Laura Schrader, giornalista e studiosa della questione kurda (su cui ha scritto numerosi libri e articoli), è co-fondatrice dell'Istituto internazionale di Cultura kurda presieduto da Soran Ahmad, attivo a Roma dal 2012.
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In questi giorni, mentre le forze turco-siriane, protette da Stati Uniti ed Europa, si scatenano per distruggere l’autonomia confederale del Rojava e per annientarne la popolazione, emerge la straordinaria unità del popolo kurdo. Ogni distinzione è spazzata via e i Kurdi accorrono dall’Iraq, dalla Siria, dalla Turchia e dalla diaspora. Per questo la speranza non muore e a Kobane assediata e affamata si parla ancora di libertà.
Mentre il PKK ribadisce la propria decisione di mettere fine alla guerriglia e di proseguire nella difesa dei diritti del popolo kurdo con gli strumenti della politica, il regime di Erdogan continua nella sua attività di repressione di ogni forma di libertà. Le carceri sono piene di oppositori come Nudem Durak, cantante popolare, condannata a più di 10 anni di carcere per la fantasiosa accusa di sostegno al terrorismo.
Il 12 maggio il Pkk ha annunciato il proprio scioglimento e la continuazione della lotta con strumenti politici. Molti, tra i Kurdi, non capiscono e sono perplessi. Per il Pkk la scelta, subordinata ad alcune condizioni tra cui la liberazione di Ocalan, è necessitata e coerente con l’analisi della situazione del paese. Ma ora occorrono risposte del Governo turco e dalla comunità internazionale, che tardano ad arrivare..
L’arresto del sindaco di Istanbul İmamoğlu ha riacceso i riflettori su Erdoğan, il sultano del secondo esercito Nato che domina la Turchia arrestando a migliaia gli oppositori. Erdoğan coltiva un marcato fanatismo religioso, sostiene l’Isis, ha mire espansioniste fino alla Libia, reprime il dissenso e gli avversari politici, è attinto da varie indagini per corruzione. È a un personaggio siffato che l’Occidente si affida…
In Kurdistan una svolta è possibile. Dopo oltre 40 anni di conflitto, il Pkk è chiamato a deporre le armi. L’invito viene direttamente da Abdullah Öcalan. Restano da verificare le reali intenzioni di Erdogan che, a parole, si dichiara favorevole a un processo di pacificazione ma, intanto, prosegue in una durissima repressione di Kurdi e oppositori.
Dopo la caduta di Assad, cresce, in Siria, il ruolo della Turchia, intenzionata a eliminare il popolo kurdo e a distruggere Kobane, il suo simbolo. Il compito è stato affidato all’Esercito Nazionale Siriano che dal 7 gennaio attacca la diga Tishrin. L’obiettivo è distruggerla, superare l’Eufrate e arrivare a Kobane. Ma da allora migliaia di Kurdi, con le donne in prima fila, presidiano la diga, giorno e notte.
La caduta del sanguinario regime di Assad, propiziata da un gioco di squadra tra Tel Aviv e Ankara, apre per la Siria prospettive incerte. In particolare per le minoranze. L’uomo forte del nuovo regime, al-Jolani, è, infatti, un fondamentalista salafita su cui ancora pende una taglia Usa di 10.000 dollari e la Turchia, sua mentore, cerca di cogliere l’occasione per cancellare la presenza kurda nel Rojava e annetterne il territorio.
Dopo decenni di guerra, si susseguono, in Kurdistan, segnali di distensione. Per la prima volta uno dei partiti di governo tenta un approccio con la resistenza kurda, dopo 43 mesi l’isolamento di Ocalan si attenua, lo stesso Erdogan si dichiara stanco di guerra. Segnali significativi ma, parallelamente, la repressione continua, durissima. Saranno i prossimi mesi a dire se davvero si apre una nuova stagione.
Firat Ceweri, reduce dal conferimento del Premio Ostana per le Scritture in lingua madre, ricorda la sua fuga dalla Turchia in Svezia nel 1979, a 19 anni: «Non potevo portare con me le mie poesie. Così le imparai tutte a memoria. Avere addosso poesie in kurdo era un reato più grave del contrabbando di droga». Da allora la lingua e la cultura kurda vivono nei suoi racconti, nelle sue traduzioni, nelle sue imprese culturali.
Violazione dei diritti di difesa, polizia in aula, arresto del presidente del tribunale, testimonianze segrete: così Selahattin Demirtas e Figen Yuksegdag, già co-presidenti del partito della sinistra kurda e turca HDP, sono stati condannati a 42 e 30 anni di carcere per avere incitato alla difesa di Kobane dall’Isis. Nel disinterese dell’Occidente.