Draghi, noi e l’angoscia quotidiana che ci pervade

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Ci sono poche cose su cui riesco ad essere d’accordo con Carl Schmitt. Una di queste è la dignità che egli concede ai veri nemici. Certo, lo fa all’interno di una romanticizzazione della guerra che è quanto di più distante ci sia da una persona come me, che proviene da una tradizione pacifista e nonviolenta. Però la tentazione di assecondarlo è tanta, soprattutto a vedere il livello poco dignitoso di chi viene mandato dal capitalismo a combattere in prima linea per demolire le scarse resistenze rimaste. Per esempio, nonostante tutto non riesco a concedere né alla Meloni né a Renzi la dignità di un’inimicizia vera. Non mi pare possiedano né l’intelligenza né il carisma per esserne all’altezza. Ma sono punti di vista, me ne rendo conto.

Su una cosa forse possiamo concordare: che Mario Draghi è stato per anni un vero nemico. Il leader del gioco sporco del capitalismo dei primi vent’anni del secolo: capace di applicare senza pietà quel che definiamo austerity, di demolire un intero popolo come è accaduto in Grecia, di depotenziare irreversibilmente il modello sociale del welfare europeo per valorizzare la riproduzione del capitale. È a Draghi e alla sua furbizia – molto più che a Berlusconi, per fare solo un nome – che dobbiamo il tradimento feroce dei valori fondativi dell’Europa. Ma questa sua storia politica contiene in sé la dignità del nemico, appunto. Cioè di colui che, a volte, si prende la responsabilità di dire le verità scomode, senza restare nell’ipocrisia cui sembrano condannate tutte le élites europee (su quelle italiane e piddine in particolare… stendiamo un velo pietoso).

Sarà forse per questa sua dignità da nemico vero che il suo discorso recente al Parlamento Europeo va preso sul serio e mi pare rappresenti una nota stonata nello stato di diniego in cui si è cacciata l’Europa che riflette su se stessa. Qualcuno dice la verità sullo stato delle cose dell’Europa. Il dramma in cui versiamo è espresso in queste parole: «Dite no al debito pubblico, dite no al mercato unico, dite no alla creazione di un’unione dei mercati dei capitali. Non si può dire di no a tutto! Altrimenti, per essere coerenti, si deve anche ammettere di non essere in grado di rispettare i valori fondamentali per i quali è stata creata l’Unione Europea. Quindi, quando mi chiedete cosa sia meglio, cosa sia meglio fare ora, io dico: non ne ho idea, ma fate qualcosa».

Non mi interessa commentare queste parole, ma la tonalità emotiva che esse trasmettono. Se dovessimo restare ai contenuti, potremmo solo riconoscere la gran faccia tosta del nostro nemico. Che in nome del tabù del debito ha ridotto in povertà un intero paese, ha smembrato il welfare europeo, ha di fatto tradito proprio quei valori fondamentali dell’Europa che adesso rivendica e richiama. Però dobbiamo concedergli almeno l’onore delle armi: è uno dei pochi che ha il coraggio non solo di riconoscere la crisi dell’Europa, ma anche di avvertire sul fatto che questa crisi è nell’ordine della vita o della morte, non è qualcosa che si può mettere sotto il tappeto (la tentazione del PD: piuttosto che fare autocritica, sperare solo che l’agonia continui). Draghi ha capito benissimo che tutti i sedicenti potenti degli ultimi decenni non hanno più alcun potere da esercitare, anche se fingono di non accorgersene.

Ciò che mi colpisce davvero in queste parole è che esse comunicano alla perfezione un sentimento politico diffuso. Così diffuso che converrà non sottovalutarlo per affidarci solo alla lucidità delle analisi. È l’evidenza delle cose: tutto sta precipitando e di un ordine consolidato fatto di regole condivise, di formalismi democratici, di equilibri informali rimane ogni giorno sempre di meno, demolito dalle spallate di Trump, dall’irresponsabilità della vecchia Europa sempre più cieca di fronte ai nuovi fascismi ed entusiasta del proprio bellicismo ormai trascendentale. Per quanto possa apparire una coincidenza sospetta, anche io – e con me buona parte delle persone che credono ancora nella necessità di una sinistra – provo lo stesso sentimento che le parole di Draghi trasmettono: siamo tutti dominati dall’angoscia politica. “Non so cosa, ma fate qualcosa”: non è ciò che imploriamo tutti rendendoci conto che le sottili analisi politiche non prevedono alcun miglioramento all’orizzonte, ma solo un futuro volto al peggio?

