Buttiamo a mare le basi americane…

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Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Da qualche settimana abbiamo cominciato a parlarne, partendo da un primo contributo di Sergio Labate. Ora il confronto continua. (la redazione)

Ritorno sul tema del “che fare” di fronte al disordine conflittuale, alla “guerra mondiale a pezzi”, che sta mettendo a rischio le condizioni vitali della nostra specie, per mettere in evidenza il peso da attribuire al fattore tempo. Perché è, sì, lecito ritenere che l’attuale strategia USA, mirata a imporre il suo dominio sul pianeta con l’uso della forza militare, sia destinata a soccombere. E che alla sinistra spetti il compito, perché ciò accada, di assumere un’iniziativa globale rivolta al “resto del mondo”, partendo dal separare la posizione dell’Europa da quella degli USA. È tuttavia indispensabile che la deriva in corso – le aggressioni armate da un lato, la paralisi dell’ONU dall’altro – si esaurisca prima che i suoi effetti distruttivi abbiano portato a uno stravolgimento della civiltà come oggi la conosciamo. È anche lecito ritenere che la resistenza passiva (in questo contesto assimilabile a una controffensiva) teorizzata dalla millenaria cultura orientale possa dimostrarsi in grado di prevalere, ossia di respingere l’offensiva: in questa ipotesi, tuttavia, non ci si può nascondere che l’Europa – se non esce dall’attuale collocazione, per di più subordinata, nel fronte “occidentale” a guida USA – subirà la sorte peggiore nella parte soccombente.

La speranza che la strategia dell’aggressione si esaurisca per un ribaltamento degli equilibri politici negli USA è poco fondata. Anche ammettendo che le elezioni del prossimo novembre portino i Dem a conquistare la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento limitando la libertà di azione del Presidente, non potremmo attenderci un cambiamento radicale: non dimentichiamo che al predecessore Dem di Trump si deve sia il veto opposto all’accordo che si stava siglando a Istanbul tra Russia e Ucraina (che non contemplava né l’annessione del Donbass alla Russia né l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, mentre dava il via libera all’ingresso nell’UE) sia il veto opposto, nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, alla condanna dello sterminio che Netanyahu stava compiendo in Palestina con il supporto degli USA. La personalità eccentrica e narcisistica di Trump a questo riguardo può trarre in inganno perché induce a ritenere che le sue mosse soffrano di un deficit di razionalità e di un eccesso di improvvisazione e impulsività e quindi a sottovalutarne la portata, mentre sono l’evoluzione estrema di una “dottrina” che ha radici consolidate, non a caso richiamandosi a Monroe, e che alla fine della guerra fredda, esaurito lo schema bipolare per il collasso del contendente, si è tradotta nell’idea di imporre al mondo la propria egemonia e dichiarare “finita” la storia dell’evoluzione politica: con buona pace dell’assetto multipolare disegnato nell’immediato dopoguerra con la Dichiarazione Universale e lo statuto dell’ONU. La crisi del 2008, derivata dagli eccessi di un’economia trainata da una finanza che aveva perso il senso del limite, è sembrato potesse rappresentare il capolinea di quella ambizione ma la soluzione adottata per superare la crisi ha finito per esaltare ulteriormente il delirio di onnipotenza: immettere liquidità a debito senza alcun riguardo per la sua sostenibilità presupponeva infatti che la potenza egemone riuscisse a esercitare un dominio planetario: una condizione che avrebbe inevitabilmente rappresentato, più che una soluzione del problema, la sua esasperazione.

