La guerra alla democrazia ha raggiunto il culmine negli Stati Uniti d’America: nelle strade di Los Angeles, nelle università e, inevitabilmente, anche nei tribunali. Un pezzetto del conflitto lo ha scritto la Corte Suprema americana, che il 27 giugno, come annunciato dall’Ansa riportando la notizia, ha deciso di «consegnare a Donald Trump le chiavi per attuare tutti i suoi provvedimenti senza l’interferenza dei giudici federali». Scrutare le lezioni americane sulla giustizia diventa lavoro prezioso, se si vuole evitare che diventino manuali per il resto del mondo.
Per comprendere appieno la portata della decisione, bisogna fare un passo indietro. Appena insediato, il 20 gennaio 2025, Donald Trump ha emesso l’executive order 14160, il cui titolo rivela con feroce trasparenza il vento che soffia: “Proteggere il significato e il valore della cittadinanza americana”. Il provvedimento esclude che i figli degli immigrati illegali e degli immigrati con visti di studio, lavoro o turistici, nati sul suolo degli Stati Uniti, possano conseguire di diritto la cittadinanza americana. Si tratta di un editto in contrasto irrimediabile con il 14° emendamento, che rappresenta il cuore simbolico di una democrazia ri-costruita, dopo la guerra di secessione, sul fondamentale principio che gli schiavi e i loro discendenti potessero godere degli stessi diritti dei cittadini americani. Le prime parole dell’emendamento, approvato nel 1868 (fa parte, appunto, degli emendamenti della Ricostruzione), sono cristialline – «tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione sono cittadine edgli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono» – e hanno consegnato la forza del diritto anche alle lotte del XX secolo secolo per mettere fine alla segregazione razziale. Contro quel nitore ideale si è scagliata la politica trumpiana, in nome di un progetto autoritario e suprematista che mira ad amputare il We The People della Costituzione americana di intere generazioni di pelle non bianca. Insieme ai travel ban che hanno colpito gli studenti non americani dei campus, l’executive order 14160 ha finito per fare da cornice ideologica alle deportazioni che la guardia nazionale, le forze speciali anti-immigrazione e i marines (non si vedevano nelle strade dai tempi delle marce in Alabama, ricorda Luca Celada) stanno tuttora compiendo con violenza nella città di Los Angeles.
Siamo abituati a pensare alla democrazia americana in termini di tutto bianco, l’esaltazione dell’unico luogo politico davvero liberale, o tutto nero, l’ipocrisia di una realtà dove, se non hai i soldi in tasca, non vai da nessuna parte. La realtà, come al solito, è molto più complessa e screziata. La reazione all’ordine esecutivo non si è fatta attendere e, almeno quella passata dai tribunali, racconta tutte le potenzialità e le contraddizioni di quella democrazia, ivi compresi i chiaroscuri del sistema giustizia.
Molti Stati, due città – San Francisco e Washington – e alcune associazioni per la difesa dei diritti dei migranti e richiedenti asilo hanno impugnato il provvedimento presidenziale davanti alle corti distrettuali degli Stati di Massachusetts, Maryland e Washington. Immediatamente, i giudici di questi tribunali hanno emesso preliminary injunctions per sospendere l’efficacia dell’ordine esecutivo su tutto il territorio degli Stati Uniti. Potenti strumenti nelle mani dei giudici – impensabili alle nostre latitudini –, le c.d. nationwide injiunctions producono effetti ben oltre le parti della singola causa e, letteralmente, paralizzano il potere presidenziale per il tempo del giudizio necessario ad accertare se sia stato utilizzato contro la Costituzione. Sono una delle risorse delle democrazia americana, spesso contestata anche dalle amministrazioni democratiche che ne hanno fatto le spese. Fanno parte, tuttavia, della cultura e del tool kit dei giudici, difese dai giuristi progressisti sulla base di semplici argomenti: sono gli unici strumenti che consentono di adottare un rimedio efficace alle politiche aggressive dei beni comuni (salute, acqua, aria, paesaggio), nonché di prevenire la lesione dei diritti di migliaia di persone che, pur trovandosi in situzione simile a quella dei ricorrenti, non hanno forza e risorse per portare la loro vicenda davanti a un giudice. Sono l’unico bilanciamento, inoltre, alla curvatura esecutiva, unilaterale e verticistica della democrazia: se la politica non passa più dai rallentamenti della mediazione parlamentare, almeno abbia il contrappeso di decisioni giudiziarie in grado di far tornare in campo le voci delle minoranze.
Fin qui, si potrebbe dire, quasi tutta luce, ma le ombre non tardano a scendere. A sua volta, è stato il Presidente Trump a impugnare le ordinanze delle corti distrettuali davanti alla Corte Suprema, forte del fatto di poter contare – ecco il punto dolente – su sei giudici di fede conservatrice su nove, tre dei quali nominati da lui stesso nel primo mandato. Un credo, quello dei giudici costituzionali conservatori, esibito ai limiti della tollerabilità anche per un sistema abituato ai giudici elettivi: eclatante l’inchiesta del New York Times sul caso di Samul Alito, scoperto a esibire i vessilli utilizzati dall’estrema destra durante l’assalto a Capitol Hill. Anche questa volta la continuità politica non ha tradito: la pronuncia della Corte, adottata guarda caso sei a tre, ha messo severi paletti alle ordinanze ‘universali’, ossia efficaci ovunque e nei confronti di chiunque, restringendo il potere dei giudici distrettuali all’emissione di provvedimenti validi tra le parti in causa. La decisione non è sul merito dell’ordine esecutivo – quella è stata rinviata a dopo la pausa estiva –, ma sui poteri processuali dei giudici, limitati non soltanto nella specifica materia della cittadinanza, ma in tutti i casi di emissione di ordini esecutivi presidenziali: niente più ordinanze universali, salvo le ipotesi di class action. L’argine (forse) è caduto.
