Il futuro della Siria: l’opzione del confederalismo democratico

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Le vicende siriane delle ultime settimane esprimono la difficile, forse impossibile coesistenza di due proposte politiche differenti per la regione. La prima, portata avanti dal movimento confederale promosso dal Partito di unione democratica (PYD) individua la sorgente del diritto, a diversi livelli, nella pratica umana dell’assemblea. Questa opzione ha costituito un Congresso siriano democratico con altri movimenti della regione, un Congresso dell’islam democratico e l’Amministrazione democratica del nord-est (DAA). Quest’ultima governa un quarto della popolazione siriana e quasi un terzo del territorio, caratterizzandosi per l’attivazione comune di donne e uomini. La seconda opzione contrappone invece al passato baathista un modello di governo che individua come sola o principale sorgente del diritto la verità rivelata riferibile alle scuole giuridiche dell’islam sunnita, interpretate in senso coloniale, classista e misogino. È l’opzione rappresentata dal Governo di transizione autoproclamatosi a Damasco il 9 dicembre (trasposizione diretta del Governo di salvezza costituito nel 2017 a Idlib da Hayat Tahrir Al-Sham), dal Governo ad interimpromosso dalla Turchia nei territori occupati del nord-ovest e dallo “Stato islamico” o Daesh con la sua persistente guerriglia nel deserto centrale.

Il movimento confederale, limitato inizialmente alle aree curde del Rojava e allargatosi a territori in maggioranza arabi dopo il 2017, è attaccato in questo momento, oltre che da Daesh, dal Governo ad interim costituito dalla Turchia e dalle sue milizie. Il Governo di transizione diretto nei fatti da Al-Jolani non si oppone a questo tentativo di repressione, ed anzi lo sostiene ideologicamente, affermando che non c’è spazio per il PYD e il PKK (organizzazione sorella attiva in Turchia) sul suolo siriano. Nonostante questa ostilità il PYD e la DAA stanno cercando con ogni mezzo un dialogo e possibilità di negoziato pacifico con queste forze. Non è una novità: l’esperienza confederale ha sempre cercato un dialogo costruttivo anche con il regime baathista. Questi appelli sono falliti con il Baath, e potrebbero fallire ancora più tragicamente ora; ma discendono, più che da un’improbabile simpatia per questi avversari o sottovalutazione del loro carattere reazionario, da una concezione specifica del rapporto tra movimento e Stato.

Oltre a promuovere iniziative pubbliche di solidarietà alla DAA e al PYD è importante, in questo momento, comprendere che è un modello istituzionale e teorico originale che viene attaccato. Contrariamente ai movimenti islamisti, la DAA non ha mai ambito a costruire un nuovo Stato. La ragione deriva da una riflessione generale sulle dinamiche rivoluzionarie passate, tanto curde quanto arabe o di altre nazioni, che hanno affrontato i problemi del socialismo e della decolonizzazione. Secondo la DAA l’istituzione statale ha mostrato di incarnare il problema anziché la soluzione. Dalla rivoluzione francese a quella russa, passando per quella cinese fino a quella iraniana, le rivoluzioni sono state concepite dal Settecento a oggi come assalto alle relazioni sociali, con l’intento di aggredirle e trasformarle dall’alto: una logica definita dal movimento “positivistica” e di “ingegneria sociale” che vede le società come materia inerte e passiva, e che il demiurgo rivoluzionario dovrebbe modellare secondo principi considerati corretti di volta in volta.

Secondo il movimento confederale questa eredità, che pure non va disprezzata, deve essere sottoposta a critica da parte di tutti coloro che sentono un legame con queste esperienze storiche (si tratta quindi nei fatti di un’autocritica). Le società hanno sempre mostrato di essere troppo diversificate, coriacee e complesse per una rivoluzione concepita in questo modo, sia essa comunista, islamica, liberale o nazionalista. Per questo la DAA propone lo sviluppo di un “nuovo paradigma”: tanto la trasformazione (in parte secolare) che il Baath ha in parte difeso, quanto la tradizione (a suo modo islamica) che l’attuale governo vorrebbe promuovere sono concepiti come discesa verticale della legge sulla società. La verticalizzazione giuridica e la manipolazione dallalto sono evidenti nellaccentramento di poteri del nuovo governo, nella sua ricerca solitaria di legittimazione internazionale, nellannuncio dellesclusione delle donne da molti rami della vita politica e sociale e nella brutalità con cui viene scatenata, in questi giorni, la caccia all’uomo contro i nuovi dissidenti o presunti “apostati”. Secondo il Congresso delle donne siriane promosso dalla DAA questo dimostra che vincere con le armi sulle armi non è sufficiente per produrre una rivoluzione sociale.

