Srebrenica, il teatro e la memoria del genocidio. Intervista a Roberta Biagiarelli

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Roberta Biagiarelli è un’artista multidisciplinare, maker culturale e formatrice. Nel 2002 fonda l’associazione Babelia – progetti culturali dedicandosi con slancio alla ricerca, produzione e interpretazione di temi sociali, storici e di genere attraverso spettacoli teatrali, documentari e pubblicazioni. Rappresenta una mosca bianca all’interno del panorama italiano, perché da decenni si occupa accoratamente di riproporre le tracce della memoria delle guerre balcaniche. Nella scorsa estate – in occasione del trentennale del genocidio di Srebrenica – ha esordito come podcaster e creato insieme a Paolo Rumiz il podcast dal titolo Srebrenica – Il genocidio dimenticato. Il podcast, prodotto da Chora Media è presente sulle principali piattaforme e ha avuto un successo sorprendente, è stato il podcast più ascoltato in Italia nel mese di luglio 2025. È un documento emozionante e di sconcertante attualità, che parla di ieri, ma dice di oggi molto più di tanti articoli di attualità. Le abbiamo posto alcune domande a questo proposito.

Il vostro podcast ha avuto il merito di ricordare un genocidio che, pur essendo vicino nel tempo e nello spazio, viene perlopiù dimenticato. Forse perché Srebrenica parla di noi. Non di un noi universale e generale, ma di un noi ben preciso, che ha una storia. Perché Srebrenica rappresenta un trauma così importante e ancora non ricomposto? Che rapporto ha concretamente con la coscienza europea?

Srebrenica è lo specchio di noi: questo è chiaro, ma lo sguardo con cui dobbiamo osservare quel luogo e ciò che di atroce vi è accaduto – un genocidio, appunto – deve farsi carico della consapevolezza che fa riferimento al mondo di ieri. Ci trovavamo nel Novecento, correva l’estate 1995 e non eravamo ancora stati catapultati dentro questo nuovo secolo naufragato nel disordine e nelle sue nuove regole. Srebrenica rappresentò un trauma e la fine dell’età delle illusioni e del “mai più la guerra”: viaggi della memoria, lezioni di educazione alla cittadinanza e all’interculturalità, e, improvvisamente tutto quell’edificio retorico di buoni sentimenti è miseramente crollato. È accaduto così, sulla fine del Secolo scorso, con una rapidità incredibile, in meno di una settimana, tra l’11 e il 17 luglio 1995. In pochi giorni si è consumato un genocidio nel cuore dell’Europa. 8.372 persone dichiarate ufficialmente vittime, ma in realtà gli scomparsi sono molti di più, intere famiglie trucidate, nessun superstite a denunciarne la scomparsa.

Ma cosa intendi per genocidio?

Un genocidio è il progetto di un assassinio sistematico e pianificato. All’epoca la guerra era meno tecnologica, non c’erano ancora i droni, ad esempio, bisogna calcolare bene le pallottole che servono, i litri di benzina per ammassare e trasportare gli uomini da eliminare, quante ruspe per scavare le fosse comuni dove nascondere i corpi, organizzare i pranzi e le birre per coloro che sparano. E tutto questo – nonostante gli sforzi di tanti per custodire la memoria a monito di un orrore da non ripetere – non è servito a farne un evento fondatore di una nuova coscienza europea. L’Europa non ha voluto portare quell’evento al centro della sua memoria come invece avrebbe dovuto fare. Il doppio standard oggi è chiaro e conclamato: da Srebrenica a Gaza i morti musulmani, purtroppo, fanno sempre meno notizia rispetto agli altri.

Una delle cose più emozionati dell’ascolto del podcast è sentir parlare la storia e, però, sentirla parlare due volte. Il racconto di ciò che è accaduto è al contempo il racconto di ciò che sta accadendo adesso. Perché Srebrenica è così attuale? Quale lezione dovremmo apprendere da quella storia?