Quel che vorrei suggerire è che questo sentimento politico non è nuovo e che la storia insegna che ci sono tanti modi per farci i conti, alcuni molto pericolosi. E che quello scelto da Draghi non è, tanto per cambiare, il modo migliore per salvarci. Franz Neumann sosteneva ormai tanto tempo fa che l’angoscia è il problema politico per eccellenza, perché ha a che fare col rapporto tra potere e libertà. Nulla più dell’immagine di Draghi incarna alla perfezione la perdita di potere che amplifica la nostra angoscia. L’impotenza come sentimento che domina anche una delle maschere più eloquenti del potere recente. Se persino Draghi è impotente, quanto possiamo esserlo noi che svolgiamo una funzione periferica e che il potere lo possiamo tutt’al più osservare? Ma è proprio ciò che proviamo di fronte a ciò che sta accadendo: il fatto che non ci siano più a disposizione strumenti di potere in grado di modificare le cose in meglio. Questo sentimento è realissimo. Siamo dentro un tornante della storia e sappiamo che quel che ci attende dall’altra parte può essere tutto eccetto che il mondo per come lo abbiamo immaginato negli ultimi ottant’anni. E non sappiamo letteralmente cosa possiamo fare. È quel che Neumann avrebbe definito “angoscia reale”. Ci sono due modi di trattarla che vanno assolutamente evitati.

Il primo è negarla, rimuovendo la complessità della crisi in cui ci siamo cacciati. Pensare che di fronte alla follia di Trump e alla debolezza strutturale e decennale dell’Europa si possa uscirne con la stessa retorica ottimista con cui Simone Cristicchi ci fa credere che la sofferenza familiare sia tutta rose e fiori (chiedo scusa preventivamente ai lettori che rimarranno delusi da questa metafora e mi accuseranno di un accanimento gratuito nei confronti di Cristicchi. Un po’ hanno ragione). Mi pare che questa sia l’elaborazione prevalente all’interno della classe dirigente del socialismo europeo, a partire dal PD. La disinvoltura con cui coloro che ci hanno portato sull’orlo del baratro insistono col dirci che la situazione è grave ma non seria e che saranno ancora la loro intelligenza politica e le loro strategie consolidate a salvarci somiglia molto a questo genere di semplificazione che bisognerebbe evitare

Ma c’è un secondo modo di elaborare l’angoscia politica che mi pare assai pericoloso. È quello che Neumann intravedeva nel rischio di trasformare l’angoscia reale in angoscia nevrotica. Cioè di non reggere il peso dell’impotenza e affidarsi a qualunque decisione, basta che una decisione ci sia. Fare qualcosa, anche se non sappiamo cosa. Non è quello che implora Draghi? Eppure la storia ci ha insegnato che quest’ossessione per un potere potente perché capace di prendere una decisione qualsiasi è ciò che trasforma l’angoscia politica nel desiderio di un capo. I valori fondativi dell’Europa – a cui si appella Draghi – non nascevano precisamente dalla consapevolezza della minaccia che l’angoscia politica trasformi le democrazie in dispositivi totalitari, in governi dei capi? Decisamente Draghi individua con lucidità il problema, ma tanto per cambiare fallisce la mira delle soluzioni.

Torniamo a Neumann e al suo ammonimento: l’angoscia politica può risolversi in un sovrappiù di potenza o in un rilancio delle libertà. Mi pare un suggerimento validissimo anche per la sinistra europea attuale, se vuole battere ancora un colpo. Il compito della sinistra non è quello di rispondere all’angoscia con la logica del potere, ma con quella della libertà. Non abbiamo bisogno di qualcuno che decida per tutti, ma di costruire immediatamente spazi in cui ci sentiamo liberi di decidere insieme. L’Europa – e non solo – ha bisogno di più democrazia, non di più potenza. Anche per questo l’insistenza quasi unanime con cui ormai si sostiene che le spese per la difesa possano essere conteggiate fuori dal patto di stabilità è una reazione che peggiora il male: una reazione accecata dall’angoscia politica. Perché se l’Europa vuole davvero rispondere all’angoscia che riguarda il proprio destino secondo il delirio della potenza – accentuando i suoi caratteri bellicisti, immaginandosi in grado di reagire muscolarmente ai deliri trumpiani, sacrificando ulteriormente sull’altare della potenza delle armi il proprio alfabeto originario codificato sul primato del welfare – L’Europa perde se stessa definitivamente. Ecco perché non c’è nulla di più minaccioso dell’ammonimento di Draghi: «non so cosa, ma fate qualcosa». Non si tratta di fare qualcosa, ma di fare ciò che l’Europa ha scelto di non fare da decenni: fare l’Europa, tornare a quei valori fondativi che nulla hanno a che fare con la potenza. L’Europa non nasceva per fare la guerra, ma per costruire la pace.

