La mia speranza per la scuola è che, in tempi brevi, si ricominci a pensare collettivamente, per disegnare quella visione ampia e alta della funzione che essa dovrebbe avere in una società democratica. Di speranza si tratta, poiché, al momento, non vedo che pochi frammenti di tentativi in questa direzione. La scuola italiana è passata dall’essere una scuola per pochi all’essere una scuola di massa: la crescita, tumultuosa, avvenuta tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, come spesso capita alle crescite che avvengono in tempi brevi, non è stata priva di limiti. La scuola della Costituzione, quella scuola “organo costituzionale” di cui parlava Calamandrei e che sino alla nausea abbiamo sentito evocare, quasi fosse un fantasma, in questi decenni, non credo sia mai esistita. Nell’ultimo periodo, iniziato attorno al 1992, a pensiero unico trionfante, la scuola come luogo di emancipazione è divenuta soltanto un modo di dire che, a poco a poco, si è trasformato in una formula magica senza potere di incidere sulla realtà per chi ancora si schierava a sinistra e, per tutti gli altri, una pura bugia in malafede – nisi mendacium.
Sappiamo come sono andati gli eventi: la scuola della Repubblica ha subito un colpo durissimo con le leggi sull’autonomia scolastica (legge n. 59/1997, poi perfezionata con il decreto Presidente della Repubblica n. 275/1999) e sulla dirigenza (decreto legislativo n. 165/2001), volute da un Governo di centro-sinistra. A queste prime e decisive picconate, che hanno cominciato a compromettere la natura della scuola democratica, si sono aggiunte quattro riforme in un quarto di secolo, succedutesi l’un l’altra come le onde del mare. Nessuna di esse è stata pienamente realizzata, ma tutte hanno lasciato un sedimento coerente, che si è accumultato per costruire la “nuova” scuola italiana: un edificio instabile, asservito di fatto al mercato del lavoro, che ospita quotidianamente il disagio delle giovani generazioni e degli adulti che vi lavorano. In questo edificio traballante e gotico, costruito dagli sforzi congiunti di una classe di governo di centro-destra e centro-sinistra in quasi trent’anni, la trasmissione del patrimonio culturale che la società in cui viviamo ha accumulato nel corso dei secoli è una sorta di optional. Quel che conta è la “modernità”, l’essere al passo con i tempi, il rispondere adeguatamente alle sfide del presente.
Purtroppo questa perniciosa tendenza ha accomunato tutta la classe di governo italiana: certo, le sfumature sono state diverse, ma la sostanza no. Luigi Berlinguer, Moratti, Gelmini, Renzi hanno lavorato tutti nella stessa direzione: hanno consolidato l’ideologia meritocratica, la necessità di colmare il presunto mismatch tra scuola e mondo del lavoro ed hanno lasciato scivolare sempre più in basso quello che, con formula arcaica, definirò il docente-massa: un poveretto o meglio una poveretta (più dell’80% dei docenti è donna) che si trova ad affrontare problemi sempre più difficili, per risolvere i quali non ha gli strumenti adeguati, sottopagato, privo di prestigio sociale e culturale. Non dimentichiamoci, e lo dico amaramente, che una quota di docenti, quella che riesce a mettere le mani sui non pochi fondi che arrivano alle scuole (FIS, progetti europei, PNRR etc.) si procura con tale lavoro extra, sulla cui qualità media si dovrebbe indagare, la quattordicesima e anche la quindicesima mensilità e, quel che è peggio, contribuisce quasi sempre a consolidare un pessimo modo di far scuola. Come sono finiti i molti soldi del PNRR destinati alle scuole e che noi cittadini dovremo rimborsare in tutto o in parte? Ogni scuola ha avuto a disposizione centinaia di migliaia di euro, spesi in parte per l’edilizia scolastica, in parte per la digitalizzazione delle scuole. Proprio questo è l’aspetto più debole e inquietante: a dirigenti e docenti è stata affidata la “transizione digitale”, compito al quale, peraltro, non è detto che fossero pronti.
Non si tratta di essere nemici del nuovo, ma si tratta di ragionare. Una cosa è sicura: la scuola “4.0” ha sinora arricchito fornitori di servizi informatici, in particolare le multinazionali che producono dispositivi e software digitali. Tutto questo senza che ci sia un riscontro oggettivo rispetto alla necessità e validità di rafforzare l’uso di strumenti informatici nel processo di apprendimento e insegnamento. Anzi, al contrario, da parti autorevoli si alzano da parecchi anni voci contro il rischio dell’abuso e anche dell’uso delle tecnologie informatiche nel processo educativo. Che valore didattico avranno i 36.343 progetti (al costo medio di 72.668 euro ciascuno) censiti a fine del 2024 dal Sole 24 Ore? Avrà ragione la studentessa dell’Istituto Albertelli di Roma che dichiarava: “Ci insegnano a fare le storie su Instagram come la Ferragni”? E in quante scuole hanno avuto il coraggio, come, in prima battuta, hanno fatto collegio docenti e consiglio di Istituto sempre dell’“Albertelli”, di bocciare progetti che apparivano privi di senso? Pare, dalle notizie che posso leggere, che lo stesso “Albertelli” abbia poi incamerato i 270.000 euro destinati ai tre progetti (sic!) investendoli in iniziative più sensate che non l’acquisto di strumenti tecnologici costosi e destinati a veloce obsolescenza. Come sia andata nelle singole scuole non è dato sapere con precisione, ma è facile da immaginare.