Ciò a cui fai riferimento è per me una necessità teatrale. Quando si costruisce una drammaturgia, bisogna imporsi uno sguardo, un punto di vista, ma anche inserirne altri, inventare un ritmo narrativo in grado di far parlare la storia in modo vivo. Questo è il mistero del teatro che trasfigura il passato e lo rende presente. C’è, poi, un’inquietante attualità di Srebrenica, che non è certo un artificio teatrale. Alla cerimonia per il trentennale del genocidio (11 luglio 2025) c’era un numero enorme di giornalisti al Memoriale delle Vittime di Srebrenica a Potocari, così tanti che io non ne ho mai visto nelle commemorazioni precedenti. Il motivo è semplice: non potendo entrare a Gaza, i giornalisti sono andati nel luogo più vicino e più simile al genocidio in corso a Gaza. Ma noi non apprendiamo nulla dalla storia: i suoi mali si ripetono e noi li subiamo. In realtà noi stiamo comodamente rintanati al caldo in casa nostra, mentre le bombe cascano sui poveri cristi di Gaza, sui sudanesi, gli ucraini, gli iraniani… e potremmo stilare un lungo elenco. L’unica cosa che possiamo pro-attivamente continuare a fare è osservare la tragedia e raccontarla per strapparla all’oblio e alla velocità con cui le memorie vengono rimosse o peggio ancora negate. Penso al libro di Ivica Dikic, Metodo Srebrenica (Bottega Errante Edizioni), in cui l’autore ricostruisce in modo meticoloso, minuto per minuto, ora per ora, come è avvenuto il genocidio di Srebrenica. Ecco quello che dobbiamo fare: eliminare ogni zona d’ombra, perché se tu conosci non puoi essere ingannato. Il genocidio di Srebrenica è avvenuto in un buio mediatico totale: solo i vicini di casa potevano sentire le grida degli uomini trucidati, i colpi sparati, i movimenti dei mezzi. Tutto questo avveniva in prossimità di villaggi e cittadine abitate. Eppure, tutto proseguiva come se niente fosse e la vita andava avanti normalmente, esattamente come accadeva con i campi di concentramento. Serve mantenere ostinatamente viva la memoria per disinnescare il male e arginare l’indifferenza.

A un certo punto del racconto, Paolo Rumiz si chiede perché sul banco degli imputati al processo internazionale, accanto ai responsabili locali, non ci fossimo anche noi, che nella storia abbiamo un ruolo attivo e fallimentare.

La verità è che sul banco degli imputati della storia dovremmo esserci anche noi europei, già nel 1995 avevamo capito quanto fosse fragile il progetto europeo e come la luminosità dei suoi fondatori si andasse trasformando nel qualunquismo delle sue nazioni. C’è il bel libro L’Onu è morta a Sarajevo di Zlatko Dzdarevic e Gigi Riva (Saggiatore) che ha descritto le crepe dell’Onu in tempi non sospetti. Ci sono anche le parole dei testimoni che raccontano dei caschi blu interessati a comprare gioielli, antiquariato locale e opere d’arte da gente costretta a svenderli per poter recuperare al mercato nero qualcosa da mangiare durante il lungo assedio di Sarajevo. Ma forse non era solo una questione di debolezza personale. Un soldato di pace è per sua definizione una contraddizione. I caschi blu, di fatto, rimasero inermi di fronte al genocidio di Srebrenica. C’è quell’immagine esemplare rintracciabile facilmente su You Tube, in cui Karremans, il comandante dei caschi blu di stanza a Srebrenica, brinda insieme al generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, consegnando di fatto quelle povere persone alla morte. Forse la storia poteva andare diversamente se i caschi blu olandesi fossero intervenuti, ma avevano avuto l’ordine di non farlo: quelle persone dovevano essere sacrificate. In questi anni ho visto alcuni caschi blu olandesi tornare a Srebrenica e ripercorrere il loro senso di colpa. Quest’estate – lo racconto nell’episodio 5 del podcast – durante le commemorazioni mi sono casualmente trovata davanti un casco blu canadese. Ci teneva a far sapere la sua provenienza, perché i Canadesi furono i primi ad essere inviati a Srebrenica, dopo la dichiarazione di Zona Protetta nella primavera del 1993. Solo successivamente vennero sostituiti dagli olandesi. L’ammissione postuma dell’errore compiuto da parte dell’Onu arrivò troppo tardi. Per tutto il tempo l’Onu considerò le due parti in modo equidistante, invece si trattava di un’aggressione su una popolazione civile inerme, non di due eserciti che si fronteggiavano e questa tragica realtà richiama la catastrofica situazione in corso a Gaza.

Nel podcast sostenete che nelle pieghe del trattato di Dayton c’è la fine di ogni speranza interculturale e la rassegnazione all’idea che i territori debbano seguire i confini etnici, senza che ci si possa più mescolare. Si può sostenere che è quel trattato a sancire la fine definitiva dell’utopia cosmopolita che stava alla base dell’occidente moderno?

Gli accordi di pace di Dayton furono fortemente voluti dall’ex Presidente americano Bill Clinton, che chiuse letteralmente a chiave i leader in guerra tra loro, obbligandoli a trovare una soluzione. Gli accordi raggiunti posero fine al conflitto armato, ma esso di fatto prosegue ancora oggi in quei territori sotto altre forme e in modo pervasivo. C’è tutta un’atmosfera sospesa e in quei luoghi non c’è una pace di qualità. Gli accordi dovevano essere temporanei e preliminari a una transizione futura, invece si sono fossilizzati e dopo trent’anni sono ancora in vigore. Pensa che non sono mai stati tradotti dall’inglese in lingua locale, cosa che spesso induce a interpretazioni non chiare.

