L’inganno e i rischi della deterrenza nucleare

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La deterrenza nucleare è quella che gode di maggiore credibilità. L’idea, come è noto, è la seguente: a causa della catastrofe collettiva che le armi nucleari causerebbero, nessuna nazione sarebbe così folle e sconsiderata da usarle per prima e questo garantirebbe una situazione di equilibrio e quindi la pace. Purtroppo però la storia ci insegna che le armi nucleari sono già state usate, e per ben due volte. Molti tuttavia sostengono che gli oltre ottant’anni di pace che ci separano da Hiroshima e Nagasaki siano proprio frutto della deterrenza nucleare. Intanto occorre ricordare che negli ultimi ottant’anni vi sono state migliaia di guerre in tutto il mondo ed è quindi improprio chiamarli anni di pace. Inoltre, in questo arco di tempo vi sono stati diversi episodi che hanno rischiato seriamente di scatenare un conflitto nucleare. Molti di questi eventi sono stati il risultato di errori, malintesi, mancanza di comunicazione o semplici coincidenze. Se non è scoppiata una guerra nucleare quindi è merito soprattutto del caso e della fortuna e non della deterrenza nucleare. E in alcuni casi il merito è da attribuire alla disobbedienza di alcuni militari, confermando quanto cantava Fabrizio De André (1940-1999): “Ci salverà il soldato che non la vorrà / Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà” (Girotondo, 1968). Può essere quindi opportuno ricordare brevemente alcuni di questi episodi (in ordine cronologico).

L’incidente della “bomba perduta” (1950). L’incidente avvenne il 13 febbraio 1950 ed è considerato il primo caso di “Broken Arrow”, espressione statunitense per indicare incidenti nucleari senza esplosione atomica. L’episodio si colloca nei primi anni della Guerra fredda, con procedure di sicurezza non ancora consolidate. Un bombardiere B-36 Peacemaker, decollato dall’Alaska verso il Texas, trasportava una bomba atomica Mark 4. Durante il volo, il gelo causò gravi problemi ai motori. L’equipaggio, per evitare un disastro incontrollato, decise di abbandonare il velivolo dopo aver sganciato la bomba sull’oceano, al largo della Columbia Britannica. Impostarono il pilota automatico verso il mare, ma l’aereo cambiò rotta schiantandosi contro un monte. Prima dello sgancio furono attivati gli esplosivi convenzionali dell’ordigno: la bomba esplose con un forte boato, ma senza detonazione nucleare poiché il nucleo di plutonio non era installato. La bomba non fu mai recuperata. Nonostante le preoccupazioni politiche e ambientali, la bassa radioattività dell’uranio e la diluizione marina evitarono danni misurabili agli ecosistemi. L’evento spinse i militari a migliorare drasticamente i protocolli di gestione degli ordigni.

Il test nucleare sovietico del 1961 e la risposta USA. Nel 1961 l’Unione Sovietica testò la Tsar Bomba, l’ordigno più potente della storia, sviluppato da scienziati tra cui Andrej Sacharov (1921-1989). Originariamente progettata per 100 megatoni, fu ridotta a 50 megatoni per limitare il fallout radioattivo durante il test. La sua potenza era comunque 3.000 volte superiore a quella di Hiroshima, concepita come arma di deterrenza e propaganda. Il test avvenne il 30 ottobre 1961 a Novaja Zemlja, nel Mare Artico. L’esplosione generò una nube a fungo alta 64 chilometri. Sebbene progettata per limitare le radiazioni rispetto al potenziale bellico, lo shock internazionale fu enorme. Gli Stati Uniti percepirono il test come una provocazione e risposero modernizzando i propri arsenali e accelerando i programmi di difesa civile. Questa escalation segnò una fase critica della corsa agli armamenti, ma alimentò anche il dibattito sulla necessità di limiti. Ciò portò al Trattato di proibizione parziale dei test nucleari (1963), che vietò le esplosioni nell’atmosfera, nello spazio e sott’acqua, evidenziando il fragile equilibrio tra le superpotenze.

