Nella mattina dell’11 luglio a Sulaimanyia, la capitale culturale della Regione autonoma del Kurdistan in Irak, si è svolta la cerimonia con cui il PKK ha inteso ribadire la propria determinazione a mettere fine alla guerriglia e a proseguire nella difesa dell’identità e dei diritti del popolo kurdo con gli strumenti della politica. Quindici guerrigliere e quindici guerriglieri hanno deposto e distrutto armi e caricatori. Besè Hozat, co-presidente del KCK, Unione delle Comunità del Kurdistan, ha dichiarato: «Siamo venuti qui in risposta all’appello del nostro leader Apo […]. Sono necessarie norme di legge perché tutto questo possa continuare. Abbiamo distrutto le armi per spianare la strada a questo processo».
Con l’appello del 27 febbraio di Abdullah Öcalan e con il conseguente XII° Congresso straordinario del PKK si è aperta per il popolo kurdo e per i democratici in Turchia una speranza di pace che investe in primo luogo la situazione delle migliaia di persone in carcere – un carcere durissimo – per un preteso “sostegno al PKK”. «Mia figlia non dovrebbe restare in carcere. Ha bisogno di cure mediche all’esterno. Noi sosteniamo il processo di pace e vogliamo la pace. Ma anche le madri turche dovrebbero volere la pace»: sono parole di Hatice Durak, mamma della cantautrice e folksinger Nudem Durak. Dietro all’immenso bisogno di pace e di giustizia del popolo kurdo ci sono storie incredibili come la sua.
«Era il mio sogno fin da bambina. Suonare e cantare. Allora il mio microfono era una bottiglia di plastica. Ma la mia famiglia era povera, non c’erano soldi per comprare una chitarra. Poi un giorno mia madre mi consegnò la sua fede nuziale. Mi disse di venderla e di essere felice. Quando ebbi la chitarra, mi sembrò di avere il mondo tra le mani. La musica è l’anima del mondo. La sua anima più vera». Nudem Durak pochi giorni prima del suo arresto nell’aprile del 2015 raccontava la sua storia in un documentario di Al Jazeera. Qualche tempo dopo le guardie carcerarie spezzavano la sua chitarra. «Quando mi chiamò l’avvocato e mi disse che ero stata condannata scoppiai a ridere, pensavo fosse uno scherzo. Perché mai dovevano arrestarmi? Che cosa avevo fatto di male? Perché accusarmi di terrorismo? Nelle mie canzoni io parlavo sempre e solo di pace. Invece, era tutto terribilmente vero. Avrei passato tutta la mia giovinezza in prigione».
Nudem, una bella ragazza dai folti capelli scuri, un sorriso luminoso e una voce limpida e vibrante, appartiene a una famiglia di dengbej, i bardi che da secoli trasmettono i poemi della storia kurda. Ha cominciato a fare musica a 12 anni: ancora giovanissima era entrata a far parte del gruppo musicale Koma Sorxwin (i cui membri sono stati più volte arrestati perché suonano musica tradizionale), realizzava videoclip con le sue composizioni e insegnava la musica kurda ai ragazzi del centro culturale Mem u Zin (1) a Cizre. Un capannone sormontato da una vetrata, un luogo semplice e disadorno illuminato dai sorrisi dei ragazzi e delle ragazze felici di ritrovarsi per suonare il saz e il dahol e per imparare i canti del ricchissimo folklore kurdo. Come migliaia di altri luoghi di Cizre era stato spazzato via nei giorni della feroce guerra dell’armata turca contro la città e della sua eroica resistenza, dall’autunno-inverno 2015 alla primavera del 2016.
