi appaiono attuali le parole che Don Lorenzo Milani (1923-1967) pronunciò nel lontano 1965: «Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto» (L. Milani, Lettera ai giudici, 30 ottobre 1965).

Gli autori

Silvano Fuso

Silvano Fuso, laureato in chimica e dottore di ricerca in scienze chimiche, è stato docente di chimica e si occupa di didattica e divulgazione scientifica. È stato membro del Consiglio Scientifico del Festival della Scienza di Genova. Autore di numerosi saggi, collabora con diverse testate. Nel 2012, insieme a Piergiorgio Odifreddi e Carlo Rovelli, ha curato la rubrica “Le parole della Scienza” dell'inserto culturale domenicale “R-cult” di “la Repubblica”.

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One Comment on “Se la Cassazione rimpiange la naia”

  1. Don Lorenzo come mi manchi! E quanto manca al mondo la tua presenza, le tue idee e le tue parole! I signori della guerra altro non sono che privilegiati economici e sociali – per censo, senza alcun merito – che tali vogliono rimanere… mandando a morire i poveri. Perché di questo si tratta. Rutte (nomen omen) e compagnia bella dovrebbero provare ribrezzo quando si guardano allo specchio. Ma purtroppo lo fanno con la massima disinvoltura. E’ agghiacciante l’aria di guerra che si respira e che lorsignori cercano di inoculare nella mente e nel cuore dellle persone. E’ pura vigliaccheria insinuare subdolamente nelle scuole uno spirito bellicista profittando di un pensiero critico non ancora formato. La Storia metterà loro in conto tutti i morti che l’agognata guerra provocherà e tutte le vite che si trascineranno nella miseria per l’inevitabile indebolimento dello stato sociale. Non serve alcun sondaggio per essere assolutamente certi che la stragrande maggioranza delle persone la guerra non la vuole e, men che meno, la vuole fare. Ben venga dunque, in ogni luogo e ogni momento opportuno e inopportuno, una manifestazione chiara e netta del nostro NO alla guerra. E’ un imperativo morale al quale non possiamo sottrarci.

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