Paola Cardi, giornalista e saggista, è socia fondatrice e presidente dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera 22. Si è specializzata su Germania, Europa centro-orientale e Balcani. Da oltre venti anni si occupa di Medio Oriente e Nord Africa, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. È docente nel corso di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università di Palermo e nell’Università di Betlemme. Ha pubblicato tra l’altro, per i tipi di Feltrinelli, “Hamas. Dalla resistenza al regime” (2ª edizione, 2023), “Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi” (2024) e “Sudari. Elegia per Gaza” (2025).
Contenuti:
Il bombardamento Usa sul Venezuela non è solo un crimine. È, anche, una tappa della storia della schiavitù. Da un lato schiavi, subalterni, merce; dall’altro commercianti di schiavi, proprietari di schiavi. Ciò che si consente a Gaza, si consente a Caracas e anche a Roma. Imperialismo all’estero, fascismo in casa, democrazia di fronte alle telecamere.
Nei bordi, nei margini del paese, lontano dai luoghi del potere, si è coagulato un esteso dissenso sulle politiche dell’establishment. A partire dal genocidio di Gaza, ma penetrato nel profondo. È un dissenso trasversale, inclusivo, che attraversa credi, posizioni politiche, età, generazioni, strati sociali, culture. E che ha spazzato via ogni moderatismo all’insegna di una insopprimibile radicalità.
Leone XIV, a differenza di Francesco, non è un profeta. Con lui il papato è tornato nell’alveo dell’esercizio del potere. Ma l’udienza concessa al capo dello Stato di Israele, Isaac Herzog, non è ordinaria nemmeno per la tradizione spregiudicata del potere papale: non ne ha la prudenza né la saggezza. Avere incontrato e legittimato il capo di uno Stato genocida è una macchia, grave, che rimarrà sulla storia della Chiesa.
Le usiamo sempre, ancora, le parole libertà, diritti, occidente, democrazia. Pensiamo di avere, di esse, una definizione comune. Forse un tempo. Oggi non più. E ci ritroviamo con uno svuotamento di senso che mette a repentaglio non solo tutti noi, ma una costruzione europea che era stata bella e ambita. Se non si aggiorna il vocabolario del nostro essere qui, in Europa, andare in piazza può solo perpetuare l’inganno.