Chi contesta la guerra senza distinzioni, rifiutando di cedere alla ragione politica della guerra giusta e della guerra umanitaria, laico o credente, oggi piange Papa Francesco. Allo stesso modo chi rifiuta la pena di morte e l’ergastolo. Un pianto che occorre trasformare in progetto.
Il 24 novembre 2019, nel silenzio del Memoriale della Pace di Hiroshima, Bergoglio aveva lanciato una potente denuncia: «Se realmente vogliamo costruire una società più giusta e sicura, dobbiamo lasciare che le armi cadano dalle nostre mani». Lo ha ripetuto a Pasqua, in quella che è stata la sua ultima Urbi et Orbi: «Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo». Non è una chiamata a disertare il mondo, a non sporcarsi le mani, a lasciare le responsabilità sulle spalle dei generali combattenti per coltivare una purezza coscienziale e una salvezza privata. Francesco non ha mai smesso di gridare che la pace è il frutto della lotta – un conflitto inevitabile, dirà nell’enciclica Fratelli tutti (3 ottobre 2020) – per una società giusta. Sempre a Hiroshima, punto morto dell’umanità sul quale non si è mai riflettuto abbastanza, aveva ribadito che la pace «non è più di un suon di parole se non si fonda sulla verità, se non si costruisce secondo la giustizia, se non è vivificata e completata dalla carità e se non si realizza nella libertà».
Pace e giustizia, dunque. Un binomio che gli umanesimi occidentali dominanti tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, con l’avallo del sapere dei giuristi, hanno preso a manipolare al punto di invertirne il senso, ri-legittimando la guerra a partire dalla giustizia. «Se il ricorso all’uso della forza ha potuto e continua a essere conciliato con una cultura politica genericamente pacifista come l’attuale» – ha scritto Alessandro Colombo (Il governo mondiale dell’emergenza. Dall’apoteosi della sicurezza all’epidemia dell’insicurezza, Milano, 2022, p. 168) – «è perché il richiamo alla giustizia ha agito come solvente dei tradizionali freni alla guerra». La grammatica della guerra secondo giustizia (di volta in volta declinata come guerra umanitaria, di difesa, al terrore) ha reso superfluo il vaglio di verità o falsità della giustificazione dell’uso della forza – spetta all’immorale pacifista giustificare la rinuncia alla giustizia! – e ha prodotto la logica lugubre dell’inadeguatezza del cessate il fuoco, della tregua, della trattativa. Conta farla fino in fondo la guerra, vincerla, altrimenti non si fa giustizia, non si punisce il colpevole. Occorre solo avere un’accortezza: non lasciarsi impressionare dalla carne dei morti, dei feriti, dei profughi. Quella carne o è complice dell’ingiustizia, e il suo destino diventa indifferente, o sta dalla parte della rettitudine, e allora la sua sofferenza è riscattata dal trionfo della giustizia. Del resto, a questa cautela non è di ostacolo il sentimento del dolore, visto che la guerra giusta non si combatte nei territori di chi la dichiara o di chi invia armi e a morire, al dunque, sono sempre gli altri. La guerra contemporanea, con il suo ventaglio di tecnologie, eserciti professionali, informazione embedded, è un gigantesco dispositivo per separare la violenza dall’attore che la pratica e per sottrarla agli occhi dell’opionione pubblica. Un colossale “armiamoci e partite” che rende la morte e la sofferenza distanti e tollerabili.
È l’avversione a questa retorica, a questo inganno ideologico che costituisce la cifra originale e vibrante del pensiero di Bergoglio sui conflitti armati, limpidamente espresso nell’enciclica Fratelli tutti e nell’invito, in essa contenuto, a recuperare la linfa vitale della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e a riavvolgere il nastro della Storia sino alla fine della guerra fredda, quando mancarono «una visione del futuro» e «una consapevolezza condivisa circa il destino comune». È in quella fase storica, subito dopo l’Ottantanove, che, anche riguardo alla guerra, si sedimentarono quei detriti che pesano nelle tasche del presente, ad iniziare dall’allargamento interpretativo delle condizioni di legittimità morale dell’opzione militare e dall’incapacità di rinnovare un diritto bellico plasmato sulla guerre del Novecento. In quei conflitti era ancora possibile distinguere tra combattenti e non combattenti, tra obiettivi militari e obiettivi civili, tra proporzionalità del danno causato dalle armi e pericolo sventato dalle stesse. In definitiva, tra ius ad bellum e ius in bello. Le nuove armi nucleari, chimiche, batteriologiche e tecnologiche, con i loro automatici e devastanti effetti sui civili, hanno rappresentato un salto di qualità e hanno costituito la guerra come crimine in sé. Mai l’umanità – ammonisce Francesco già nella Laudato si’ (24 maggio 2015) e poi ancora nella Fratelli tutti – «ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo userà bene». Per Bergoglio, dunque, occorre andare al cuore della questione della guerra: disarmare l’umanità.
