La Siria in guerra e l’accordo tra Governo e Forze democratiche del Nord Est

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La rivolta armata scoppiata nell’area costiera della Siria, popolata in gran parte da famiglie appartenenti alla minoranza religiosa alawita, ha costituito il casus belli per un massacro di civili da parte del Governo. Oltre mille persone sono morte in quattro giorni, almeno tre quarti delle quali civili. Il Consiglio militare per la liberazione della Siria – gruppo di ex militari baathisti vicino alla cosiddetta Resistenza popolare siriana, formatasi lo scorso dicembre – ha attaccato un convoglio governativo il 6 marzo dando inizio agli scontri. Il gruppo ha mostrato la capacità di prendere brevemente il controllo di diversi villaggi, contando sul supporto o la neutralità di una parte della popolazione dell’area. Ha dato anche conferma dell’apparente incapacità delle forze islamiste di rinunciare a una concezione della politica costruita sul suprematismo e sulla negazione della differenza. Uomini inviati dai ministeri della difesa e dell’interno del Governo di transizione non hanno infatti esitato a condividere sui social media, come in precedenti fasi della guerra, i video delle loro prodezze: esecuzione sommaria di civili inermi nei cortili e nelle case, assassinii di prigionieri feriti e umiliazione e torture degli arrestati. Se lobiettivo degli insorti – restaurare il deposto regime baathista – era assurdo, in tutto il paese, e non soltanto sulla costa, è cresciuta in questi giorni la paura, la disillusione o l’insofferenza verso il Governo di transizione e Al-Jolani/Al-Shaara. Questo ha prodotto tensioni crescenti nella capitale, dove manifestazioni hanno chiesto la fine dei massacri ma sono state fronteggiate da aggressivi cortei islamisti e disperse dal Governo.

Dopo 48 ore di imbarazzante silenzio, i governi alleati di Damasco hanno iniziato a condannare le atrocità. Anche miliziani della HTS (“Organizzazione per la liberazione del Levante”, attualmente al Governo, ndr), inviati nell’area per reprimere la rivolta, hanno mandato videomessaggi al presidente denunciando l’incompatibilità di quanto accadeva con l’insegnamento islamico. Le proteste e condanne per l’operato del Governo nell’area costiera sono cresciute nel corso delle ore, anzitutto da parte dell’Amministrazione democratica del nord-est (DAA) di cui le Forze siriane democratiche (SDF) sono autodifesa popolare. Proteste sono giunte anche dai rappresentanti della minoranza drusa e dalle organizzazioni ecclesiastiche ortodosse, mentre i cattolici hanno mantenuto un profilo decisamente basso, evitando di criticare il Governo. Al-Shaara, messo alle strette dal montare dell’indignazione nazionale e internazionale, ha annunciato una commissione d’inchiesta per individuare i responsabili, delle quale dovrebbero far parte anche personalità alawite. Il ministro della difesa Al-Ghani ha dichiarato che anche persone «molto vicine» al Governo, se individuate come responsabili, saranno punite. Con una mossa inaspettata e improvvisa, Al-Shaara ha poi accolto nel suo palazzo il comandante delle SDF Mazlum Abdi per firmare un accordo riguardante il percorso di integrazione della DAA e delle SDF nella nuova repubblica, e il riconoscimento costituzionale dei diritti civili dei curdi siriani, dal 1962 in gran parte privati della cittadinanza e dei diritti fondamentali. Al-Shaara ha incontrato, la stessa sera del 10 marzo, una ventina di rappresentanti delle comunità druse, senza raggiungere accordi definitivi.

Legittimazione internazionale e disinformazione

La mancanza di informazione sulla Siria, pease in cui si incrociano molteplici interessi internazionali, ha indotto molti a pensare che i massacri sulla costa degli ultimi giorni siano stati il primo scoppio di violenza dopo la presa del potere di HTS l’8 dicembre. La guerra siriana, in realtà, non si è mai fermata e, tuttora, non è finita.