La scuola italiana non ha bisogno di fondi la cui destinazione è di dubbia utilità didattica, né di riforme (o, più realisticamente, pseudo-riforme) che hanno costituito nell’ultimo quarto di secolo la prima causa di un continuo chiacchiericcio sulla scuola, naufragato talvolta nel folklore scolastico: dai grembiulini di Gelmini alla “scuola affettuosa” di Bianchi c’è stata materia abbondante per un sarcastico pamphlet. In queste chiacchiere a vanvera sulla scuola un accento di verità l’ha portato la “Buona scuola” di Renzi in cui finalmente abbiamo potuto leggere nero su bianco quello che è l’arcano della scuola italiana: lo Stato non ha abbastanza soldi per una scuola dignitosa e quindi è necessario l’intervento dei privati. Di tale dichiarazione non si sono accorti in molti e un numero ancor minore di persone si è scandalizzato. Ma non si pensi che il punto di vista di Renzi sia l’ultimo esito della degenerazione della scuola neoliberista. Basta aver la pazienza di leggere il dibattito sulla scuola nell’assemblea Costituente. I termini erano diversi e, in quel caso, c’era chi sosteneva che lo Stato dovesse contribuire economicamente al sostentamento delle scuole private (a quell’epoca, gestite quasi tutte dal clero). Non c’è, nella sostanza, gran differenza rispetto alla situazione odierna, poiché sappiamo benissimo cosa significhi oggi l’ingresso dei privati nelle scuole – i pochi fondi che potrebbero portare (o che hanno già portato) vengono restituiti dallo Stato con interessi da usura, piegando le finalità della scuola a quelle del mondo del lavoro.
Ho fatto riferimento ai lavori della Costituente per un motivo preciso: in quella sede non mancavano persone in grado di esprimere una visione ampia e alta del ruolo che la scuola statale dovesse giocare in una società democratica. Tra questi, Walter Binni – uno dei nostri grandi critici letterari del Novecento – che invitava, citando un altro nostro intellettuale, Riccardo Mondolfo, «a non considerare mai le giovani coscienze quasi come colonie di sfruttamento; a rispettare profondamente in loro la possibilità appunto di questa libera formazione che si può trovare solo nella scuola di Stato». Ancora Binni, ricordava l’importanza di garantire a tutti la possibilità di accedere a qualsiasi grado d’istruzione, poiché è questo che corrisponde «alle esigenze interne del mondo moderno … alle esigenze cioè di portare il maggior numero di persone al possesso dell’istruzione, della tecnica e alla consapevolezza conseguente di questo possesso».
Lo sforzo “di profondità e di vastità” di cui la scuola si dovrebbe far carico ci rimanda a quello che , secondo André Malraux «rappresenta il dramma e l’esigenza del mondo moderno: dare al numero maggiore possibile di persone il possesso di cognizioni, ma insieme dare ad esse la possibilità e la consapevolezza della loro destinazione umana». Il compito centrale della scuola democratica, direi fondativo, di garantire un sempre maggior grado di civiltà ed umanità e che nel 1946 apparteneva a tanti intellettuali, politici e cittadini, ha ancora qualcosa a che fare con i nostri tempi? La crescente informatizzazione, il dibattito vano sull’uso dell’intelligenza artificiale nella didattica, l’ultima tra le riforme italiane, quella del “4+2” – che consolida l’impianto classista della nostra scuola, che racconta senza pudore la favola della scuola che crea disoccupazione a causa del mismatch con il mondo della produzione – ci portano a dire che ci siamo dimenticati, collettivamente, dell’importanza di costruire, a scuola, cultura e senso di tale cultura, “consapevolezza della destinazione umana”. Avendo rinunciato – ripeto, collettivamente – a una riflessione profonda sulla scuola, ci avviamo verso un degrado che è, in primo luogo, morale. Quelle coscienze giovani, che già molti anni fa uomini che si occupavano di politica esortavano a non considerare “come colonie di sfruttamento” sono invece intorpidite, fiaccate, blandite da adulti che sembrano aver perso la bussola e che, se non la ritroveranno in fretta, pur navigando a piccolissimo cabotaggio, non saranno in grado di evitare che il mare si faccia sempre più tempestoso.

Sono totalmente incompetente per commentare un testo di così pregevole fattura. Ma se mi dovessero chiedere a che cosa serve la scuola risponderei così: a formare donne e uomini per un domani senza ingiustizie. Studenti onesti con i compagni, collaborativi con chi resta indietro, rispettosi degli insegnanti. Sicuramente l’educazione dei giovani è in capo alle famiglie ma la scuola è il luogo che plasma i giovani alla socialità nella diversità, di sesso, idee, caratteri, convincimenti religiosi e ogni altra differenza che forma la personalità unica di un individuo. Purtroppo invece è asservita al capitalismo che reclama solo ottimi lavoratori, possibilmente in feroce competizione tra di loro. Bisogna ripartire da “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani.
Stefano, grazie per le parole gentili. Non posso che essere d’accordo con il suo commento, in cui cambierei un solo aggettivo. Il capitalismo non vuole “ottimi” lavoratori, vuole lavoratori asserviti e obbedienti. Prima o poi si tornerà a dire un “no” secco di fronte alle ingiustizie.