Il “piano Draghi” è già penetrato profondamente nell’agenda europea, ma non fa bene all’Europa, non ne valorizza i punti di forza, promuove una crescita che trascura la giustizia sociale. Questo il giudizio contenuto in un ampio e articolato documento del Forum Disuguaglianze e Diversità, qui pubblicato, che propone un confronto pubblico, informato e aperto al riguardo.
La strategia del Piano Draghi – si legge nel documento – è portata fuori strada sia dalla scelta degli USA come standard ricorrente di riferimento, senza coglierne debolezze, instabilità economica e recenti evoluzioni, sia dalla parallela disattenzione alle specificità e ai punti di forza dell’Europa. Sul Piano pesa anche il fatto di non assumere il punto di vista delle persone, delle preferenze, delle insicurezze, delle aspirazioni e bisogni di chi consuma, lavora, vive in Europa. Nei fatti si accentua la frattura fra economia e società come se questi anni nulla avessero insegnato. Questi limiti condizionano l’insieme delle proposte del Piano che, se attuate, farebbero male all’Europa: favorendo una concentrazione ulteriore del potere economico e politico, coerente con la de-democratizzazione in atto; accrescendo le disuguaglianze e aggravando la distanza delle istituzioni dell’Unione da bisogni e aspirazioni di cittadini e cittadine; facendo della difesa un volano dello sviluppo, senza attenzione ai gravi effetti di tale scelta; relegando l’UE nei rapporti internazionali in una posizione rigidamente predeterminata e non necessariamente conveniente.
Il Piano si sofferma su tre questioni che sfidano lo sviluppo dell’Europa – commercio internazionale, energia e contesto geo-politico – ma ne trascura altre tre, decisive per l’indirizzo dell’innovazione e la politica industriale europea: la dinamica demografica e la connessa sfida/opportunità delle migrazioni; lo straordinario impegno di adattamento climatico necessario in vasti territori del continente; la forte crescita già avvenuta nelle disuguaglianze e nelle barriere di accesso al sistema di welfare.
L’obiettivo di accelerare la crescita incorpora positivamente l’attuale e riconfermato obiettivo UE di una rapida decarbonizzazione, ma non ricerca le potenzialità di maggiore produttività e trascura i miglioramenti nella qualità della vita che possono scaturire dalla transizione energetica e dalle altre trasformazioni ambientali. I limiti dell’obiettivo si manifestano in modo ancor più evidente sui fronti della sicurezza e del sociale. La sicurezza è parte dell’obiettivo ma viene interpretata come indipendenza dai paesi “non strategicamente allineati”, assumendo tale categoria come un dato e traducendolo subito come rafforzamento della difesa. L’inclusione sociale, per usare l’espressione prevalente in UE, diviene un vincolo anziché un obiettivo. Bisogna “assicurare che lo Stato sia visto dai cittadini come al loro fianco e attento alle loro preoccupazioni”, che si traduce nel “preservare” – non migliorare – l’inclusione sociale.
Le proposte contenute nel Piano – prosegue il documento – risentono dei seri limiti della diagnosi e dell’obiettivo. Sulla questione centrale di come accelerare i processi di ricerca e innovazione, la proposta primaria del Piano è di creare, sul modello USA, grandi “campioni europei” principalmente attraverso meno antitrust, meno regolamentazione e più sussidi. Tale proposta trascura il fatto che, stante l’illimitata mobilità dei capitali, la matrice “europea” di questi campioni non è garanzia che essi restino radicati in Europa. Ed è cieca alle conseguenze negative di crescenti poteri nel mercato in termini sia di prezzi, sia di restrizione delle opportunità di accesso per le imprese piccole, medie e medio-grandi, così rilevanti nei processi innovativi europei, sia di condizionamento della democrazia. I rischi crescono con riguardo alla difesa, settore principe del Piano: nessuna attenzione ai rischi dell’interazione fra segreti militari e proprietà intellettuale, alle alternative per garantire la sicurezza e alla vera e propria minaccia dell’avvento di un potere incontrollato che può discendere dalla crescita di un “complesso militare-industriale”.
Ogni riferimento all’ambito sociale è segnato dai limiti di diagnosi e obiettivo, per cui il Piano non si dà in genere carico delle conseguenze sulle disuguaglianze delle sue stesse proposte, come nel caso della concentrazione della conoscenza. Ma neppure si pone il tema per cui, se si mira a “campioni europei”, sarebbe almeno il caso di farli diventare anche campioni di responsabilità sociale e ambientale. Il tema della formazione in una società in rapidissima evoluzione viene ridotto al vecchio slogan di formare le competenze per renderle adeguate alle esigenze nuove dell’impresa: una logica che nulla apprende dall’esperienza di questi anni in cui è divenuto sempre più chiaro che solo una formazione più generale e critica, specie delle nuove tecnologie digitali, mette il lavoro nella condizione di affrontare cambiamenti improvvisi e non prevedibili e, nel medio-lungo termine, dà il massimo rendimento alle imprese.
Infine, con riguardo alla governance dell’Unione, il Piano enfatizza la necessità di abbreviare i tempi delle decisioni. Tuttavia, l’arma della semplificazione richiamata nel Piano rischia di avere come contropartita la riduzione della partecipazione, come reso chiaro da diverse proposte. E soprattutto, l’adozione stessa del Piano e dei suoi passi attuativi è affidata al confronto fra la Commissione, e sue tecno-strutture e il consesso degli Stati Membri. Il Parlamento europeo e i cittadini e cittadine che lo hanno eletto hanno un peso marginale o nullo in questo processo. Non importa se il tema è il futuro dell’Unione e delle vite delle persone.
Qui il link per accedere al testo integrale del documento: https://bit.ly/PianoDraghi_AnalisiForumDD_ITA