Dall’8 dicembre la Turchia bombarda ogni giorno la DAA (ndr: che si ispira al confederalismo democratico e governa quasi un terzo del territorio siriano: https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2024/12/30/il-futuro-della-siria-lopzione-del-confederalismo-democratico/) in appoggio a una pletora di gruppi islamisti da lei diretti e controllati, che nel 2017 hanno assunto la discutibile denominazione di “Esercito nazionale siriano”. Oltre a centinaia di morti tra i belligeranti, sono state compiute stragi di manifestanti pacifici che si oppongono a questa aggressione nei pressi di Tishreen, e uccisioni di giornalisti che diffondono informazioni sul terreno. Secondo lOsservatorio siriano per i diritti umani 631 persone hanno perso la vita in quella zona tra il 12 dicembre e il 2 marzo. Non sono mancate inoltre decine di assassinii a sfondo politico o settario nel resto del paese, e una persistente guerriglia contro la DAA condotta da Daesh ai limiti del deserto centrale. Nel sud del paese decine di gruppi armati arabi e drusi – quelli che hanno liberato Damasco l’8 dicembre, prima che HTS giungesse nella capitale – si dividono da mesi sull’atteggiamento da tenere verso il Governo. Il 24 febbraio è stata annunciata la formazione del Consiglio militare di Suwayda (capoluogo a maggioranza drusa) che ha dichiarato di voler assumere responsabilità di autodifesa nella provincia, promuovendo uno Stato unitario democratico e secolare, ma decentrato e federale. Tali obiettivi riecheggiano quelli promossi dalla DAA. Il Consiglio militare di Suwayda, che pure non fa parte delle SDF, ha scelto una bandiera e uno stemma identici a quelli usati dai consigli militari affiliati a questa organizzazione. Tra l’1 e il 2 marzo sono scoppiati scontri a fuoco tra formazioni armate druse e forze governative alla periferia di Damasco, che hanno lasciato sul terreno 2 morti. Il 7 marzo, mentre i sopravvissuti ai pogrom di Latakia e Tartus fuggivano terrorizzati verso la base russa di Hmeimim, nuovi gruppi armati drusi, decisi a evitare un destino analogo per la loro comunità, hanno deciso di aderire al Consiglio.

Nonostante tutto questo i paesi della Lega Araba, e soprattutto della Nato, hanno offerto in questi mesi un frettoloso riconoscimento, almeno de facto, all’esecutivo di Damasco, mostrando di saper superare in fretta le presunta avversità al “fondamentalismo” o al “terrorismo” perché ansiosi di concretizzare un progetto di occupazione economico-finanziaria del paese. Tale progetto è propiziato dalla volontà del Governo di transizione di inserire il paese nei circuiti neoliberali del debito globale: il 20 gennaio il ministro dell’economia del governo transitorio ha partecipato al World Economic Forum di Davos – un inedito per la Siria – e il 16 febbraio Kristalina Georgeva, direttrice del Fondo monetario internazionale, ha annunciato un nuovo percorso di cooperazione con il paese, che pure è parte dell’organizzazione dal 1947. Questa linea è in continuità, per un paradosso soltanto apparente, con il percorso del Baath ante bellum, che aveva portato alla firma di un patto per l’ingresso nel WTO il 4 marzo 2010. Poiché le linee di credito del FMI vengono attivate sulla base di impegni scritti a rispettare programmi di sistematico smantellamento dei diritti sociali e del lavoro, e la svendita dei contratti per la ricostruzione e lo sfruttamento del suolo, anche analisti legati all’ex opposizione siriana hanno espresso dubbi e preoccupazioni su questo indirizzo. Tale strategia, tuttavia, si radica nello squilibrio politico che si è creato nel paese. HTS e l’Esercito nazionale incarnano un’opzione politica temuta e minoritaria, e l’unico modo per riuscire nellimpresa di mantenere il potere sarebbe, se non la rinuncia alle proprie rigidità ideologiche e l’incontro a metà strada con altre forze politiche, una gran quantità di violenza sociale programmata su un lungo arco temporale. Ciò necessita di una fortissima e decisiva legittimazione esterna, e l’Islam “politico” giunto al potere si è mostrato pronto ad ottenerla con una contropartita economico-finanziaria di tipo neo-coloniale.