Al contrario, occorrerebbe il rafforzamento di tradizioni o mutamenti che la società concretamente desidera. Il movimento propone di procedere alla valorizzazione di queste percezioni sociali diffuse e autonome attraverso una critica radicale dello Stato, che non si risolve né in una sottovalutazione di altre componenti del mondo in cui viviamo (come il capitale e il patriarcato, concepiti come elementi di una mentalità integrata con quella statale) né nell’affermazione di una critica dello Stato di tipo anarchico. L’idea confederale di transizione, infatti, non punta all’assalto dei palazzi per il controllo delle istituzioni pubbliche verso una loro improbabile estinzione, e neanche alla loro ancora meno probabile “abolizione”. La negazione politico-militare dello Stato, comunque intesa, maschera secondo la DAA di nuovo l’attitudine positivistica allo scontro binario tra opzioni a loro modo unilaterali. La logica confederale si considera per questo (parte di) un’alternativa storica allo Stato, ma non di un movimento propriamente anti-statale.

Tale alternativa storica si incarna nelle relazioni cooperative autentiche, ossia sincere e non ingannevoli – non animate dal desiderio di manipolare l’altro per indurlo a faticare al nostro posto, come invece oggi è di regola il caso – che sono sempre esistite ed esistono nella storia. Lo Stato sarebbe, con buona pace di Platone e di Hegel, mera condensazione storica di queste finalità sociali anti-cooperative, quindi anti-etiche secondo una concezione minimalista ma intransigente dell’etica: ciascuno deve vivere come vuole, ma la manipolazione estrattiva dell’altro è immorale. L’alternativa allo stato è etica, quindi, ma l’etica non è un libro stampato o una dottrina, bensì l’immensa eredità culturale cooperativa mondiale che assume mille forme ogni giorno, e che ogni organizzazione rivoluzionaria dovrebbe interpretare e difendere secondo il proprio contesto storico-culturale. L’etica non può distruggere lo Stato, perché è una potenza affermativa: può farsi spazio, se necessario anche con le armi; ma deve costruire istituzioni in grado di negoziare con qualsiasi Stato e con il sistema degli stati, poiché è impossibile costruire comuni popolari, cooperative ecologiche o iniziative femminili autonome in un perenne stato di scontro, poiché lo scontro induce a imporre e subire la repressione e la guerra.

Benché l’uso delle armi possa essere necessario a scopi difensivi, alla lunga è impossibile costruire personalità amichevoli e cooperative se non si interrompe la guerra. In effetti, nonostante battaglie terribili, come quelle di Kobane, Raqqa o Manbij, la DAA è rimasta lo spazio maggiormente pacifico, meno repressivo e maggiormente funzionante, pur in un contesto difficilissimo, in questi anni di guerra siriana. Questo, assieme alla concezione pluralistica e ottimistica della società che le istituzioni della DAA hanno promosso, ha permesso a questo autogoverno di unire stabilmente atei socialisti e imam sufi, figure claniche ultraconservatrici e donne autonome e indipendenti, patrioti curdi e nazionalisti arabi (ad esempio quelli provenienti dai gruppi panarabi e baathisti che nel corso dei decenni si sono allontanati da Assad padre e poi figlio).

Poiché la linea dell’alternativa e della resistenza è individuata, nella storia, in un modo di relazione e quindi nella dimensione etica anziché in un interesse materiale condiviso, il movimento rivoluzionario intende definire e produrre una nuova mentalità e personalità per contagiare gradualmente l’intera società. Questo è l’elemento maggiormente criticato all’interno e dall’esterno, di cui appaiono evidenti le antiche radici maoiste: eppure il PYD non crede che il tentativo di costruire personalità nuove (un tempo si diceva “l’uomo nuovo”; oggi il PYD afferma di “uccidere il maschio dominante”) sia qualcosa di cui la storia comunista o socialista si debbano vergognare. Non viene negata l’importanza dei conflitti originati da contraddizioni materiali, come quelle di classe o razziste, ma si afferma che i conflitti che ne discendono producono scontri talvolta importanti, ma non rivoluzioni – ossia lo sradicamento concreto e definitivo, ancorché graduale, dei problemi cui i movimenti vorrebbero trovare la soluzione. Unica opzione è ritenuta un mutamento di mentalità, che parta da iniziative socio-economiche e culturali diverse da quelle statali; anche a costo di costruirle clandestinamente, o là dove insurrezioni e catastrofi producono spazi di sperimentazione e di autodifesa.