La crisi dei missili di Cuba (1962). Nell’ottobre 1962, la crisi di Cuba portò il mondo sull’orlo della guerra nucleare. Tutto nacque dalla decisione sovietica di installare missili nucleari sull’isola guidata da Fidel Castro (1926-2016). L’URSS di Nikita Chruščëv (1894-1971), voleva proteggere Cuba e controbilanciare i missili americani puntati verso la Russia dall’Europa. Il 14 ottobre aerei spia USA scoprirono le basi in costruzione. Il presidente John F. Kennedy (1917-1963) ordinò una “quarantena” navale per bloccare ulteriori forniture belliche. Durante le trattative si sfiorò la catastrofe: il comandante di un sottomarino sovietico, isolato e sotto attacco con cariche di profondità di segnalazione, intendeva lanciare un siluro nucleare. Il lancio fu evitato solo dal rifiuto del vicecomandante Vasilij Archipov (1926-1998) (la decisione richiedeva l’accordo di tutti e tre gli alti ufficiali a bordo). L’accordo finale previde il ritiro dei missili sovietici in cambio dell’impegno USA a non invadere l’isola e alla rimozione segreta dei missili americani dalla Turchia. La crisi spinse Washington e Mosca a istituire una linea diretta di comunicazione per prevenire futuri malintesi fatali.

L’incidente di Palomares (1966). Il 17 gennaio 1966, presso il villaggio spagnolo di Palomares, un bombardiere B-52 dell’US Air Force, si scontrò in volo con un aereo da rifornimento KC-135 Stratotanker durante una missione NATO. La collisione causò la caduta di quattro bombe atomiche. Una fu recuperata intatta a terra; una seconda fu ripescata in mare dopo 80 giorni. Le altre due, impattando al suolo, attivarono le cariche convenzionali: non ci fu esplosione nucleare, ma il plutonio si disperse nel terreno, creando un effetto “bomba sporca”. La contaminazione è tuttora persistente, poiché il plutonio ha un tempo di dimezzamento di 24.100 anni. Nel 2015 un accordo politico stabilì che la Spagna avrebbe gestito la bonifica con il supporto USA, ma il memorandum non è mai stato pienamente attuato. Palomares resta il simbolo dei rischi ambientali legati al trasporto di armi atomiche in tempo di pace e delle responsabilità politiche nelle alleanze militari.

L’incidente della “distrazione” (1979). Il 9 novembre 1979 i sistemi del NORAD (North American Aerospace Defense Command) segnalarono un massiccio attacco nucleare sovietico diretto verso gli Stati Uniti. In piena tensione internazionale, i computer indicarono il lancio di centinaia di missili balistici. Furono attivate le procedure d’emergenza e i bombardieri decollarono. Il presidente Jimmy Carter (1924-2024) non fu svegliato subito nell’attesa di una conferma definitiva. Fortunatamente, i radar indipendenti non rilevavano nulla. Si scoprì che l’allarme era dovuto a un nastro magnetico di simulazione (data tape) inserito accidentalmente nel computer principale. L’episodio dimostrò la pericolosità dell’automazione e costrinse gli USA a rivedere i sistemi di verifica per evitare guerre causate da errori tecnici.

Il “Damascus incident” (1980). Tra il 18 e il 19 settembre 1980, presso un silos di missili Titan II, vicino a Damascus, in Arkansas, un errore banale rischiò di causare una catastrofe. Un tecnico fece cadere una pesante chiave inglese che perforò il serbatoio del missile, alimentato da propellenti tossici e infiammabili. L’accumulo di vapori portò a una potente esplosione che distrusse il silos. L’ogiva nucleare fu scagliata lontano, ma i sistemi di sicurezza impedirono la detonazione. Un militare morì e diversi rimasero feriti. L’incidente evidenziò come anche un errore umano, assolutamente banale, potesse compromettere la sicurezza globale, accelerando il progressivo ritiro dei missili Titan II dal servizio attivo.

L’incidente dell’equinozio d’autunno (1983). Nella notte tra il 25 e il 26 settembre 1983, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov evitò un conflitto nucleare mondiale. Le tensioni erano altissime dopo l’abbattimento di un aereo civile sudcoreano da parte dell’URSS. Stanislav Petrov era un ufficiale delle Truppe di Difesa Aerea (PVO) sovietiche e prestava servizio come responsabile presso il centro di comando del sistema di allerta nucleare precoce sovietico. Durante il suo turno, i computer segnalarono il lancio di un missile nucleare dagli Stati Uniti, seguito poco dopo da altri quattro lanci. Petrov per fortuna giudicò l’allarme un errore tecnico: il numero esiguo di missili non sembrava un attacco reale e i radar terrestri non confermavano i dati satellitari. Contravvenendo ai protocolli, classificò l’allarme come falso. Successivamente si scoprì che il sistema satellitare aveva interpretato erroneamente il riflesso della luce solare sulle nuvole come il lancio di missili. Tale fenomeno si era verificato a causa di una particolare congiunzione astronomica (collegata all’equinozio autunnale appena verificatosi) tra la Terra, il Sole e l’orbita del sistema satellitare di rilevamento. Nonostante avesse salvato il mondo, Petrov fu rimproverato per non aver seguito le procedure e la sua carriera terminò presto. Solo dopo il crollo dell’URSS la sua storia divenne pubblica, facendogli ottenere riconoscimenti internazionali da parte di organizzazioni pacifiste e istituzioni straniere che lo definirono “l’uomo che salvò il mondo”. Quello di Petrov è un chiaro esempio di come l’obbedienza non sia affatto una virtù (cfr. Don Milani). Se l’ufficiale si fosse infatti attenuto rigidamente ai protocolli obbligatori, le conseguenze sarebbero state disastrose.