Che sia questo il sottofondo ideologico che muove l’élite al potere negli USA trova conferma nell’appoggio che l’insieme dei protagonisti della vita economica USA che negli ultimi anni hanno accumulato patrimoni multimiliardari, ha fornito all’amministrazione Trump, con l’intenzione di indirizzarne le mosse: con l’idea di poter assecondare le sue caratteristiche più estreme a proprio vantaggio. In precedenza, ai tempi dei Bush padre e figlio e dei Dem da Clinton a Biden, le fucine dell’elaborazione ideologica erano i circoli alt-right o neo-con e l’area del fanatismo religioso, mentre il consenso tra i soggetti più emarginati e più fragili veniva ricercato attraverso la narrazione MAGA. Ma se l’esperienza del primo Trump aveva dimostrato tutti i suoi limiti, e perfino la pericolosità dell’ideologia suprematista alla prova della sfida, concreta, materiale, della pandemia, quella successiva, rappresentata icasticamente da un Biden in confusione mentale, aveva messo a nudo una impasse ancora più preoccupante. È in questa crisi di prospettive, segnale preoccupante dello “stato dell’arte” nella potenza che mira all’egemonia, che si è inserito il “nuovo” potere economico con l’ambizione di giocare un ruolo attivo in prima persona. Ne abbiamo la manifestazione più esplicita nella presa di posizione di un colosso emergente delle imprese della Silicon Valley, Palantir, che si è imposto come produttore di punta di software destinato a usi militari già nel corso della guerra in Afghanistan. In un volume di A.C. Karp e N.W. Zamiska pubblicato nei giorni in cui Trump prendeva possesso della Casa Bianca, diventato best seller negli USA (traduzione italiana La repubblica tecnologica, Mondadori, 2025), è stato esposto il prodotto di dieci anni di riflessioni e dibattiti interni, finalizzato esplicitamente a fornire un supporto ideologico più solido alla pretesa di egemonia e di dominio globale. Il testo è ricco di aneddoti e di messaggi polemici rivolti ai giganti del loro mondo ma il cuore del messaggio è in pochi passaggi particolarmente eloquenti, che in questi giorni, a più di un anno di distanza, gli autori hanno ritenuto di condensare (“poiché ci è stato assai richiesto”) in un riassunto in 22 punti su “X”, il social di Musk, che sta richiamando grande attenzione perché, nella sua sinteticità, rappresenta una sorta di “manifesto”. L’ambizione, tutt’altro che nascosta, è di farne il nuovo proclama dell’egemonia statunitense, non solo in campo tecnologico, ma come modello sociale da esportare nel mondo intero: presentato non più come fine della storia ma come inizio di una nuova era.

Due punti salienti del messaggio meritano di essere richiamati ai fini della domanda iniziale, sul fattore tempo. Il primo parte dal presupposto che, per garantire crescita economica e sicurezza per la collettività non basta il soft power ma occorre la forza (l’hard power) basata sul software (poiché l’era atomica è finita e siamo entrati nell’era dell’intelligenza artificiale): un’affermazione di cui non è difficile immaginare, alla luce delle guerre in corso, il significato (droni, carri e sottomarini a guida autonoma, robot armati per uccidere). Se ne fa discendere la necessità di «non attardarci in dibattiti teatrali» attorno allo «sviluppo di tecnologie con applicazioni critiche per la sicurezza militare» perché – qui sta il punto chiave – «i nostri avversari non indugeranno in dibattiti artificiosi sulla validità o meno dello sviluppo di tecnologie con applicazioni cruciali sul piano militare e della sicurezza nazionale. Le svilupperanno e basta». Dimostrano però, in questo modo, quale sia il senso (e l’obiettivo) del loro ragionamento perché non colgono un dato della realtà presente che mette in evidenza tutta la sua strumentalità: nessuno dei loro “avversari” si sta attrezzando per aggredire militarmente il loro paese. Il secondo punto contiene la spiegazione del reale motivo per cui si parla di “avversari” da combattere per impedire che si attrezzino. Da notare che si tratta di un’affermazione che nel riassunto su X si preferisce nascondere, presa a prestito da uno dei protagonisti del ritorno al liberismo a cavallo dei Settanta (Thomas C. Schelling, La diplomazia della violenza, trad. it. il Mulino, 1968): «Il potere di recare dei danni è un potere che serve a contrattare. […] La guerra è sempre una forma di contrattazione».

I due capisaldi della narrazione “occidentale” volta a giustificare le guerre di aggressione (anticipare la risposta alle aggressioni degli avversari, esportare la democrazia) si dimostrano così per quello che sono: un tentativo di mascherarne la motivazione reale. Gli attacchi subiti dall’Occidente che hanno alimentato, in risposta, guerre devastanti sono stati due atti terroristici efferati che avevano alle spalle una preparazione assai accurata e sofisticata ma dal punto di vista tecnologico erano addirittura rudimentali (mi riferisco alle Torri Gemelle e al rave party in Israele). La verità è che le guerre, le aggressioni militari, sono funzionali a un predominio economico. Ma con questo viene meno anche il pilastro della narrazione economica: il mercato non è il luogo della libera concorrenza in cui vince il migliore e lo Stato non è un ingombro da ridurre al minimo. Il mercato è il luogo di uno scontro in cui la potenza bellica dello Stato è lo strumento indispensabile per prevalere sui concorrenti più agguerriti sul piano economico-produttivo.