Per il regime turco l’espressione dell’identità kurda è un crimine. Nudem era stata arrestata nel 2009, rilasciata in attesa di giudizio, nuovamente arrestata e rilasciata nel 2012. Nel 2015 la Corte Suprema emette definitivamente contro di lei una condanna a dieci anni e mezzo di reclusione per sostegno al terrorismo alla quale si aggiungono altri nove anni nel 2016. Nudem entra in carcere a 27 anni. Nudem aveva denunciato di aver subìto torture e isolamento ma aveva anche orgogliosamente detto: «Possono togliermi ogni cosa ma non la mia lingua, non la mia storia, non la mia voglia di cantare. Sono una donna, una donna kurda, una ragazza che ha voglia di ridere e sorridere, di stare insieme ai suoi amici e di fare musica. E questo non è un reato, è solo la mia storia, la mia anima. E la mia anima non potranno mai imprigionarla». Oggi si trova nel carcere femminile chiuso di tipo M di Erzincan, lontanissimo dalla famiglia; i prigionieri hanno diritto alla visita di un familiare una volta al mese, per un’ora. Per i familiari di Nudem è un’impresa affrontare i costi e i tempi del viaggio e – dice la mamma – «dopo un viaggio lunghissimo abbiamo difficoltà ad accedere all’area visite. Anche lì ci rendono la vista difficile». Ora Nudem rischia di perdere la voce. È gravemente malata di osteoporosi e di gozzo tossico. Sa che un intervento chirurgico in carcere sarebbe fatale per le sue corde vocali: «Sono in prigione a causa della mia voce. Se la perdo non resterà nulla di me».

Per Nudem si sono mobilitati inutilmente musicisti e artisti di tutto il mondo. “N’avait pas d’armes si non une guitare” titolava Le Monde il 22 maggio 2020 segnalando la partecipazione di musicisti francesi, maghrebini, africani, caraibici all’iniziativa A Song for Nudem Durak, già diffusa in altri Paesi d’Europa. A Song for Nudem Durak fa parte della campagna Free Nudem Durak che ha visto la mobilitazione di artisti e intellettuali come Noam Chomsky, Carmen Castillo, Angela Davies, Ken Loach.
Mahn Kloix ha ritratto Nudem con la sua chitarra in un murale immenso su un edificio di Marsiglia. Zerocalcare le ha dedicato alcuni disegni. Forte è stata la mobilitazione di cantanti e musicisti che hanno scritto una canzone per Nudem, dal Sud Africa al Guatemala, dalla Nigeria all’Australia. Determinato a sostenere Nudem è Roger Waters: «Sono in questa lotta, non mi arrenderò mai» ha dichiarato il musicista che ha chiesto più volte la liberazione di Nudem e la revisione del processo. In sostituzione di quella distrutta dai carcerieri, Waters ha voluto regalare alla cantautrice kurda la chitarra acustica Martin nera usata durante il suo Us+Them Tour 2017-2018 e ha pensato di farla autografare da un folto gruppo di colleghi. Nudem’s Guitar è il titolo del video che racconta il viaggio della lucente Martin diretta al carcere di Bayburt in cui allora si trovava Nudem. La chitarra è partita da New York nel luglio 2021 per approdare nelle mani di star della musica rock a Londra, Amsterdam, Berlino, Parigi, Milano, Atene e Istanbul concludendo il viaggio nel carcere. Hanno firmato tra gli altri Pete Townshend, Peter Gabriel, Robert Plant, Marianne Faithfull, Mark Knopfler, Noel Gallagher e, a Milano, i Maneskin. «Si dà il caso che Nudem sia kurda. La sua voce è legata alla sua anima e la sua anima canterà sempre per la sua famiglia, il suo popolo, la sua nazione. Come musicisti non possiamo fermarci. La nostra verità è chi siamo e chi siamo nati per essere» ha detto Pete Townshend alla rivista Rolling Stone.
Nudem Durak può essere oggi un caso emblematico. Mostra perché le donne e gli uomini del Kurdistan vogliono credere nella possibilità di pace e giustizia aperte dall’appello di Öcalan e confermate oggi dalla cerimonia del PKK a Sulaimanyia.
Nota
(1) Mem u Zin è un poema epico-cavalleresco che racconta l’amore contrastato del giovane Mem e della principessa Zin a Jazira (Cizre) composto da Ahmadi Khani, scrittore, poeta e sufi vissuto nella seconda metà del 1600 che con quest’opera pone le basi dell’identità nazionale kurda.
