Europa di pace per tutti i popoli

La guerra come via per risolvere i conflitti è, da sempre, un tragico fallimento. E l’idea che la costruzione di un complesso militare-industriale europeo possa rafforzare i legami tra gli Stati membri è un tragico errore. L’Europa deve essere un’Europa di pace e di sicurezza condivisa e comune per tutti i popoli. È il momento di una grande campagna europea per contrastare la corsa al riarmo e un’economia di guerra.

Per cosa manifesterà la piazza del 15 marzo?

Il ceto di governo europeo, incapace in questi anni di qualunque iniziativa di pace, oggi non sa far altro che decidere il riarmo dell’Europa: alimentando così sempre nuovi conflitti e abbattendo ulteriormente lo Stato sociale. Per questo la manifestazione del 15 marzo non servirà a molto, e anzi finirà per assecondare lo scivolamento verso la guerra, se le bandiere europee non saranno affiancate da quelle della pace.

All’Europa servono più armi o una politica diversa?

In Ucraina i morti salgono vertiginosamente e il fronte non si è spostato molto. Tutti i paesi europei insieme possono contare su due milioni di soldati, la Russia su un milione e mezzo. Gli Europei spendono più di 400 miliardi di dollari nella difesa, la Russia 90 miliardi. La domanda è d’obbligo: all’Europa servono più armi o una politica diversa e un forte progetto comune intorno a valori basati sul progresso e la solidarietà?

Di Europa, pace, e della perdita del senso

Le usiamo sempre, ancora, le parole libertà, diritti, occidente, democrazia. Pensiamo di avere, di esse, una definizione comune. Forse un tempo. Oggi non più. E ci ritroviamo con uno svuotamento di senso che mette a repentaglio non solo tutti noi, ma una costruzione europea che era stata bella e ambita. Se non si aggiorna il vocabolario del nostro essere qui, in Europa, andare in piazza può solo perpetuare l’inganno.

Gli omicidi in Italia: un delitto in costante calo

Secondo i dati Eurostat l’Italia è, con riferimento agli omicidi commessi, uno dei Paesi europei più sicuri. Lo conferma l’ultimo rapporto della Direzione Centrale della Polizia Criminale, da cui si apprende che, anche nell’ultimo decennio, gli omicidi nel nostro Paese sono diminuiti, passando da 475 a 319 (con una caduta verticale di quelli di mafia o di criminalità organizzata).

La manifestazione “per l’Europa” dei Repubblica boys: perché no

La giornata dell’orgoglio europeo lanciata dai Repubblica boys è una suggestione ingannevole. Sostenere le politiche dell’Europa, occultandone le responsabilità per la gestione del conflitto in Ucraina, significa, infatti, schierarsi per la prosecuzione della guerra e per l’aumento delle spese militari. E ciò mentre la convergente prepotenza di Putin e di Trump imporrebbe un’iniziativa per sostituire la forza con la politica e la trattativa.

L’Europa non si salva con la guerra

La guerra per procura in Ucraina è persa e l’atlantismo è finito. Spetta alla sinistra mettere in campo una proposta alternativa, anche se non immediatamente realizzabile. Opporsi a Trump e alla sua concezione “patrimoniale” della pace non può volere dire rimpiangere i tempi dello scontro frontale fra l’Occidente e i suoi nemici e rilanciare la prospettiva della guerra. Al contrario la parola d’ordine deve essere: meno armi.

Draghi, noi e l’angoscia quotidiana che ci pervade

Dopo avere praticato e appoggiato le peggiori politiche europee di austerità, Mario Draghi scopre che i “potenti” degli ultimi decenni non contano più nulla e, in preda all’angoscia, chiede che “si faccia comunque qualcosa”. Individua con lucidità il problema, ma di nuovo fallisce la mira. Non è di qualcuno che decida per tutti, infatti, che abbiamo bisogno, ma di spazi in cui ci sentiamo liberi di decidere insieme.

Sedotta e abbandonata

La “pax americana” dettata da Trump non lascia dubbi. L’Ucraina è stata, ed è, una semplice e sacrificabile pedina nello scontro tra Russia e USA. A conferma del fatto che la “tutela delle minoranze” e l’“integrità territoriale” degli Stati sono solo uno schermo e che le guerre si fanno per il controllo geopolitico di territori strategici. Ora il cerino resta in mano a un’Europa che si è condannata con le proprie stesse mani alla subalternità.

La stagione delle catastrofi e la necessità di un pensiero nuovo. Intervista a Roberto Esposito

Samo passati dal tempo delle crisi a quello delle catastrofi. Riconosciuto il negativo che ci sta intorno, non possiamo però fermarci alla “decostruzione”. In questo contesto, l’eterogeneità dei paesi europei rende difficile l’ancoraggio a una prospettiva federale e impone nuovi orizzonti, anche attraverso raggruppamenti parziali di paesi affini.