Giovanni Vighetti vive a Bussoleno ed è esponente del Movimento No Tav. E' appassionato e conoscitore della montagna che frequenta in scialpinismo, mtb ed escursionismo.
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Il 24 marzo è il centenario della nascita di Dario Fo. Difficile che questo Governo a trazione neofascista lo ricordi e in ogni caso Fo non gradirebbe una commemorazione ipocrita. Spetta a chi ha amato e apprezzato lui e Franca Rame ricordare e rivivere il contributo culturale e politico di due grandi e impareggiabili interpreti dell’arte italiana che seppero unire cultura e impegno sociale.
Se Putin avesse fatto rapire Zelensky con le stesse modalità con cui Trump ha rapito Maduro, le probabilità di un conflitto armato globale sarebbero aumentate in maniera esponenziale. Agli Stati Uniti invece tutto è concesso: non solo nel “giardino di casa” dell’America latina e nel Medio Oriente ma anche in Europa e in Italia, con interventi che dettano l’agenda politica e rilanciano programmi di riarmo generalizzato.
Nessun movimento di opposizione ha mai avuto, in Italia, una durata trentennale come quello contro la nuova linea ferroviaria Torino-Lyon, la quale, per parte sua è di là da venire. Ma i media torinesi lo ignorano e, in occasione dell’ultimo grande corteo da Venaus a San Giuliano, preferiscono dare la parola a un no Tav pentito che spara a pallettoni contro il movimento e, naturalmente, contro il centro sociale Askatasuna.
Il dato è inoppugnabile: l’antisemitismo e le leggi razziali sono nel Dna della destra, mentre in quello della sinistra c’è l’antifascismo, alla cui affermazione hanno contribuito molti ebrei, a cominciare da personalità del calibro di Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Carlo Levi, Nello Rosselli. Coerente con l’antifascismo è, invece, la critica al sionismo, fonte di una politica coloniale e, addirittura, della pulizia etnica del popolo palestinese.
Il terrorismo in Palestina non nasce, come vorrebbe una diffusa vulgata, con Hamas. A praticarlo, sin da un secolo fa, sono state diverse organizzazioni paramilitari sioniste, a cominciare dalla Banda Stern, dalle cui fila sono usciti capi del Governo israeliano come Yitzhak Shamir e Menachem Begin. Ed è una pratica che perdura tuttora con l’assassinio politico di leader palestinesi in patria, nei paesi vicini e anche in Europa.
In attesa di riconquistare il ministero dell’Interno, Matteo Salvini si destreggia tra le grandi opere, dalla Torino-Lione al Ponte sullo Stretto, sparando numeri e cifre a caso con una disinvoltura che gli vale ironie e insulti da parte degli stessi compagni di maggioranza. Ma la questione non è solo Salvini: è l’intero Governo che considera la politica delle grandi opere come un gioco di cui non rispondere a nessuno.
I fatti sono chiari: Israele persegue con moltiplicata energia e cinismo la propria politica espansionista. Il pericolo dell’atomica iraniana ricorda quello delle “armi di distruzione di massa” di Saddam e la superiorità militare dell’esercito israeliano su quello iraniano risulta dalle sue stesse azioni militari dei giorni scorsi. Ma presentarsi come vittima serve ad ammantare di legittimità quella che è stata, all’evidenza, un’aggressione.
Gran parte degli attuali conflitti hanno radici nella “guerra fredda”, nel corso della quale non si contano gli Stati saccheggiati e privati di autonomia dagli imperialismi di Russia e Stati Uniti. Esemplare è il caso del Guatemala, vittima, nel 1954, di un colpo di Stato ordito dalla Cia. E due anni dopo i carri armati sovietici entrarono a Budapest.
Il Ministro dei trasporti Matteo Salvini, anziché curarsi del regolare funzionamento dei treni ad alta e bassa velocità, cerca di delegittimare le lotte dei ferrovieri e di limitare ulteriormente il diritto di sciopero. Non contento, poi, stanzia miliardi per grandi opere inutili e dannose (come la Torino-Lione e il ponte sullo Stretto) già da lui contestate in passato, meritandosi così l’appellativo di “Dico La Qualunque” .
La “pax americana” dettata da Trump non lascia dubbi. L’Ucraina è stata, ed è, una semplice e sacrificabile pedina nello scontro tra Russia e USA. A conferma del fatto che la “tutela delle minoranze” e l’“integrità territoriale” degli Stati sono solo uno schermo e che le guerre si fanno per il controllo geopolitico di territori strategici. Ora il cerino resta in mano a un’Europa che si è condannata con le proprie stesse mani alla subalternità.