Dopo il primo commento sulla questione dei dazi di Trump (https://vll.staging.19.coop/mondo/2024/12/18/i-dazi-di-trump-creeranno-caos-e-crisi/) pensiamo sia opportuno ritornare sulla questione, in particolare su alcuni punti specifici.
Un quadro generale. Il commercio internazionale ha conquistato negli ultimi decenni una parte continuamente in crescita dell’economia mondiale, essendo passato come peso dal 25,8% del pil mondiale nel 1970 al 58,5% del 2023 (Boissou, 2025). Per un lungo periodo esso è cresciuto così a un ritmo annuo pari al doppio di quello del pil, contribuendo in misura fondamentale, pur con molti e ben noti problemi, allo sviluppo dell’economia del mondo; ma negli ultimi anni lo sviluppo sta rallentando. Ora un sistema stabile che ha favorito una crescita miracolosa della ricchezza mondiale, verrebbe sostituito da valutazioni arbitrarie messe a punto alla Casa Bianca (The Economist, 2025). Nel 2024 gli Stati Uniti hanno registrato un deficit con il resto del mondo nel commercio delle merci di 1210 miliardi di dollari, con un incremento del 14% sull’anno precedente; invece nel settore dei servizi hanno avuto un surplus di 293 miliardi, con un incremento del 5%, rispetto all’anno precedente; così il saldo finale è stato negativo per 926 miliardi, contro i 773, 4 del 2023. Bisogna anche ricordare quali sono i paesi con i maggiori surplus commerciali con gli Stati Uniti nel 2024: la Cina viene in testa con 295,4 miliardi di dollari, seguita dall’UE con 235,6 miliardi (Irlanda 86,7, Germania 84,8, Italia 44,0), dal Messico con 171,8, dal Vietnam con 123,5 (Boissou, 2025). Gli americani consumano troppo rispetto ai loro redditi e la situazione si regge sul fatto che lo squilibrio commerciale viene finanziato dal risparmio estero che affluisce negli Stati Uniti da tutto il mondo attirato dai titoli in dollari (Tria, 2025). Solo dall’Europa arrivano negli Stati Uniti, secondo una stima, 300 miliardi di dollari all’anno. Le analisi svolte sui risultati dei dazi imposti dalla prima presidenza Trump mostrano intanto che i paesi toccati da tali misure reagirono con uguali imposizioni, che il deficit con la Cina non si ridusse, mentre sono stati nulli o negativi gli effetti sulla produzione e sull’occupazione (Valsania, Veronese, 2025). Un fallimento totale. In ogni caso la presidenza Trump2 si preannuncia come molto più aggressiva della prima. Per altro verso, l’unico modo per trattare con i bulli è di resistere loro a viso aperto.
I problemi. Trump sembra credere sul serio che i dazi sarebbero una buona cosa per l’economia statunitense. Egli vuole che le industrie scelgano tra i dazi e il trasferimento della loro produzione negli Stati Uniti. Ma i vari pezzi di politica economica annunciati dal presidente non stanno insieme in una strategia coerente (Tria, 2025), come abbiamo già segnalato nell’articolo precedente. Si può intanto indicare in estrema sintesi, seguendo un articolo recente del Financial Times (Obstfeld, 2025), che i dazi non ridurranno il deficit commerciale Usa né faranno crescere l’occupazione, mentre porteranno ad una rivalutazione del dollaro, deprimendo semmai da questo lato l’export e facilitando l’import. I consumatori statunitensi pagherebbero più cari i beni e servizi importati e lo stesso accadrebbe al resto del mondo se i paesi toccati dai dazi di Trump reagissero allo stesso modo. Tutto diventerebbe così più caro per tutti in tutto il mondo (Germann, 2025) e la domanda si deprimerebbe, al contrario di quello che vuole ottenere Trump. Ma i paesi toccati dalle misure statunitensi potrebbero anche reagire in un altro modo meno ortodosso. Niente più protezione dei brevetti americani, dei suoi diritti d’autore, dei marchi e di altre forme di proprietà intellettuale. Sarebbe una misura molto potente, come mostra qualche caso passato (Germann, 2025).
