Umberto Bossi: non folklore, veleno per la democrazia

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I coccodrilli dedicati a un politico appena defunto, benché avversario della democrazia, trasudano di retorica, ma sono anche lo spazio della pietà umana per un uomo scomparso dalla scena pubblica a causa della salute. L’irrilevanza e l’inermità dell’anziano producono toni accorati e sfoggi di empatia rivolti a chi da tempo era passato dagli urli minacciosi alla sedia a rotelle. La cruda verità non entra nelle condoglianze e nelle commemorazioni, neppure in quelle che, tradendo di non saper bene cosa dire, si limitano a ripetere il ritornello del parlamentare aggressivo, ma che avrebbe fatto la storia, nel bene e nel male.

Di quale storia parliamo, di chi stiamo parlando? Innanzitutto non capisco come sia possibile dimenticare le sparate sui trecentomila fucili contro Roma; l’astio contro i terroni, le minacce di sciopero fiscale; l’invenzione di una nazione inesistente (poi dimenticata); il Bianco Natale di Coccaglio; più rum meno rom; le allusioni da KKK ai “bingo bongo”; il sindaco di Milano chiamato Albertina; la garrota per gli omosessuali; la boutade delle pallottole di gomma sugli immigrati travestiti da leprotti, tanto per far esercitare i cacciatori; l’attacco ai professori meridionali (eccomi). Nel ‘93 si rivolse alla parlamentare Boniver dicendo di essere armato di manico; dieci anni dopo disse che i vecchi democristiani, per i danni fatti al paese, andavano fucilati. Si getta il sasso e si attira attenzione, poi si vedrà. Mai coi fascisti? E poi ci si mangia insieme per decenni. Mai un Presidente del Consiglio della P2 (usando parole sue)? E poi scambi di poltrone secondo l’abitudine di quella Roma ladrona che denunciavano all’infinito (49 milioni di volte). Ma questa non è solo la storia di una parola lordata di fogna e ipocrisia, di una lingua ormai orfana della ragione e del rispetto per i fatti, premessa di Trump e dei social. Questa è solo la prima delle funeste eredità che ci ha lasciato.

In secondo luogo, occorre rievocare la legge sull’immigrazione, che ha prodotto lavoratori stranieri più deboli e sfruttabili, un’umanità resa illegale e quindi più disponibile alla soggezione. Operai ricattati con la paura dell’espulsione, braccianti a venti o venticinque euro al giorno, braccia e solo braccia, private di quella dignità umana che adesso le prefiche rivendicano contro chi contesta la santificazione. Sono decenni che queste vite sono lontano dai radar, mai integrate perché utili a rientrare nella categoria dell’intruso e deviante per natura. Anche chi si lamenta della rozzezza sembra vedere la canottiera e non il dramma dell’indifferenza, il diploma alla Radio Scuola Elettra e non le condizioni politiche per l’abuso dei corpi-macchine migranti. Dietro le frasi sui barconi da prendere a cannonate troviamo la dura realtà di un Mar Mediterraneo ridotto a cimitero gigantesco, dietro il folclore del Parlamento del Nord e delle ronde verdi o celtiche abbiamo un sottobosco di coristi della ghettizzazione, come quegli studenti che mi accoglievano a scuola, conoscendo le mie origini partenopee, cantando «senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani…»; oppure come quelle insegnanti che non sempre credono che bambini nati in Italia ma figli di stranieri possano essere orientati ad iscriversi al liceo.

Dopo il degrado linguistico e l’invisibilizzazione delle vite marginali, la terza eredità risiede nel razzismo, non più attenuato, camuffato o nascosto nell’ombra. Oggi pochi di loro ripeterebbero lo slogan “aiutiamoli a casa loro”, perché concentra l’attenzione sull’aiuto, bene che non c’è più bisogno di promettere, sostituito da un “Fora dai ball!” più viscerale. Una volta, in una trasmissione televisiva, Paolo Villaggio accusò gli esponenti di questo etnonazionalismo localistico di non essere abbastanza audaci e coerenti, come fossero sbiaditi, eufemistici, decaffeinati. Diceva: «Perché fermarsi agli immigrati? Liberiamoci di tutto quello che dà fastidio alla nostra cultura: anziani, storpi, ciechi. Il problema di voi leghisti è che non avete la personalità dei nazisti». Tolta la camera a gas e la soluzione finale avremmo infatti una sorta di nazismo sostenibile, in cui però una quota di immigrati è sempre salutare, perché serve da canale di scolo della rabbia popolare e da portafoglio politico di chi avrà sempre un nemico da additare e una comoda poltrona da cui lanciare la crociata. Che sia antimeridionalismo o antifiscalismo o disprezzo invidioso per la capitale, non bisogna essere particolarmente brillanti per agitare un pericolo, per banalizzare le questioni e spacciare ogni resistenza morale, ogni atto di empatia, per quello che gli imperialisti dell’Ottocento chiamavano “umanitarismo”, i fascisti “pietismo” e questi imprenditori della discriminazione “buonismo”.

Infine, il populismo meno rispettoso possibile per la razionalità degli elettori. Si può vivere agevolmente dei peggiori istinti umani, si può lucrare sul male, sull’odio e sulla prevaricazione del privilegiato sullo sfortunato. Si può generare la propria forza mettendo i deboli contro altri deboli, i fragili per geografia contro quelli per cultura, gli sventurati per reddito contro i terrorizzati dalla complessità. In un tempo di genocidi e guerre non si può ridurre al pittoresco questa spregiudicatezza; non erano battute innocenti, non erano solo richieste di attenzione. La gente ama scaricarsi sugli ultimi arrivati, che siano meridionali o stranieri: non è un problema educativo di tutta la società democratica, anzi, è un cespite, un’opportunità professionale, un’occasione per fare affari politici! Un populista privo di scrupoli fa tesoro di tutto l’analfabetismo etico, capitalizza tutta la maleducazione e l’inciviltà che può trovare fra i suoi elettori. Quando non ne trova, ce la mette lui, e se ne trova poca, la potenzia e l’aumenta. L’assurdo non è pensare che non esistano ingenui tanto irrecuperabili da credere che un presunto Dio Po possa essere rinchiuso in un’ampolla, l’assurdo è non sapere che altre favole e truffe seguiranno, altre pagliacciate con assonanze nazistoidi, emblemi della prepotenza del mito sulla ragione. I cortigiani dell’Umberto avranno fallito sul federalismo, l’autonomia, la devolution o la secessione o altre espressioni atte a travestire il loro egoismo territoriale, ma questi quattro veleni sono ancora circolanti, dentro il corpo già ferito della democrazia. Chi la vuole salvare, non può non accorgersene.

Gli autori

Luca Tedoldi

Luca Tedoldi, professore di filosofia e storia, insegna nel Liceo Banfi di Vimercate.

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