Trump e i nomi delle cose

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La montagna di ordini esecutivi firmati da Trump in questi giorni non sta purtroppo partorendo un topolino ma sta scardinando alcuni fondamentali diritti della popolazione degli Stati Uniti. E, sullo sfondo dell’applicazione di tale ideologia revanscista, viene anche ridisegnato il paesaggio e modificata la cultura del Paese. Il provvedimento della Casa Bianca del 20 gennaio, denominato “Restoring Names that Honor American Greatness”, dopo un breve panegirico dei tesori nazionali tra cui «meraviglie naturali mozzafiato e opere d’arte storiche», impone due provvedimenti per «onorare i contributi degli americani visionari e patriottici nel ricco passato della nostra nazione».

Il primo è il ritorno al nome precedente della montagna più alta del paese, sita in Alaska: quello di William McKinley, il 25° presidente degli Stati Uniti, i cui, ivi descritti, meriti sono, innanzitutto «la vittoria nella guerra ispano-americana» (peraltro iniziata nel 1898 con l’esplosione accidentale della corazzata Maine nel Golfo de L’Avana che, addebitata alla Spagna, consentì di iniziare il conflitto, con modalità del tutto simili all’“incidente” del Golfo del Tonchino che nel 1964 fu usato per dare inizio all’aggressione statunitense del Vietnam). Altri meriti di McKinley elencati nell’ordine esecutivo risultano essere le politiche di «espansione delle conquiste territoriali della nazione» e l’introduzione di «tariffe (doganali sulle importazioni) per proteggere la produzione statunitense». Politiche interrotte dal suo assassinio nel 1901 per mano di un anarchico, «in un attacco ai valori della nostra nazione e al nostro successo» ma che Trump intende riprendere oggi. La montagna dell’Alaska, nel 2015, dopo una trafila burocratica di una quarantina di anni, aveva assunto, durante l’amministrazione Obama, il nome, di origine nativa, di Denali. Per non scontentare troppo i nativi, il provvedimento di Trump che cassa oggi quel nome decide che il parco nazionale che circonda la vetta conserverà il nome Denali e altri luoghi da identificare potrebbero «onorare la storia e la cultura del popolo dell’Alaska», anche quella dei nativi. Che sono i discendenti da quelli che, attorno al 300 a. C., giunsero sui ghiacci dalle isole del mare di Bering. Alcuni di loro, oggi, sono coinvolti nei proventi delle trivellazioni di petrolio che Trump intende riprendere, anche nei parchi nazionali, con l’entusiastico slogan Drill, baby, drill! (Perfora, ragazzo!) pronunciato anche nelle feste del suo insediamento.

Cogliendo l’occasione, l’ordine esecutivo di Trump dà anche mandato al Direttore dell’Agenzia federale U.S. Board on Geographic Names, che ha il compito di individuare i nomi geografici, di «riesaminare i rispettivi incaricati per prendere in considerazione la possibilità di sostituirli», in un’ottica di repulisti di dissenzienti già statuita da un precedente ordine esecutivo, che licenzia centinaia di dirigenti, a partire da quelli del Tesoro, per sostituirli con suoi fedelissimi. Si tratta di un’applicazione, assai allargata rispetto a quello che avviene solitamente negli USA al cambio di presidenza, dello spoils system (un termine bellico che significa il bottino concesso ai vincitori). Finora applicato solamente ai massimi vertici amministrativi, e nemmeno a tutti, con una prassi che intendeva salvaguardare l’imparzialità della Pubblica Amministrazione rispetto all’alternarsi dei governi, ora è previsto che riguarderà intere dirigenze. Votare per Trump può essere dunque conveniente: se Musk aveva inventato una lotteria che assegnava in Pennsylvania un milione di dollari al giorno (1.000 dollari a testa) a chi sottoscriveva una dichiarazione di consenso a Trump e diffondeva il verbo MAGA durante la campagna elettorale, il nuovo presidente assegna oggi anche posti di lavoro, licenziando (e sostituendo) magari migliaia di dipendenti pubblici federali, da lui odiati in quanto collegati all’applicazione del welfare state statunitense (peraltro assai limitato), che sono sette volte più sindacalizzati dei dipendenti privati e sono anche tra i protagonisti della ripresa degli scioperi negli USA.

Tornando alla geografia, se è possibile per una Nazione modificare il nome di un luogo, procedura che, di solito, inizia localmente con un’istanza che viene dal basso e che Trump prende oggi direttamente nelle sue mani col monte McKenzie, non appare tanto facile farlo con aree marine condivise con altre nazioni, visto che appartengono ad ognuna di esse solamente per le prime 12 miglia dalla costa e il resto sono acque internazionali. Malgrado ciò, la seconda parte del provvedimento di Trump del 20 gennaio cambia il nome del Golfo del Messico, il più esteso del mondo, in Golfo d’America (dove – si presume – l’America sono gli Stati Uniti e non l’intero continente). Infatti, come recita l’ordine, «l’area precedentemente conosciuta come il Golfo del Messico è stata a lungo una risorsa integrante per la nostra nazione», le 1.700 miglia di costa statunitense lavorano nella pesca, nel turismo e hanno importanti scali commerciale e soprattutto «la ricca geologia di questo bacino lo ha reso una delle regioni più prodigiose al mondo per (l’estrazione di) petrolio e gas, fornendo circa il 14% della produzione di petrolio greggio della nostra nazione e un’abbondanza di gas naturale». E se il Messico per caso fosse contrario al cambio di denominazione del Golfo e continuasse a utilizzare il nome precedente? Si potrebbe pensare che la fastidiosa controversia possa essere risolta sbrigativamente a colpi di sanzioni, per dedicare utilmente il tempo alle prossime conquiste trumpiane della Groenlandia e del canale di Panama e all’incorporazione del Canada. Quest’ultima idea propone concretamente quanto immaginò il film del 1995 (satirico dell’espansionismo USA) Canadian Bacon di Micheal Moore, in cui un presidente in cerca di consenso decide di invadere il vicino del nord, le cui frontiere comuni sono le più estese degli Stati Uniti.

