La Costituzione – lo hanno rilevato tutti i commentatori – è stata salvata dai giovani. Sono gli stessi giovani che nei mesi scorsi hanno detto no al genocidio e alla complicità del Governo italiano con le politiche di guerra che stanno sconvolgendo la comunità internazionale. Con l’avvento del Governo Meloni è diventato stridente lo scontro fra l’idea di società della destra e il sistema delle garanzie: la magistratura ordinaria, ma anche quella contabile e anche le Corti internazionali. È nato da qui, dall’intento di indebolire le garanzie, il progetto manomettere la Costituzione. E gli elettori lo hanno percepito. Quel progetto è stato respinto grazie a una grande mobilitazione di migliaia di persone di opinioni, culture e fedi politiche diverse che si sono ritrovate insieme come per adempiere a una missione: quella di tenere aperte le vie del futuro di fronte alla prepotenza dei poteri selvaggi che hanno rimesso sul trono la guerra e la violenza al posto delle Costituzioni e dello Stato di diritto. Le forze politiche che hanno vissuto la Costituzione come una sconfitta storica stanno cercando di prendersi la rivincita: non solo con politiche antitetiche a quelle scritte nella Carta fondamentale ma anche cercando di intestarsi una nuova Costituzione fondata sul premierato assoluto, su un assetto istituzionale lesivo dell’indipendenza della magistratura, sull’introduzione dell’autonomia regionale differenziata. Il tutto all’interno di una riscrittura della storia nazionale. Ebbene, queste forze il 23 marzo hanno subito una chiara battuta d’arresto. Milioni di persone si sono alzate in piedi, e hanno detto no.
Non si è votato – è stato chiaro fin dall’inizio – su questioni tecniche. Che in Italia sia stato realizzato compiutamente o meno il processo accusatorio è questione che, escluso un microscopico gruppo sociale, non interessava a nessuno. A portare alle urne tanta parte del popolo italiano che aveva disertato il voto nelle politiche, per mobilitare tanta parte del mondo giovanile, rimasto per lungo tempo estraneo alla politica, è stato altro. Una motivazione ben più forte, leggibile, appunto, nel filo rosso che lega al voto del 22-23 marzo la straordinaria mobilitazione delle piazze contro il genocidio a Gaza dello scorso ottobre, la rivolta contro il progetto dell’autonomia differenziata (che ha mobilitato soprattutto il Sud), la rivendicazione dei diritti sociali alla base dei referendum sul lavoro della scorsa primavera. Con il voto del referendum si è detto no a una politica di accentramento dei poteri a danno dello Stato di diritto, di legittimazione della guerra e delle politiche di potenza. Il No è stato un voto per la pace contro l’arbitrio dei potenti, per la democrazia, contro l’autoritarismo, per i diritti sociali, contro i privilegi di classe, per il wellfare contro il warfare.
Per questo la vittoria del No nel referendum rappresenta un punto di svolta: arresta una politica di smantellamento dei caratteri originali e profondi della Costituzione. Questa volta il tentativo di manomettere la Costituzione era ancora più pericoloso delle controriforme tentate da Berlusconi nel 2005 e da Renzi nel 2016 perché colpiva il sistema delle garanzie, che i costituenti avevano voluto robusto per scongiurare il pericolo che nel futuro dell’Italia ci potesse essere un ritorno al passato, verso nuove forme di dittatura della maggioranza. Se nella costituzione materiale è stato possibile comprimere il principio della centralità del Parlamento attraverso leggi elettorali truffaldine che hanno modificato la qualità della rappresentanza sino al punto di trasformare le maggioranze parlamentari in tifoserie del governo, lo stesso risultato non è stato possibile conseguirlo sul versante del sistema giudiziario.
Grazie alla mobilitazione di sindacati, associazioni civili, gruppi di volontariato, a cui si sono uniti i partiti politici dell’opposizione, si è fatta strada la consapevolezza che la vera posta in gioco era la Costituzione con i suoi valori fondamentali: equilibrio dei poteri, pluralismo, valore delle differenze nell’eguaglianza, giustizia sociale, ripudio della guerra, promessa di pace per le generazioni future.
Ora bisogna mettere a frutto la lezione che viene dal voto. Dobbiamo chiedere che non si dia corso al progetto di premierato, neanche indirettamente attraverso l’introduzione di una nuova legge truffa elettorale; che siano bloccate le pre-intese con le Regioni per introdurre forme di autonomia differenziata; che vengono rimosse le norme che criminalizzano il dissenso, i poveri e gli emarginati; che venga abbandonato il disegno di legge di contrasto all’antisemitismo (cioè al dissenso verso le politiche criminali dello Stato d’Israele); che venga fermata la corsa al riarmo; che l’Italia si ritiri dalle guerre nel Medio Oriente e nel Golfo, cessando ogni collaborazione militare con Israele e con gli USA. Se vogliono gonfiare le loro vele al vento del referendum, le forze politiche d’opposizione, anziché accapigliarsi sulla leadership, propongano un progetto politico all’altezza di questi problemi globali. Non è difficile trovare le fonti d’ispirazione: stanno tutte scritte nella Costituzione.