La sperimentazione sociale diffusa e creativa delle comuni, delle cooperative e dei congressi delle donne è il confederalismo democratico in movimento, mentre la sua difesa in un mondo di stati, capitali e organizzazioni para-statali è l’autonomia democratica, ossia i consigli esecutivi e legislativi delle sette regioni della DAA, dotati di organi diplomatici e militari. Un involucro formale e giuridico da molti definito un quasi-stato, che protegge dal 2014 la rivoluzione economica e di genere nei villaggi e nelle città, e il cui compito è anche cercare ogni volta spazi di accordo e, se possibile, integrazione nelle istituzioni statali. Ogni compromesso tra Stato e autonomia democratica prevede dolorose concessioni da parte di quest’ultima, ma corrisponde anche a una democratizzazione maggiore dell’insieme delle istituzioni. Più che una forma di Stato o di anti-stato, la democrazia è in questa concezione l’eterno altro dallo Stato – lo spettro che lo assedia sempre, e non soltanto in Siria, benché in Siria sia riuscito a condensarsi in un’importante, estesa e duratura istituzione rivoluzionaria in un senso nuovo.

La repubblica siriana che tenta di sorgere dall’8 dicembre sarebbe democratica, allora, se non concepisse sé stessa come un tutto autosufficiente. Se accettasse di subire l’effetto di rilassamento delle dinamiche impositive sui rapporti tra le persone (anche di generi diversi), sul lavoro, sugli stili di vita, sulla lingua, sul culto, sull’educazione, nel rapporto tra società e territorio che ogni rivoluzione vorrebbe in fondo, attraverso ideologie differenti, produrre. La repubblica passata ha rifiutato gli appelli della DAA alla democratizzazione ed è morta, sciogliendosi in seguito all’apatia, quando non all’orrore, che le sue strutture rachitiche e militarizzate hanno instillato nel tempo nei cittadini e nei soldati. La componente islamica sta rifiutando il dialogo con la DAA in modo, se possibile, ancora più netto. Le forze confederali resistono e contrattaccano in queste ore lungo l’Eufrate, con le Unità di protezione delle donne in prima linea. Mentre sono costrette a colpire, insistono nel chiedere i negoziati, il compromesso e la pace. Sebbene sia l’elemento che sta passando maggiormente inosservato, non è escluso che dovremo riflettere soprattutto, in futuro, su questo genere di doppia tenacia – in Siria e ovunque si presenterà.

Gli autori

Davide Grasso

Davide Grasso è dottore di ricerca in Filosofia teoretica e assegnista di ricerca in Sociologia generale presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino. Insegna Sociologia e teoria politica della guerra e dell’insurrezione presso l’International University College di Torino ed Ecologia e democrazia tra Kurdistan e Europa presso la Scuola di perfezionamento in Teoria critica della società dell’Università di Milano Bicocca. Fa parte del Centro di ricerca interuniversitario di studi sulla sostenibilità socio-ecologica (CRISIS) e dell’International Research network LAFITA ("La vie sociale et politique des mots en contextes de révolte et de guerre"). Tra le sue pubblicazioni "Il fiore del deserto. La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l’Iraq e la Siria del nord" (2018, tradotto in arabo e in curdo) e "La città e il fantasma. Dal muro di Berlino ai nuovi muri" (2019).

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One Comment on “Il futuro della Siria: l’opzione del confederalismo democratico”

  1. Pensare che questi che hanno preso il potere attualmente in Siria,vogliano attuare il “confederalismo democratico”,è come pretendere che un lupo diventi strettamente vegetariano!Non hanno fatto grande dialogo con il Governo legittimo di Assad,figurarsi questi tagliagole terroristi!!Prepariamoci a tempi orrendi per Donne,Curdi,Cristiani e Forze di Sinistra in Siria.

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