Rimettere a fuoco la Cina, oltre gli stereotipi

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C’è un vizio ricorrente nel modo in cui l’Europa e l’Occidente raccontano la Cina: parlarne moltissimo senza davvero conoscerla. Analisi frettolose, giudizi viziati da pregiudizio ideologico travestiti da geopolitica, slogan che sostituiscono lo studio. È dentro questo vuoto che si inserisce La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, uscito nel 2025 per Fazi Editore. Un libro che non si limita ad aggiungere un’altra voce al coro, ma prova a riorganizzare il discorso, a rimettere in fila dati, categorie, prospettive, sottraendo la Cina all’uso ideologico che se ne fa nel dibattito pubblico occidentale.

Il punto di partenza è tanto semplice quanto rimosso: la Cina reale non coincide con la Cina che ci raccontano, e perciò che crediamo di immaginare. Non è il mostro evocato nei talk show, né un modello valido per qualsiasi paese del mondo. È un sistema storico, politico e culturale che segue traiettorie proprie e che, proprio per questo, sfugge agli strumenti interpretativi elaborati in Europa tra il Seicento e il Novecento. Arlacchi insiste su questo nodo metodologico: applicare alla Cina le categorie di Hobbes, Smith o Huntington significa non capirla, perché significa leggerla come una variazione imperfetta dell’Occidente, e non come una civiltà dotata di una sua grammatica.

Al centro di questa differenza sta una visione del mondo che precede la modernità europea. Il concetto di Tianxia, “tutto ciò che sta sotto il cielo”, non è un semplice residuo filosofico, ma una struttura profonda del pensiero politico cinese. In questa cornice, l’ordine non nasce dal conflitto permanente, né dall’equilibrio tra nemici, ma dall’idea di armonizzazione. L’altro non è un avversario da eliminare, bensì una realtà da integrare o da ricondurre a un equilibrio. Tutt’al più un problema da risolvere. È una differenza che aiuta a spiegare perché la Cina, pur essendo stata per secoli una delle civiltà più avanzate del pianeta, non abbia prodotto un colonialismo paragonabile a quello europeo. Mentre l’Occidente costruiva la propria identità contro un nemico interno ed esterno – gli schiavi, i barbari, i pagani, l’altro da sé – la Cina costruiva un ordine che inglobava, assorbiva, armonizzava. Questo rovesciamento di prospettiva porta Arlacchi ad affrontare uno dei grandi tabù del discorso pubblico europeo: la questione della violenza storica. L’autore ricorda, senza indulgenze, che genocidi e uccisioni di massa sono una costante della storia occidentale, dallo sterminio dell’isola di Melo durante la guerra del Peloponneso, alle Americhe del XVI secolo (70 milioni di indigeni uccisi nel primo cinquantennio di colonizzazione), fino al Novecento europeo, dalla Shoah al genocidio palestinese. Il paradosso, sottolinea Arlacchi, è che chi ha costruito la propria egemonia sulla distruzione sistematica di popoli e culture si arroga ora il monopolio morale della denuncia.

Un altro asse centrale del libro riguarda il funzionamento del potere politico cinese. Qui Arlacchi introduce un confronto volutamente spiazzante con le democrazie liberali. Il Partito comunista cinese – sostiene – non è un apparato improvvisato, ma una macchina di selezione delle élite fondata su criteri di competenza, formazione e risultati. L’accesso ai livelli più alti del potere passa attraverso percorsi lunghi, valutazioni continue, esperienze amministrative sul territorio. È un sistema che affonda le sue radici negli esami imperiali e che, pur con tutte le sue rigidità, produce una classe dirigente tecnicamente preparata. Il raffronto con l’Occidente, dominato da leadership spesso prive di esperienza gestionale e selezionate più per capacità comunicativa che per merito, risulta impietoso. “Politici col background di Scholz, Starmer, Meloni, Berlusconi, e tutti i presidenti americani post-guerra fredda, in Cina non potrebbero oltrepassare il grado di sindaci di piccoli comuni”, è la sua conclusione caustica.

Sul piano economico, Arlacchi smonta un altro luogo comune: quello del “capitalismo cinese” inteso come versione autoritaria del neoliberismo. La Cina – argomenta – resta un Paese socialista, seppur con caratteristiche originali. La proprietà pubblica della terra, il controllo statale delle banche e dei settori strategici, il ruolo centrale della pianificazione distinguono nettamente il modello cinese da quello occidentale. Il mercato non è abolito, ma subordinato a obiettivi politici e sociali di lungo periodo. La finanza non governa lo Stato: è lo Stato che orienta la finanza. In questo quadro si inseriscono casi emblematici come quello di Huawei, azienda non quotata e in larga parte controllata dai lavoratori, che contraddice frontalmente l’immagine di un capitalismo predatorio senza regole.

Particolarmente rilevante è il capitolo dedicato alla lotta contro la povertà, che Arlacchi definisce una delle più grandi trasformazioni sociali della storia contemporanea. In poco più di quarant’anni, centinaia di milioni di persone sono state sottratte alla miseria attraverso un intervento coordinato che ha combinato pianificazione, tecnologie digitali, investimenti infrastrutturali e mobilitazione amministrativa. Non un effetto collaterale della crescita, ma una strategia deliberata, monitorata e corretta in tempo reale. Un risultato riconosciuto anche dalle Nazioni Unite, ma sistematicamente marginalizzato nel racconto europeo, perché incompatibile con l’immagine di una Cina inefficiente e repressiva.

Quando Arlacchi affronta temi sensibili come il Tibet o la campagna anticorruzione lanciata da Xi Jinping, mantiene lo stesso approccio: rifiuto della propaganda, attenzione ai dati, rifiuto delle semplificazioni. Il Tibet viene descritto come una regione profondamente trasformata dallo sviluppo economico e dall’integrazione, non come un territorio annientato. La lotta alla corruzione emerge come una gigantesca operazione di ristrutturazione dello Stato, che ha colpito duramente apparati e funzionari, smentendo l’idea di un potere monolitico e immobile.

Il libro si chiude con una riflessione di portata storica: lo spostamento dell’asse del mondo dagli Stati Uniti alla Cina non è una possibilità futura, ma un processo già in atto. Arlacchi non prevede uno scontro militare diretto, non per ottimismo, ma perché il costo della guerra, in un mondo interdipendente e nucleare, è diventato insostenibile. Ciò che sta emergendo è un sistema multipolare che segna la fine dell’eccezione occidentale durata cinque secoli. In un’Europa che parla di Pechino come di uno specchio deformante dei propri fallimenti, questo libro rappresenta un atto di lucidità politica e intellettuale. Un invito a smettere di proiettare paure e declino sull’altro, e a ricominciare, finalmente, a capire il mondo per quello che è.

 

Gli autori

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica", "Alernative per il socialismo". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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