Ma cosa prevedeva l’accordo e perché non ha risolto i problemi?

Oltre alla smilitarizzazione, prevedeva una divisione del paese in due entità: la Republika Srpska o Repubblica Serba di Bosnia, con il 49% del territorio bosniaco, e, nel restante 51%, la Federazione Croato-Musulmana, composta a sua volta da dieci Cantoni autonomi. Divisione che, di fatto, sancì la pulizia etnica condotta negli anni precedenti. Srebrenica, sacrificata pochi mesi prima della firma degli accordi di Dayton (novembre 1995, con ratifica il 14 dicembre) oggi fa parte della Republika Srpska. Così gli aggressori non solo non sono stati puniti, ma sono stati premiati: i luoghi sottoposti a una ferrea pulizia etnica dal 1992 al 1995 sono stati loro assegnati. Contestualmente veniva istituita anche la figura dell’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, con un potere pressoché illimitato, incaricato di garantire che i principi degli accordi vengano rispettati.

Quali conseguenze ha oggi tutto questo?

L’eredità che l’Occidente ha imposto e lasciato sul campo è evidente: un territorio ripulito da ogni mescolanza e la fine del cosmopolitismo precedente. Basta guardare Sarajevo. Oggi è una città ripulita. I serbi vivono a Sarajevo est, dove hanno costruito un quartiere dormitorio, una maggioranza fortemente bosgnacca e una piccola percentuale di croati e di altre minoranze (tra cui gli ebrei). C’è un muro invisibile a Sarajevo, come in altre città bosniache, penso ad esempio a Mostar, una città totalmente divisa. A scuola sui libri di storia sono riportate due versioni opposte della guerra: nei libri croati c’è scritto che il celebre ponte di Mostar è crollato da solo il 9 novembre 1993, mentre nella realtà è stato cannoneggiato dall’esercito croato, dalla montagna, per oltre un anno. Il ponte di Mostar era un ponte con un forte significato simbolico: l’aveva costruito un architetto turco per unire la città, idealmente e concretamente. Nel 2004 lo Stari Most (vecchio ponte) è stato ricostruito, ma di fatto la città è rimasta separata. Gli Accordi di Dayton hanno segnato la fine del sogno cosmopolitica. Poi nel 2001 è arrivato l’attacco alle Torri gemelle e tutto il resto e il mondo è stato riportato alla divisione tra due emisferi, anche se la quotidianità prende altre direzioni e noi restiamo fortemente cosmopoliti e aperti, malgrado tutto.

A trent’anni da Srebrenica, le città bosniache sono ancora rigidamente divise in tre: non ci sono spazi condivisi, ma solo luoghi in cui ciascuno coltiva la propria memoria e prepara il proprio desiderio di vendetta. Persino i cimiteri sono riservati a chi appartiene alla stessa storia. Che cosa si sta preparando nel cuore dell’Europa?

Queste sono domande troppo grandi. Posso solo dire che in questi trent’ anni di frequentazioni balcaniche – soprattutto in Bosnia ed Erzegovina – ho capito che la parola riconciliazione è intrisa di retorica. Tanti soldi sono stati investiti in progetti che riguardavano l’elaborazione del conflitto. Anni fa a Srebrenica ho conosciuto un ragazzo che aveva partecipato a ben diciotto corsi di formazione sulla riconciliazione. Una presa in giro. Il desiderio di vendetta non è così diffuso, la maggior parte dei giovani non vuole sentire parlare di guerra, ma chiede giustizia sociale e si batte contro la corruzione. Chi ha le possibilità economiche emigra all’estero. Oggi la Bosnia ed Erzegovina è un paese estremamente impoverito, intellettualmente e anagraficamente, totalmente in balia di una classe politica piuttosto corrotta che si vende al primo offerente. Chi resta vive di fatto delle rimesse della diaspora disseminata in giro per il mondo. La guerra ha totalmente smantellato un’economia produttiva, uno stipendio sicuro viene percepito solo da chi svolge lavori legati alla politica, ma nonostante tutto ritengo che i Balcani ci offrano un punto di osservazione speciale. Ti racconto un aneddoto. Dopo qualche mese dall’aggressione all’Ucraina sono andata a Sarajevo, insieme a una mia amica giornalista locale. Siamo salite su un taxi e il taxista, come puoi ben immaginare, è sempre una persona ben informata sui rumors in città. Lui, un bosgnacco che aveva fatto la guerra degli anni Novanta, ci ha raccontato che dopo l’attacco russo all’Ucraina, la sua reazione e quella dei suoi amici, è stata quella di prendere le armi e andare a nascondersi nei boschi, pensando che la guerra avrebbe potuto in un lampo estendersi e far di nuovo piombare Sarajevo dentro all’assedio ad opera dei serbi. Molti di loro sono rimasti nei boschi una o due settimane, e stiamo parlando della reazione di alcuni cittadini di una città moderna come Sarajevo.