L’approccio militare al processo costituente

Tra fine novembre e inizio dicembre, quando HTS si è mossa alla conquista di Aleppo, Hama e Homs, Al-Jolani/Al-Shaara insisteva sulla promessa di un processo politico inclusivo qualora il regime baathista fosse stato sconfitto. Non pochi villaggi e comunità cristiane e sciite, lungo la strada per la capitale, gli hanno aperto la via senza opporre resistenza, sorpresi dall’inedita disciplina dei miliziani e ansiosi di liberarsi del vecchio regime. Del tutto diverso fu il comportamento delle bande dell’Esercito nazionale dirette verso est per attaccare la DAA su indicazione del governo turco, che si sono abbandonate già allora a crimini e soprusi contro profughi, donne e prigionieri. Si tratta delle forze che dal 2018 hanno espulso dalle loro case centinaia di migliaia di persone dai territori occupati rimpiazzandole nel tempo con famiglie legate a gruppi islamisti, o profughi obbligati ad arruolarsi e combattere per i progetti di ingegneria demografica promossi da Erdoğan. Nei territori occupati dalla Turchia l’Esercito nazionale dipendeva formalmente da un governo fantoccio ad interim, distinto da quello creato nello stesso periodo da HTS in territori limitrofi e detto “Governo di salvezza”. Negli ultimi anni HTS ha condotto una politica aggressiva verso i gruppi dell’Esercito nazionale, accusandoli di corruzione e banditismo. Nel 2022 ha condotto operazioni militari contro alcuni di essi, con l’obiettivo (riuscito) di assorbire nei propri ranghi molti dei loro miliziani. Sebbene già durante l’avanzata su Aleppo di novembre HTS sia dovuta intervenire per limitare le violenze i saccheggi dei gruppi dell’Esercito nazionale, il 24 dicembre è da questi gruppi che Al-Shaara ha ottenuto una dichiarazione di lealtà al nuovo ministero della difesa. Poche ore dopo è stato scatenato il primo pogrom anti-alawita sulla costa in risposta a manifestazioni di protesta, di cui quasi nessuno, alle nostre latitudini, ha parlato.

Il 29 gennaio le fazioni dell’Esercito nazionale si sono riunite nuovamente con i miliziani di HTS a Damasco per proclamare Al-Shaara presidente della Repubblica, da cui è seguito lo scioglimento del Parlamento fino a quel momento sospeso, l’annullamento della Costituzione e la dissoluzione formale tanto di HTS quanto dell’Esercito nazionale in un nuovo esercito. Il processo costituente ha quindi seguito un percorso squisitamente militare e ha incluso esclusivamente fazioni islamiste, escludendo l’intero spettro politico restante delle opposizioni al regime baathista. Le due compagini di questo processo, d’altra parte, sono abbastanza diverse da aver lasciato crescere un clima di sospetto reciproco circa le rispettive lealtà e intenzioni. Al-Shaara ha amnistiato i soldati del vecchio regime, ma non i militanti islamisti a lui avversi, incarcerati in questi anni a Idlib. I gruppi provenienti dall’Esercito nazionale mantengono invece legami diretti e non trasparenti con il Governo turco, che mettono in dubbio la riservatezza delle informazioni del nuovo esercito e quindi l’indipendenza del nuovo Stato. Lo stato di salute dei gruppi provenienti dall’ex Esercito nazionale è inoltre messo alla prova da una significativa emorragia di effettivi, poiché molti profughi obbligati a combattere negli scorsi anni cercano da mesi di lasciare le armi e tornare alle proprie case. Il Governo ad interim legato a questi gruppi nelle zone di occupazione turca ha dichiarato la propria smobilitazione il 30 gennaio, e il trasferimento dei poteri a Damasco.