PS. Permettetemi però una nota critica su cui sono certo che molti non saranno d’accordo. Questa storia dell’angoscia nevrotica e della scorciatoia della potenza e del capo andrebbe spiegata anche a Conte. Che non si accontenta di esprimere sollievo per la fine di una guerra, ma santifica Trump, dimenticando ciò che i veri pacifisti sanno molto bene: che gli autocrati possono anche far smettere una guerra, ma non possono fare la pace. Anche Conte si illude che per vincere l’angoscia dentro cui siamo finiti sia necessario più potenza, non più libertà. Io, che su sulla guerra in Ucraina ho una posizione coerente e pacifista da tre anni, non ho alcuna intenzione di essere confuso con il cinismo barbaro di Putin e di Trump. Non festeggio una guerra finita facendo finta di non accorgermi che chi la sta facendo finire è interessato solo a prepararne di altre (e che tra poche settimane quelle stesse persone saranno colpevoli – a Gaza – del più grande atto di barbarie della storia). Non è Trump che ci salverà dalla guerra e dalla potenza, dall’angoscia nevrotica che domina i nostri pensieri. Sono i valori fondativi dell’Europa che l’Europa ha dimenticato.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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5 Comments on “Draghi, noi e l’angoscia quotidiana che ci pervade”

  1. Lungi da me una difesa d’ufficio dell'”avvocato del popolo” che essendo appunto un avvocato non ha bisogno di nessuno che lo difende da quello che già sa fare alquanto bene.

    Il fatto e’ che non ricordo, ma sarà sicuramente una mia dimenticanza, non ricordo dicevo nessuna opera di “santificazione” di Trump da parte di Conte.

    Per il resto concordo con tutto, anche che nessuno nell’opposizione, e ripeto nessuno, oltre a parole e slogan (e posizionamenti ovviamente) mi sembra in grado di prendere in mano il boccino dell’iniziativa politica.

  2. Buon esempio la canzone di Cristicchi che ha volto in dolce tiritera quello che è lo strazio di un dolore cui non si sa dare risposta. Dove sta lo scandalo? Nel fatto che a un problema vero si dia una risposta falsa, infarcita di buoni sentimenti (falsi pure loro). E arriviamo a noi: ogni giorno vediamo esempi di barbarie cui l’Europa si affanna a contribuire. Era chiaro dall’inizio che l’unica posizione che avrebbe dovuto prendere l’UE era quella del sostegno in aiuti umanitari all’Ucraina e del perseguimento della via diplomatica. Invece si è armata l’Ucraina contro il dittatore Putin. Non solo: l’Ucraina doveva vincere la guerra contro la Russia! Bugie, bugie: dopo aver sostenuto questa idiozia per anni, cosa può fare quell’Europa se non ammutolire di fronte a Trump che cerca l’accordo con Putin? A me pare che il “fate qualcosa” di Draghi renda anche Draghi un personaggetto compagno di Von der Leyen e di Meloni. Dopo averle spuntato le armi, chiede adesso alla politica di FARE qualcosa. Che sfacciataggine! Sarebbe l’ora dell’Europa dei popoli, di quelli che non accettano l’ignonimia delle menzogne ripetute da chi ci comanda.
    Come favorire l’aggregazione popolare e la presa di parola è la prima domanda che ci dobbiamo porre. Da trent’anni cercano di ammutolire il popolo: oggi il bavaglio se lo sono tolto gli studenti in piazza a Bologna. Si tratta di allargare la protesta a macchia d’olio. Non è facile, ma non vedo altre soluzioni.

    1. Cara Giovanna, grazie del tuo commento che condivido come al solito. Quanto a Draghi, diciamo che il tentativo di elevarne la statura era più un espediente narrativo che una convinzione reale 🤪

  3. Non sempre sono d’accordo con lei perché a volte le sue proposte mi sembrano poco realistiche, (ma sono sempre più convinto che sia un problema mio – lo dico senza ironia alcuna – una sorta di incapacità di… “volere la luna”, appunto). E anche in questo articolo per quanto condivida la sua analisi, faccio fatica a vedere come “tornare a quei valori fondativi che nulla hanno a che fare con la potenza”: la tendenza è esattamente opposta e non solo non vedo come invertirla ma neanche come arginarla.
    Ad ogni modo, ammiro la sua coerenza e la fedeltà alle sue idee. Infine sottoscrivo il suo post scruptum: molti anche a sinistra fanno finta di non vedere lo smantellamento del diritto internazionale, il mettere in ridicolo le istituzioni che lo incarnano, l’arroganza esibita come prova di forza proprio dai nuovi “costruttori di pace”. Se è la forza e non il diritto il criterio che regola i rapporti fra stati, la pace è semplicemente impossibile.

    1. Caro Roberto,
      solo per ringraziarti del tuo disaccordo. Che non mi scandalizza affatto ma anzi mi aiuterà a pensare meglio ciò che scrivo. Quanto alla critica specifica, credo che proverò ad articolare cosa penso concretamente debba fare l’Europa in un prossimo articolo. Però resterò poco realista, già ti avverto 🙂 ma il motivo è semplice: non so più come distinguere il realismo dalla disperazione. (Ancora grazie, e scusami se mi permetto di darci del tu)

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