Un pensiero da condividere sino in fondo. Se non assumeranno questa traiettoria – difficile, perché contraria alle strutture economiche e ideologiche del mondo attuale, ma necessaria – le norme del diritto internazionale finiranno per ridursi a essere quello che l’inferno di Gaza le fa apparire oggi: nobili testimoni della loro inanità e della irrilevanza delle pronunce delle Corti internazionali su di esse fondate. Certo, il rischio dell’ineffettività sarà sempre in agguato – consustanziale a un diritto, quale quello internazionale, che non può risolvere il tema del monopolio della forza e della efficacia della sanzione –, ma almeno (e non è poco) si tratterà di un diritto in grado di “misurare” obiettivi tangibili, quale quello della distruzione delle armi, e attorno al quale coagulare il consenso dei popoli e i loro progetti di autodeterminazione. Un diritto di nuovo polemico nei confronti della realtà e non legittimante rapporti di forza diseguali.
Non è un caso, inoltre, che al discorso contro la guerra, Papa Francesco abbia sempre associato la condanna della pena di morte. Scrive, sempre nella Fratelli tutti, che «c’è un altro modo di eliminare l’altro, non destinato ai Paesi, ma alle persone. È la pena di morte». Guerra e pena di morte, ivi compresa quella quella nascosta dell’ergastolo, da lui abolite dalla catechesi e dal codice penale vaticano, sono due facce della stessa medaglia: «la tendenza a costruire nemici: figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose». L’accento sulla teoria del capro espiatorio, quale logica comune alla guerra e alla pena di morte, era stata già messa punto da Francesco nel primo Discorso alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale (23 ottobre 2014): «la folla scopre i poteri malefici delle sue vittime sacrificali, accusati delle disgrazie che colpiscono la comunità». Su queste vittime sacrificali, destinate a incarnare l’infelicità e i problemi di tutti, non c’è limite all’esercizio della violenza organizzata, sia essa sanzione penale estrema nei confronti del nemico interno o guerra distruttiva nei confronti del pericolo che viene da fuori. Guerra e pena di morte, nella visione di Francesco, sono strumenti nei quali il potere aveva trovato la soluzione a costo zero per risolvere le angosce sociali e conseguire consenso e obbedienza.
Medesimo è dispositivo psicoanalitico sotteso, acutamente descritto dalle riflessioni sempre attuali di Franco Fornari: «Difendersi dal Terrificante, quale nemico interno e assoluto come l’incubo, attraverso una operazione che trasformi tale entità terrificante ma in definitiva inaffrontabile e invulnerabile (proprio come avviene negli incubi) in un nemico in carne e ossa e che possa essere realmente affrontato e colpito». Se il nemico non c’è, occorre inventarlo e viene bene pescare dalla fasce subalterne: delinquenti, criminali, folli, stranieri, tutta gente da incapacitare con catene, muri, prigioni, armi. È in mezzo a quella gente che Papa Francesco ha scritto la sua missione e il messaggio che ha lasciato a chi ha a cuore la salute dell’umanità: pensare e creare organizzazioni, dispositivi giuridici, sociali e morali che curino le angosce psicotiche e sociali senza ricorrere alla bomba e alla spada. Se guerra e pena di morte sono meccanismi interrelati, pace e giustizia ristorativa devono essere soluzioni appaiate. Un compito difficile anche per il giurista, perché non si tratta più di contemplare e ripetere l’esistente, anche nelle forme giuridiche più eccelse, ma di inventare modelli nuovi.
Gli interrogativi di a Bergoglio non possono non rivolgersi anche al giurista laico. Del resto, il progetto del Papa è stato fedele al programma rappresentato dal nome che aveva scelto per il pontificato, Francesco. Nel suo Testamento, Fransceco d’Assisi dettò di essere stato a contatto con i lebbrosi – allora emblema per eccellenza degli esclusi – e, poco dopo, di essere uscito dal mondo. Quella uscita dal secolo era in realtà un ingresso nel mondo degli opressi, degli emarginati, per provare a scrivere, a partire da quel punto di vista espulso dall’ordine, pagine nuove delle relazione tra le persone e tra le persone e la terra. Lo ha detto meglio di tutti Ernesto Balducci: «Uscire dal mondo per Francesco volle dire, sì, sottrarsi nella vita e nella mente, alla cultura della violenza e della discriminazione, ma con l’esigenza di un nuovo contratto sociale, se così posso dire, del tutto alternativo a quello negato» (E. Balducci, Francesco d’Assisi, Firenze, ed. 2004, p. 21). Anche il messaggio di Bergoglio è tutt’altro che ascesi innocua.