L’incidente Able Archer (1983). A novembre 1983, la NATO condusse l’esercitazione Able Archer ‘83, una simulazione di attacco nucleare contro il Patto di Varsavia. A differenza delle esercitazioni precedenti, Able Archer introdusse elementi di estremo realismo: l’uso di nuovi codici di comunicazione, il coinvolgimento diretto di capi di Stato come Margaret Thatcher (1925-2013) e il simulato stato di allerta DEFCON 1 (Defense Readiness Condition 1). Il contesto internazionale era già ai minimi storici: solo due mesi prima l’URSS aveva abbattuto il volo civile sudcoreano KAL 007 e il presidente Ronald Reagan (1911-2004) aveva definito l’Unione Sovietica l’“Impero del Male”, annunciando lo Scudo Spaziale (SDI). In questo clima di estrema paranoia, la leadership sovietica, guidata da un malato e sospettoso Jurij Andropov (1914-1984), si convinse che l’esercitazione non fosse una manovra, ma una copertura per un First Strike (attacco preventivo) reale da parte dell’Occidente. Mentre la NATO procedeva con la simulazione, il Cremlino attivò l’Operazione RYaN, un massiccio sforzo di intelligence volto a individuare i segni di un attacco imminente. In risposta a Able Archer, i sovietici misero in massima allerta le proprie forze nucleari nella Germania Est e in Polonia, caricarono testate atomiche sui cacciabombardieri e prepararono i missili balistici intercontinentali (ICBM) al lancio. Per diversi giorni, le due superpotenze si trovarono su un binario morto: la NATO ignorava che l’URSS stesse reagendo con intenzioni belliche reali, interpretando i movimenti sovietici come semplici contromanovre. La catastrofe fu evitata in gran parte grazie a ufficiali che, nonostante le tensioni, scelsero di non interpretare i segnali come l’inizio della fine, e alla conclusione programmata dell’esercitazione che fece rientrare l’allarme a Mosca. Solo in seguito l’intelligence occidentale (grazie anche alla spia britannica all’interno del KGB Oleg Gordievsky) comprese quanto il mondo fosse andato vicino all’abisso. L’episodio scosse profondamente Ronald Reagan, spingendolo a riconsiderare la sua retorica e ad avviare un timido percorso di distensione con i successori di Andropov.

Tutti gli eventi che abbiamo ricordato (ma di cui raramente si parla) mostrano come errori umani, malintesi, problemi tecnici e decisioni avventate abbiano più volte rischiato di scatenare un conflitto nucleare. La Guerra Fredda, in particolare, è stata un periodo di alta tensione, durante il quale un semplice errore di comunicazione o un malfunzionamento tecnologico avrebbe potuto portare il mondo a una guerra nucleare. Vale la pena ricordare che anche l’Italia (partecipando al nuclear sharing della NATO) ospita sul suo territorio diverse decine di bombe nucleari USA nelle basi militari di Ghedi (Brescia) e di Aviano (Pordenone) (il numero preciso è sconosciuto), con tutti i rischi che ne conseguono. Chi oggi mette in secondo piano la diplomazia e inneggia alla deterrenza e alla folle corsa al riarmo dovrebbe almeno fare uno sforzo di memoria e rendersi conto che se negli ultimi 80 anni non siamo arrivati alla catastrofe, lo dobbiamo solamente alla fortuna. Ma, come avevano capito i latini, fortuna labilis.

Gli autori

Silvano Fuso

Silvano Fuso, laureato in chimica e dottore di ricerca in scienze chimiche, è stato docente di chimica e si occupa di didattica e divulgazione scientifica. È stato membro del Consiglio Scientifico del Festival della Scienza di Genova. Autore di numerosi saggi, collabora con diverse testate. Nel 2012, insieme a Piergiorgio Odifreddi e Carlo Rovelli, ha curato la rubrica “Le parole della Scienza” dell'inserto culturale domenicale “R-cult” di “la Repubblica”.

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