Il tuo lavoro ti porta da tempo a raccontare non solo in teatro ma anche nelle scuole e in altri luoghi di aggregazione e di cultura le vicende balcaniche. Ti segnalo, dunque, una mia sensazione. Mi sembra che, non fosse per alcuni grandi nomi, al teatro civile si preferisca ormai il teatro di provocazione o il teatro danza, per fare solo due esempi. Come se la cultura impegnata non fosse più la cultura civile. Pensi che il successo del vostro podcast possa cambiare questi equilibri? E in tempi di pace e soprattutto di guerra, quale funzione ritieni debba ritagliare per sé il teatro?

Non so se il mio impegno teatrale abbia a che fare con la lucidità, ma spero che possa avere una sua utilità. In realtà io rispondo a delle domande che mi pongo, a delle urgenze narrative che mi muovono nei miei percorsi di lavoro e che realizzo per condividerli con il pubblico. Mi chiedo: in che mondo vogliamo vivere? In un mondo di pace o in un mondo di guerre? È questa la questione dirimente. Spesso il mondo del teatro ufficiale in senso stretto, se ne dimentica, sembra più interessato alle sue vetrine autoreferenziali. Io sono una borderline, nel senso che da molti anni sono fuori dalle programmazioni delle stagioni dei teatri. Frequento mondi paralleli: associazionismo, scuole, università, società civile e in qualche modo mi sono inventata un pubblico di riferimento. Tutto questo ha un prezzo che pago, ma allo stesso tempo è qualcosa che mi dà una grande libertà, perché posso decidere in autonomia quale tema affrontare, fare ricerca e trovare le risorse economiche per poter produrre i mei progetti. Mi muovo dentro una libertà espressiva che comunica anche una verità storica. Questa credo sia l’originalità e la grandezza del podcast che abbiamo creato con Paolo Rumiz e la consulenza storica di Simone Malavolti grazie a Chora Media e a Coop Lombardia. Non avrei mai immaginato che sarebbe stato il podcast più ascoltato in Italia nel luglio 2025 e ancora in questi mesi gli ascolti sono sostenuti. È un risultato straordinario, se si pensa alla complessità dell’argomento storico che affronta: l’assedio e le dinamiche del genocidio di Srebrenica.

E quali indicazioni ne trai?

Non credo che il successo del podcast cambierà gli equilibri del piccolo mondo antico del teatro italiano. Ci vuole ben altro. La cosa significativa però è che un podcast non scade, resta lì, direi per sempre. Gli insegnanti potranno utilizzarlo per raccontare ai loro alunni la storia di Srebrenica. Serve a questo: a dare dei frutti non nell’immediato, ma nel futuro. In tempi di pace, l’arte non cambia niente, semplicemente serve ad allargare gli sguardi, uscendo dalle gabbie delle monoculture, spesso forgiate al maschile. Anche in tempi di sconfinamenti tra pace e guerra e di perdita di senso delle parole – come è questo nostro tempo – il teatro della realtà serve a interrogarci, ad approfondire, connettere corpi e respiri, costruisce un pensiero di comunità. Tutto questo oggi stenta a farsi spazio in un mondo sempre più polverizzato. Il teatro vive di visioni. Dobbiamo opporci alle politiche culturali che riducono l’arte a mero intrattenimento e pretendere un teatro che ci faccia tornare a ragionare e a pensare. In questi anni ho cercato di dare una voce alle vittime del genocidio di Srebrenica, ho creato relazioni stabili con i sopravvissuti, ho cercato di portare vita in quel luogo di morte. Il mio è un lavoro concentrico e stratificato, non lineare, affinché in quei territori spianati dalla barbarie, le persone non vengano né dimenticate né abbandonate. Il dopoguerra a Srebrenica è ancora oggi pesantissimo, quell’area è un luogo simbolico fortemente soggetto a manipolazioni, con la cittadina che si svuota sempre di più di anno in anno.

Lasciaci una conclusione.

Srebrenica non è qualcosa di legato al passato, ma un fatto storico che parla potentemente al nostro presente e che ci ingaggia e deve vederci coinvolti come possibili artefici e costruttori di pace per contrastare la perdita della memoria, la normalizzazione della brutalità, la guerra come unica via di uscita per la risoluzione delle controversie e le ripetute violazioni del diritto internazionale. In quel luogo, in quella guerra balcanica, c’erano già i germi dell’attuale disordine mondiale. La memoria del genocidio di Srebrenica, trenta anni fa, purtroppo è stata una profezia per ciò che sta accadendo adesso in altre geografie, per questo io continuo a raccontarla e a coltivare l’utopia della memoria.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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