Bisogna considerare, su di un altro piano, che il 40% delle esportazioni cinesi negli Usa è costituito da beni intermedi, cosicchè le produzioni relative negli Stati Uniti saranno più costose. Per altro verso la più grande catena di distribuzione Usa si rifornisce molto largamente in Cina, cosicchè anche da questo lato in Usa i prezzi salirebbero. Bisogna anche ricordare che molte delle esportazioni di paesi come il Messico, il Canada, l’Irlanda, sono effettuate da imprese Usa; inoltre che i vari prodotti finiti sono il risultato di complesse catene del valore a livello mondiale che magari coinvolgono ogni volta, in un collegamento inestricabile, anche decine di paesi diversi. Secondo il Peterson Institute for International Economics un dazio del 10% su tutte le importazioni comporterebbe per gli Stati Uniti un calo del pil dello 0,9% entro il 2026 e un aumento di 1,3 punti dell’inflazione rispetto ai valori del 2025. Essi con il loro effetto anche psicologico frenerebbero gli investimenti in Usa come nella UE. La volontà poi di Trump sarebbe quella di riportare l’industria negli Stati Uniti, ma quello che possono riuscire a fare ci sembra relativamente limitato; gli Usa non sono più un mercato così grande per essere competitivo in molti settori e peraltro gli Usa non hanno la manodopera necessaria per riempire le fabbriche.
A titolo di curiosità segnaliamo una misura estrema minacciata dagli Stati Uniti, quella di mettere dei dazi sino a 1,5 milioni di dollari per ogni nave cinese in arrivo nei porti Usa; la misura si estenderebbe agli operatori con flotte costruite per più del 50% in Cina o anche a quelli con navi ordinate nei cantieri cinesi. Un delirio di onnipotenza.
La distruzione progressiva dell’OMC e la questione dei dazi reciproci. Già con il Trump1 e poi con la presidenza Biden si erano fatti dei passi importanti sulla strada della distruzione delle regole del commercio mondiale e questo con il pratico sabotaggio dei meccanismi di regolamentazione delle controversie presso l’OMC e con l’imposizione di dazi casuali verso la Cina. Ora si fa un ulteriore devastante passo avanti in tale direzione. Nelle ultime settimane Donald Trump ha dichiarato che gli Usa mireranno d’ora in poi a fissare dei dazi reciproci, cioè pari a quelli fissati da ogni paese; aggiunge peraltro che a tali livelli il governo Usa aggiungerà ulteriori balzelli per contrastare qualsiasi politica di un paese straniero che egli ritenesse non corretta. La proposta di dazi reciproci sembrerebbe a prima vista abbastanza ragionevole, ma in realtà essa distruggerebbe il sistema dell’OMC messo in piedi proprio dagli americani nel dopoguerra e che ha tanto contribuito allo sviluppo economico del mondo. Esso si basava sul criterio della “nazione più favorita”, secondo il quale ogni paese imponeva dei dazi su ogni merce al livello che riteneva più opportuno, ma uguali per tutti i paesi. Tale sistema è stato un’arma potente contro il protezionismo e per evitare di ricercare dei favori speciali per se (The Economist, 2025). Ma lo sforzo per mettere a punto e gestire un tale nuovo sistema sarebbe enorme, sostanzialmente impossibile (The Economist, 2025), mentre la facoltà di imporre poi ulteriori dazi arbitrari a volontà sarebbe di nuovo devastante. Tra l’altro, a una sola tariffa per ogni prodotto si sostituirebbero centinaia di tariffe reciproche e poi ci si troverebbe con una babele per i prodotti con le catene di fornitura collocate in diversi paesi. Con le inevitabili rappresaglie le tariffe scalerebbero verso l’alto.
L’arroseur arrosé. Uno dei primi filmetti dei fratelli Lumière mostra una persona che sta innaffiando un giardino con un lungo tubo; ma questo a un certo punto gli scappa di mano grazie all’intervento di un ragazzo e innaffia il malcapitato. La scenetta può far venire alla mente le vicende sui dazi dell’UE. La Commissione, eseguendo servilmente le direttive del governo Usa, ha negli ultimi anni cercato in tutti modi di ostacolare le esportazioni cinesi nel nostro continente; ma ora sono gli stessi Stati Uniti che si rivoltano contro e minacciano pesanti dazi contro la UE. In particolare essi si vogliono accanire proprio contro il settore dell’auto. Incidentalmente la Commissione avrebbe dovuto invece favorire in tutti i modi tali esportazioni cinesi, come tutto quello che aiuta a combattere la crisi climatica. I dazi di Trump colpirebbero al cuore l’industria dell’auto europea; nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno importato dal resto del Mondo (EU, Giappone, Corea del Sud, Messico, Canada) 290 miliardi di dollari di auto (8 milioni di pezzi tra auto, veicoli commerciali e camioncini) e 179 miliardi di componenti; la sola Germania ne ha esportato 31 miliardi di dollari ( l’80% dei veicoli venduti dalla Volkwagen negli Stati Uniti sono importati) e 7 in componenti, mentre l’Italia rispettivamente 3 e 1 (Boissou, 2025). Se consideriamo poi che le vetture tedesche hanno rilevanti difficoltà anche in Cina, il principale mercato di sbocco, ci rendiamo conto della situazione.