Perché questa vicenda dovrebbe interessare e preoccupare noi italiani e europei? Certo, c’è di mezzo il destino della democrazia americana, con la terribile impressione che il martello della Corte Suprema si sommi al rumore degli scarponi militari sul suolo di Los Angeles. Il futuro di quel Paese, lo sappiamo, può diventare destino di tutte le democrazie occidentali, specialmente di un’Europa che, di suo, sta mettendo il massimo impegno per allontanarsi dal tracciato dello Stato di diritto.
Ma c’è di più. I giudici, in una democrazia matura, servono a impedire che i capi espressi dalla maggioranza popolare, per quanto forte, possano accendere e spegnere la Costituzione a loro piacimento. Sono i termini esatti con cui James Robart, giudice distrettuale di Seattle, durante il primo mandato Trump, giustificò la sua decisione di bloccare un altro ordine esecutivo del Presidente. Nessuno è sopra la legge, nemmeno il Presidente eletto, nemmeno la maggioranza votata dal popolo. I nostri costituenti lo hanno scritto all’inizio della Carta, nell’art. 1: per esserci democrazia non è sufficiente che la sovranità appartenga al popolo; è necessario che il popolo e i suoi rappresentanti la esercitino nelle forme e nei limiti della Costituzione, rispettando i diritti inviolabili delle persone, soprattutto delle minoranze. I giudici, dunque, hanno il compito di presidiare e rendere saldo quel confine tra legittimo potere della maggioranza e arbitrio, ossia pretesa di svincolarsi dalla soggezione alla Costituzione e dal rispetto dei diritti. Per svolgere questo delicato ruolo, tuttavia, è necessario che siano muniti della massima indipendenza. Ecco perché, negli Stati Uniti, fervono i dibattiti per modificare lo statuto della Corte Suprema, le cui decisioni paiono scaturire troppo dalla omogeneità dei giudici alla politica del Presidente che li ha nominati.
Un simile dibattito, tuttavia, non sembra prendere avvio nel nostro Paese. Gli intellettuali e l’informazione liberal, allarmati (poco, a dire il vero) per le vicende americane, chiudono gli occhi davanti alle riforme costituzionali che l’attuale maggioranza di destra sta portando avanti in maniera sbrigativa. Il premierato, con l’elezione diretta del Capo del Governo e l’attribuzione di un cospicuo premio di maggioranza alla coalizione che lo esprime, consentirà con una certa facilità alla parte politica vincitrice delle elezioni di avere i numeri per scegliere i cinque giudici della Corte costituzionale di nomina parlamentare. Una manciata di voti oltre quelli del premio, poi, basterà per arrivare a eleggere un Presidente della Repubblica che orbiti nella sfera del governo, con l’aggravante che il Presidente, a sua volta, sceglie cinque giudici costituzionali. Dieci giudici costituzionali su quindici potrebbero diventare, come nella Corte Suprema americana, un addentellato del potere esecutivo, perdendo ogni possibilità di controllo autonomo e indipendente.
A questo si aggiunga che il premierato si sposa con una riforma dell’ordinamento giudiziario idonea a permettere alla maggioranza di scegliere una compatta schiera di politici da collocare dentro il Consiglio Superiore della Magistratura, non più bilanciata dai rappresentanti dei magistrati, che saranno estratti a sorte. Se si voleva una giustizia capace di remare nella stessa direzione del Governo – la deriva esecutiva e antiparlamentare della democrazia italiana è simile a quella americana –, l’obiettivo, in caso di approvazione di queste riforme, potrà dirsi raggiunto. Peccato che ai giudici, come visto, si deve chiedere tutt’altro ed è questione che non deve preoccupare solo le minoranze di turno. Lo ha detto bene Sonia Sotomayor, giudice della Corte Suprema che ha letto in aula la sua opinione dissenziente rispetto alla decisione adottata il 27 giugno: «Oggi la minaccia riguarda la cittadinanza per nascita, domani si potrebbe impedire a persone di alcune fedi di riunirsi per pregare» e così via, senza zone di immunità.
Difendere le prerogative di indipendenza e autonomia della magistratura, se sarà necessario anche con il voto referendario, dunque, significa proteggere il sale della democrazia, battersi perché questa possa ancora rimanere tale. Sappiamo che la democrazia – anche questo insegna l’America – è una promessa che va mantenuta con responsabilità e lotta. Se la promessa è sul punto di spezzarsi, facciamo in modo, come canta Bruce Springsteen, di non riscuotere ciascuno il nostro piccolo pezzettino di sogno. Il sogno è di tutte e tutti, altrimenti è di nessuno.