Il 6 febbraio componenti delle nuove forze armate legate ad HTS sono entrate ad Afrin, città-simbolo delle violenze dell’occupazione contro i civili curdi. Centinaia di famiglie sfollate in quell’occasione si sono messe in auto nelle scorse settimane sperando di poter rientrare nelle proprie case, ma le hanno trovate occupate dalle famiglie insediate dalla Turchia, che chiedono cifre consistenti per andarsene. Le nuove autorità locali – che restano in alcuni casi le stesse di prima – hanno mostrato finora di non sapere o non voler regolare questa questione.

L’assenza di un processo politico

Lo scioglimento formale dellEsercito nazionale non ha daltronde portato la pace sullEufrate, addossando semmai al Governo di transizione la responsabilità delle operazioni contro le SDF decise e imposte dalla Turchia. Gli attacchi sono proseguiti pur senza riuscire a rompere le linee di difesa della DAA. Mazlum Abdi, per conto delle SDF, si è comunque congratulato con Al-Shaara per la sua investitura a presidente, invitandolo non solo a visitare la DAA, ma a includerla nel processo di unificazione del nuovo Stato secondo modalità da concordare. La DAA non cessa per questo di denunciare la presenza nel nuovo esercito di criminali di guerra quali Abu Hatem Shaqra, capo della banda Ahrar Al-Sharqya (responsabile tra l’altro dello stupro e dell’assassinio della politica curda Havrin Khalef nel 2019); o il famigerato Abu Amsha cui molti, inclusi militanti di HTS, attribuiscono alcune delle peggiori stragi alawite dei giorni scorsi. La DAA ribadisce da settimane che una Siria davvero nuova dovrà assicurare questi individui alla giustizia.

Il 30 gennaio decine di scrittori e intellettuali siriani, che si sono opposti al regime baathista durante la guerra, avevano pubblicato un appello pubblico chiedendo al nuovo Governo «il ripristino delle libertà pubbliche fondamentali, prime fra tutte le libertà di riunione, protesta, espressione e credo [] il diritto di costituire partiti politici, giornali, piattaforme e forum, nonché le libertà sociali, compreso il diritto di formare sindacati e associazioni indipendenti dal controllo statale». L’appello affermava che «lo Stato non deve né imporre né interferire nei costumi delle persone in materia di cibo, bevande, abbigliamento o altri aspetti della vita quotidiana» (riferendosi alle angherie che molte donne hanno denunciato, in questi mesi, da parte dei nuovi poliziotti e militari) e «rispettare senza riserve i trattati e le convenzioni internazionali».

In questo clima Al-Shaara ha annunciato a inizio febbraio la convocazione di una Conferenza per il dialogo nazionale, creando legittime aspettative nel paese. La DAA, convitato di pietra con 80.000 combattenti nelle SDF (i miliziani di HTS e dell’Esercito nazionale confluiti nel nuovo esercito a stento, uniti, arrivano a questa cifra), ha dichiarato nuovamente la sua disponibilità non solo a partecipare ma, a integrare le SDF nel ministero della difesa come blocco autonomo, e a smobilitare i combattenti non siriani delle SDF (cosa che HTS e i gli altri gruppi islamisti non hanno fatto) per venire incontro alle preoccupazioni del Governo turco (che considera le SDF un’emanazione del PKK, il movimento confederalista armato che agisce in Turchia). I rappresentanti delle SDF e della DAA non sono stati tuttavia invitati alla conferenza, che ha visto la partecipazione degli stessi gruppi che avevano nominato Al-Shaara presidente. Quest’ultimo ha annunciato un processo immediato verso una Costituzione transitoria, che una commissione di “esperti” sta già redigendo. La fase “transitoria” durerebbe ben quattro anni, e soltanto tra cinque anni si terrebbero elezioni. Basterebbe molto di meno per lasciar pensare alla creazione neanche tanto velata di condizioni per instaurare un nuovo regime.

