Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.
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Con “The last showgirl” la regista Gia Coppola sembra voler rispondere alla domanda «come si diventa trumpiani?», raccontando una piccola storia molto americana di sacrificio di sé stessi al mito del successo e di sconfitta, nella quale la reazione non è una salvifica presa di coscienza, ma anzi l’abbandono a un nuovo sogno, nell’illusione di tornare great (and beautiful) again.
Un film libero e mutante, che inizia come commedia sentimentale per cambiare poi continuamente pelle, da thriller a horror, con tratti di umorismo nero. Una continua e volutamente spiazzante metamorfosi, mentre il filo rosso è l’identità femminile che nelle tre “donne al balcone” maturerà attraverso tragicomici eventi.
Il film vorrebbe raccontare come il rapporto di coppia si stia oggi ridefinendo, ma si affida alla trovata di corto respiro di mettere in scena i diversi aspetti della personalità di una coppia al primo appuntamento, dando loro corpo e voce. Un’idea surreale che si rivela essere un mero pretesto, perché si esaurisce nella ricerca compulsiva di occasioni di battute comiche tra le personalità contrastanti.
Un film ambientato durante le proteste del 2022 in Iran, girato in clandestinità e ripudiato dal suo paese, che concorre agli Oscar sotto la bandiera della Germania. Raccontando lo Stato teocratico attraverso il microcosmo di una famiglia, messa in crisi dallo svelamento della violenza di regime, Mohammad Rasoulof offre un’interessante chiave di lettura che allarga gli orizzonti di riflessione.
Per dare sapore all’ennesimo thriller, Edward Berger lo ambienta tra i palazzi vaticani, sfruttandone l’impatto scenografico; ma il tema del conclave resta un semplice spunto e gli intrighi dei cardinali sembrano le beghe di un consiglio di amministrazione. Tanto gli è bastato, comunque, per fare incetta di candidature agli Oscar.
Cos’è “Emilia Pérez”, trionfatore a Cannes e ai Golden Globes e probabilissimo futuro vincitore dell’Oscar per il migliore film straniero? È di tutto di più, sempre però con un pesantissimo e determinante “ma senza”. Un musical, ma senza neppure una bella canzone; un film che tratta temi impegnativi, ma senza impegno; un film furbo, pensato per piacere.
Finalmente Ferzan Özpetek ha fatto coming out e, rivelandosi per quello che è davvero, con “Diamanti” ha realizzato il suo film migliore. Abbandonate pensosità, metafore, arzigogoli e patemi autoriali, Özpetek svela la sua vera natura girando benissimo l’idea platonica della soap-opera, condensata in un’unica puntata; o forse è solo l’inizio di una futura serie TV?
Un’ex attrice non si rassegna all’insulto degli anni e fa un patto con il diavolo. Così dal suo corpo invecchiato emerge una ragazza giovane e bella. Ma solo a intermittenza ché la nuova e la vecchia versione si succedono a settimane alterne. Fino a che la situazione scoppia e il grottesco si trasforma in horror in un crescendo supportato dalla superba interpretazione di Demi Moore.
Dopo la @venereitalia23 testimonial turistica, Sorrentino propone una Venere partenopea anch’essa impegnata a propagandare le bellezze del luogo tanto da indurre un critico a paragonare il film a «una pubblicità lunga due ore per un profumo incredibilmente costoso». Giudizio forse eccessivo, ma certo il film non rivela più di una grande maestria registica per un monumento al desiderio maschile.
Francesca Comencini si racconta e racconta il suo rapporto col padre, il regista Luigi. Una sorta di duetto padre-figlia per farsi spazio, almeno nella memoria, in una famiglia affollata. Un pugno di ricordi isolati, uniti da un filo come i grani di un rosario, in cui spicca una comune concezione del cinema come artigianato. Una concezione che, peraltro, collide con la forma autoriale del film.