Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.
Contenuti:
“Un altro Ferragosto” è una divertentissima commedia, e anche un film da leggere come fonte storica, per capire qualcosa del nostro presente. È infatti il sequel di “Ferie d’agosto” (1996), il film che raccontava l’aprirsi della stagione berlusconiana attraverso la vacanza a Ventotene di due contrapposti clan familiari. Li ritroviamo oggi nell’Italia meloniana, ed è un ritratto molto più cupo.
Se nella storia del cinema non mancano capolavori che sono tali pur tradendo i libri dai quali sono tratti, non è proprio il caso di questo film. Il romanzo dello scrittore americano è un puro pretesto per una storia scombiccherata e non basta la bravura dell’attore protagonista Liev Schreiber per salvare quest’adattamento senz’anima.
“Aragoste a Manhattan” (titolo originale, “La cocina”) è un film drammatico che parla di lavoro nero e immigrazione clandestina, ambientato in un grande ristorante per turisti a New York. La cucina del ristorante è raccontata come la stiva di una nave carica di persone in fuga dalla povertà, in un viaggio della speranza che crudelmente sembra destinato a non arrivare mai alla meta.
Arrestata nel 1980 per furto, la scrittrice Goliarda Sapienza rivive l’esperienza carceraria nel ricordo e nel rapporto con due ex detenute, in una lunga estate romana nella quale “fuori” e “dentro” si confondono. Snobbato dalla giuria di Cannes, l’ultimo film di Mario Martone è già al cinema.
Una figlia che vuole conoscere il padre. Un padre da sempre assente perché in passato ha avuto paura delle responsabilità, e che ha ancora paura dei sentimenti. Un film che sembra soffrire dello stesso difetto e che per evitare sentimentalismo e retorica congela le dinamiche tra i suoi personaggi, senza portarle mai a conclusione.
Il titolo di questa recensione non è una “diminutio” del bel film di Giuseppe Piccioni. Come a Casablanca nel 1942, anche ad Ascoli Piceno nel 1938 ci si può rintanare disillusi nel proprio locale, per poi essere ripresi per i capelli dalla storia e dall’amore, scoprendo che vale ancora la pena di scegliere da che parte stare. Da vedere.
Con “The last showgirl” la regista Gia Coppola sembra voler rispondere alla domanda «come si diventa trumpiani?», raccontando una piccola storia molto americana di sacrificio di sé stessi al mito del successo e di sconfitta, nella quale la reazione non è una salvifica presa di coscienza, ma anzi l’abbandono a un nuovo sogno, nell’illusione di tornare great (and beautiful) again.
Un film libero e mutante, che inizia come commedia sentimentale per cambiare poi continuamente pelle, da thriller a horror, con tratti di umorismo nero. Una continua e volutamente spiazzante metamorfosi, mentre il filo rosso è l’identità femminile che nelle tre “donne al balcone” maturerà attraverso tragicomici eventi.
Il film vorrebbe raccontare come il rapporto di coppia si stia oggi ridefinendo, ma si affida alla trovata di corto respiro di mettere in scena i diversi aspetti della personalità di una coppia al primo appuntamento, dando loro corpo e voce. Un’idea surreale che si rivela essere un mero pretesto, perché si esaurisce nella ricerca compulsiva di occasioni di battute comiche tra le personalità contrastanti.
Un film ambientato durante le proteste del 2022 in Iran, girato in clandestinità e ripudiato dal suo paese, che concorre agli Oscar sotto la bandiera della Germania. Raccontando lo Stato teocratico attraverso il microcosmo di una famiglia, messa in crisi dallo svelamento della violenza di regime, Mohammad Rasoulof offre un’interessante chiave di lettura che allarga gli orizzonti di riflessione.