La svolta del 10 marzo

La dichiarazione di autonomia del Consiglio militare di Suwayda il 24 febbraio è stata seguita da un annuncio israeliano: nessun movimento di truppe siriane verrebbe tollerato, in Siria, a sud della capitale (un territorio molto più grande di quello già illegalmente occupato da Israele nel 1967 e nel 2024). Media e opinionisti israeliani hanno insistito inoltre, in questi mesi, sulla necessità che lo Stato ebraico penetrasse ulteriormente in Siria per sostenere le minoranze druse e curde contro il nuovo Governo e la Turchia. Il Consiglio militare di Suwayda non ha voluto commentare queste dichiarazioni, ma la disponibilità a cooperare con Israele non sarebbe una novità per i gruppi curdi alleati della Fratellanza musulmana e della Turchia, detti Consiglio nazionale curdo in Siria, che si oppongono internamente alla DAA, promossa da un movimento che ha una lunga storia di solidarietà con la causa palestinese. Lo stesso Mazlum Abdi, tuttavia, ha dichiarato che le SDF, se accerchiate dalle truppe di Damasco e dalla Turchia, accetterebbero sostegno da chiunque.

L’esclusione della DAA dal processo politico di febbraio e la persistenza degli attacchi lungo l’Eufrate, accanto al velato annuncio statunitense di un imminente ritiro dalla DAA, in cui hanno postazioni dal 2016, sembravano fino a pochi giorni da confermare un accerchiamento in corso. Il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria sarebbe indubbiamente una buona notizia in astratto, ma rischierebbe di provocare, come quello della Russia, una spartizione del paese tra Israele e Turchia. Per mesi la DAA ha insistito che l’unica soluzione che potesse scongiurare questo scenario è un vero dialogo intra-siriano, ma i numerosi incontri riservati tra SDF e Governo non sembravano condurre verso risultati concreti. Il presidente incarcerato del PKK Abdullah Öcalan, riconosciuto come riferimento teorico dalla DAA, ha proposto un negoziato politico attorno alla questione curda e il superamento degli attuali conflitti, anche attraverso lo scioglimento e il disarmo del PKK. Le forze al governo in Turchia hanno per ora risposto che tanto il PKK quanto le SDF devono cedere le armi in modo unilaterale o saranno distrutte.

In questo contesto sono giunti prima gli scontri e le stragi nell’ovest, sia l’annuncio dell’accordo di massima tra le SDF e il Governo. Tanto Israele quanto la Turchia hanno risposto alla firma del documento, che pone le premesse per un indebolimento delle rispettive manovre sul paese, con pesanti bombardamenti contro il governo di transizione a Deraa (Israele) e contro la DAA a Kobane (la Turchia). Non si può dire a questo stadio se le intenzioni reali di Damasco siano quelle di un dialogo produttivo, o se le fazioni islamiste stiano soltanto prendendo tempo. Tanto il Governo di transizione quanto le SDF hanno intensificato le comunicazioni diplomatiche con le monarchie del Golfo nelle ultime settimane, segno che potrebbe esservi un’effettiva convergenza nella ricerca di contrappesi alle due aggressive potenze confinanti che occupano territorio siriano. La stretta di mano tra Al-Shaara e Abdi è indigesta per i sostenitori di entrambi i movimenti politici, com’è normale e giusto che sia; ma migliaia di persone, nel nord-est, sono scese in strada a festeggiare l’accordo: se dovesse fallire, nuove e peggiori violenze potrebbero allargarsi a tutto il paese.

Gli autori

Davide Grasso

Davide Grasso è dottore di ricerca in Filosofia teoretica e assegnista di ricerca in Sociologia generale presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino. Insegna Sociologia e teoria politica della guerra e dell’insurrezione presso l’International University College di Torino ed Ecologia e democrazia tra Kurdistan e Europa presso la Scuola di perfezionamento in Teoria critica della società dell’Università di Milano Bicocca. Fa parte del Centro di ricerca interuniversitario di studi sulla sostenibilità socio-ecologica (CRISIS) e dell’International Research network LAFITA ("La vie sociale et politique des mots en contextes de révolte et de guerre"). Tra le sue pubblicazioni "Il fiore del deserto. La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l’Iraq e la Siria del nord" (2018, tradotto in arabo e in curdo) e "La città e il fantasma. Dal muro di Berlino ai nuovi muri" (2019).

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