I servizi. Un importante studioso, Andrew Baldwin (Financial Times, 2025), sottolinea come negli ultimi 200 anni ci siano state tre grandi fasi nei processi di esportazione: la prima è stata quella dell’export di merci, poi è venuta quella dell’export di fabbriche, infine oggi tende ad essere prevalente quella degli uffici. Oggi in effetti l’esportazione dei servizi cresce ad un ritmo ben più alto che quella delle merci. Trump insiste sui dazi su queste ultime, quando da tempo ormai il più grossa crescita del commercio internazionale si svolge nei servizi, in particolare in quelli digitali; l’autore ci ricorda che in tale campo le tariffe sono impossibili da mettere. Dal momento poi che nei servizi gli stipendi sono parecchio più alti in Usa, gran parte dei servizi saranno decentrati nei paesi del Sud. Così è molto più conveniente far fare dei calcoli per un progetto di ingegneria in India, o mettere a punto un programma informatico in Indonesia. Come a suo tempo la globalizzazione ha distrutto i lavori nella manifattura, ora lo stesso sta accadendo nel settore dei servizi. È facile prevedere che fra qualche anno gli Stati Uniti registreranno un deficit anche nella bilancia relativa.
Conclusioni. L’America sta quindi apparentemente distruggendo il sistema di commercio internazionale che aveva creato nel dopoguerra. Trump ama le tariffe, ma non è chiaro alla fine a quale obiettivo egli miri. Si è pensato che si tratti soltanto di un’arma di pressione per ottenere dei risultati nelle trattative con altri paesi, ad esempio il blocco dell’immigrazione e del fentanyl con il Messico e il Canda; si può pensare inoltre che i dazi servano per contribuire a finanziare il suo programma di riduzione delle tasse; o ancora un mezzo per ridurre il deficit commerciale; o per spingere l’industrializzazione del paese; o alla fine per prendersela con la Cina. Nessuno lo sa. Certo appare difficile leggere il futuro, ma sulla base delle notizie disponibili chi scrive è portato a pensare che alla fine, dopo aver provocato un grande disordine nel mondo dell’economia e della politica, i risultati, almeno sul fronte economico, delle sue misure saranno piuttosto ridotti. Qualcuno ha affermato che si tratta della più stupida guerra commerciale della storia. Ma è difficile comunque avere idee solide su quello che veramente accadrà. Una cosa che ci sentiamo di dire è che da tutto questo la Cina ne uscirà presumibilmente rafforzata. Per altro verso, i problemi sociali degli Stati Uniti (esplosione delle diseguaglianze, salari stagnanti, riduzione della speranza di vita delle classi meno favorite ecc.) non sono i deficit commerciali, e i dazi non riusciranno a risolverli (Obstfeld, 2025).
Testi citati nell’articolo
– Boissou J., Le commerce mondial en total recomposition, Le Monde, 18 febbraio 2025
– Financial Times, Martin Wolf talks to Richard Baldwin, what’s the future of global trade?, www.ft.com, 25 febbraio 2025
– Germann C., La proprieté intellectuelle, talon d’Achille des Etats-Unis dans la guerre commerciale annoncée, Le Monde, 28 febbraio 2025
– Obstfeld M., Tariffs are not going to solve America’s ills, www.ft.com, 4 marzo 2025
– The Economist, At the president’s pleasure, 22 febbraio 2025
– Tria G., Benefici dubbi per gli Usa ed effetti deleteri nel mondo, Il Sole 24 Ore, 19 febbraio 2025
– Valsania M., Veronese L., Smantellato a colpi di dazi l’ordine economico internazionale, Il Sole 24 Ore, 19 febbraio 2025