Se così stanno realmente le cose, per venire al tema che stiamo affrontando, quale evoluzione possiamo prevedere? Se la motivazione è che si devono prevenire gli avversari potenziali per mandare avanti un sistema economico basato sulla forza, non solo viene negato il primato del diritto (e messo in condizione di non funzionare attraverso il sistema di veto) ma si innesca un processo cumulativo: un uso della forza sempre maggiore e un sistema economico che trova nella produzione bellica un fattore decisivo per la sua sostenibilità. La spirale, dunque, va interrotta prima che la sua insostenibilità sfoci in una deflagrazione catastrofica: altro che armi basate su software e intelligenza artificiale, vale piuttosto il monito di Einstein, sassi e bastoni. Non esiste software – né immaginazione – che possa configurare un futuro in cui un manipolo di gestori di software (e relativo hardware) di offesa possa sottomettere svariati miliardi di persone che, peraltro, a quel software e a quell’hardware avrebbero accesso non essendo assolutamente possibile (e neppure immaginabile) impedire la diffusione delle conoscenze.

Dunque, se l’ipotesi estrema di una follia suicida deve essere messa in conto, si devono concentrare al massimo gli sforzi per il ritorno a una prospettiva (e a una cultura che la sorregga) basata sulla solidarietà di specie e sulla sostenibilità fisica (o ambientale). Torno a sostenere che all’Europa spetta l’onere dell’iniziativa, una proposta (rivolta ai miliardi di persone, non alle migliaia di signori della guerra) per interrompere la continuità irrazionale (e tendenzialmente suicida) che alimenta il disordine e la conflittualità attuale. Ripudiare la NATO (uscirne significa chiuderla e smantellare le basi USA nel continente) assumendo in proprio l’onere della difesa (razionalizzando e quindi diminuendo l’onere economico invece di aumentarlo); rilanciare l’ONU, dotandolo di capacità di enforcement (non solo di peacekeeping) e abolendo il diritto di veto. Mettere fine alle guerre, da quella in Ucraina (ritornando alla soluzione prospettata a Istanbul nel 2022) a quella in Medio Oriente (applicando la soluzione dei due stati).

Siamo immersi in una narrazione soffocante al punto da far apparire impossibile contrastarla. Eppure, non sarebbe affatto impensabile un richiamo, a 50 anni di distanza, alla Conferenza di Helsinki per risolvere almeno i conflitti interni al continente europeo portando Putin a tornare sui suoi passi in cambio di una garanzia ONU di rispetto degli accordi per l’autodeterminazione del Donbass. Né può apparire un’ingenua utopia prendere sul serio le affermazioni di Merz sul solco che divide l’UE dagli USA, tanto più in quanto ricalcano, ribaltandola, l’affermazione dello stesso tenore fatta da Vance un anno prima.

All’esatto opposto di quanto vagheggiano i rampanti “signori della guerra” possiamo convincerci che in seno all’umanità il sentimento più diffuso non è assolutamente quello si costruirsi “avversari” per giustificare fratricidi mentre prevale piuttosto il desiderio che si disarmino gli eserciti. E che si usi la forza della legge esclusivamente per garantire ad ogni individuo uguaglianza “in dignità e diritti” e “pieno sviluppo della persona”, come recitano la Dichiarazione Universale del 1945 e la Costituzione che ha preso corpo 80 anni fa nel nostro paese.

Gli autori

Giovanni Principe

Giovanni Principe (Roma, 1947), economista nel campo delle politiche sociali, già primo ricercatore nell’Istituto di Studi e Analisi Economiche (ISAE) e direttore generale dell’Istituto per la Formazione dei Lavoratori (ISFOL) è stato a lungo dirigente di strutture CGIL. Attualmente fa parte del comitato scientifico di “Politiche Sociali” (Il Mulino) e “La Rivista delle Politiche Sociali” (Futura-Ediesse).

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