E se qualcuno fosse turbato, non solo dai luoghi naturali che ricordano i nativi sterminati o altri Paesi del mondo, ma anche dalla troppa arte moderna che insidia nelle città statunitensi la bella architettura classica? Per meglio dire, neoclassica, perché la storia di quel Paese consiste in soli 250 anni. Già nel 2017 Trump aveva diramato il Making Federal Buildings Beautiful Again, che sosteneva che solo il neoclassicismo incarnasse gli ideali dei “Padri Fondatori” (non fu dato sapere allora a quali documenti si facesse riferimento per evincere il loro parere postumo). Biden revocò il documento nel 2021 ed oggi Trump riprende l’intuizione con la produzione di un memorandum, inviato alle Amministrazioni, che intende recuperare quell’Ottocento che imitava le architetture di Roma e della Grecia antiche. Nel Promoting Beautiful Federal Civic Architecture del 20 gennaio Trump dirama infatti un “Memorandum per l’amministrazione dei Servizi Generali” perché siano presentate entro 60 giorni «raccomandazioni per far avanzare la politica che gli edifici pubblici federali siano visivamente identificabili come edifici civici e rispettare il patrimonio architettonico regionale, tradizionale e classico al fine di elevare gli spazi pubblici e nobilitare gli Stati Uniti e il nostro sistema di autogoverno». I progetti di edifici potranno essere ovviamente rifiutati se non seguissero le indicazioni architettoniche date. Seppur nel provvedimento si citi la necessità di un contributo propositivo delle comunità, anche in questo caso, la nuova amministrazione impone un’omogeneizzazione degli edifici pubblici che più in generale prefigura una cultura revanscista imposta dall’alto, che toccherà, ben più pericolosamente dell’aspetto degli edifici pubblici, anche le materie d’insegnamento scolastico, introducendo il creazionismo come caposaldo degli studi e mettendo nuovamente ai margini la storia di quella parte di popolazione che dallo Stato ha subito per decenni violenze ed emarginazione.

A proposito di questo ordine esecutivo, a qualcuno potrebbero tornare in mente le nuove denominazioni “italianissime” di Salabertano e di Salice d’Ulzio in Val di Susa imposte dal fascismo o l’architettura fascista e nazista che ricercava un passato “glorioso” per cercare di coprire col suo gigantismo la violenta repressione dei cittadini e della cultura. Ed oggi negli Stati Uniti non è difficile immaginare che anche monumenti di persone che hanno avuto un ruolo nefasto nella vita della Nazione potrebbero tornare al loro posto. Uno per tutti, quello di Charlottesville (in Virginia) dedicato al generale Lee, comandante delle truppe del governo secessionista e razzista del Sud durante la guerra civile del 1861-1865. La rimozione di questo simbolico monumento fu assai difficile e nel 2017 avversata da un’inquietante adunata di suprematisti bianchi, protagonisti poi anche dell’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2020. Un fatto, quest’ultimo, per cui gli attori (ma non il regista) furono condannati a pene detentive anche assai lunghe. E che sono stati in massa, in 1.500, amnistiati; anche quelli con che avevano compiuto gravi violenze, con una riscrittura della storia che li raffigura come eroi. A Charlottersburg, in quel triste giorno del 12 agosto 2017, fu uccisa la manifestante antifascista di 32 anni Heather Heyer, travolta da un SUV di un razzista lanciato contro la folla, che ferì anche 30 persone. Trump allora parlò indistintamente di uno scontro tra opposti estremismi. E nell’allora successivo dibattito con Biden disse poi la famosa frase riguardante il gruppo fascista Proud Boys: “Stand back and stand by“ (“State in allerta”), premonitoria dei fatti dell’assalto al Campidoglio. La donna uccisa è ancor oggi uno dei simboli del pericolo rappresentato dalla destra estrema statunitense, parte determinante della base militante del personaggio che ha conquistato la Casa Bianca.

Fonti:

I. McKinnon, Can Trump just order new names for Denali and the Gulf of Mexico? A geographer explains who decides what goes on the map, The Conversation, 25.1 (https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/restoring-names-that-honor-american-greatness/)

L. Montagnoli, Tra i mille discutibili provvedimenti di Trump ce n’è uno contro l’architettura contemporanea, Artribune, 25.1 (https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/promoting-beautiful-federal-civic-architecture/).

Gli autori

Ezio Boero

Ezio Boero, nato a Torino nel 1954, si è laureato in Scienze politiche con una tesi su “Politica dei trasporti e sviluppo urbano: il caso torinese”, ha fatto attività politica, sindacale e ambientalista. Da ultimo ha pubblicato “Storia sociale e del lavoro degli Stati Uniti”, StreeLib, 2019 (aggiornato nel 2023).

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