Le donne al balcone

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Un condominio in una grande città (Marsiglia), la curiosità di spiare la vita degli altri alla finestra, un delitto. Riassunto così, Donne al balcone di Noémie Merlant somiglia pericolosamente a La finestra sul cortile, ma la differenza la fa il punto di vista, perché si potrebbe definire il controcampo del film di Hitchcock: infatti non c’è più un fotografo che guarda i suoi dirimpettai, ma al contrario è il fotografo (Lucas Bravo) ad essere guardato, per l’appunto, da tre giovani amiche affacciate al balcone di fronte.

In particolare è Nicole (Sanda Codreanu), giornalista free-lance e aspirante scrittrice, a fantasticare sul bel vicino, tanto da renderlo protagonista del romanzo d’amore che sta scrivendo. Un romanzo d’amore che, alla prova della realtà, sarà costretto a mutare genere e diventare prima un thriller e poi addirittura un horror, allo stesso modo di questo film, che, iniziato come commedia sentimentale, cambia continuamente pelle sotto i nostri occhi. In questa continua e spiazzante metamorfosi, a volte col rischio di lasciare qualche segmento narrativo per strada, il filo rosso è l’identità femminile, che nelle tre amiche protagoniste pare però anch’essa in metamorfosi.

Proprio il balcone è l’immagine simbolica della loro condizione iniziale, ambigua e bifronte: il balcone fa parte della casa ma ne è al tempo stesso un’estensione all’esterno; è un luogo dal quale si può guardare, ma anche essere guardati, volenti o nolenti; le grate che lo cingono sono insieme protezione e prigione.

Non a caso il tema delle donne al balcone è ricorrente nella pittura dell’Ottocento, che ne sfrutta tutta la polisemia: dalla prostituta di Goya – esposta dalla mezzana alle sue spalle – alle pensose donne di Manet, il cui affacciarsi sul mondo sembra cosa di un momento, prima di essere risucchiate, insieme al luminoso bianco dei loro abiti, nell’oscuro interno borghese che si intravede alle loro spalle.

L’intrinseca ambiguità del balcone è evidente anche solo dal confronto tra le due versioni della locandina: in una il punto di vista è esterno e vediamo i volti delle tre donne con espressioni terrorizzate, mentre in quella scelta per l’Italia il punto di vista è all’interno della casa e quindi ne vediamo i sederi, messi pure in evidenza! Non possiamo quindi partecipare della loro emozione, ma siamo invece invitati a una contemplazione di tipo voyeuristico.

Delle tre, Élise (interpretata dalla regista) è un’attrice che arriva da Parigi, direttamente da un set nel quale interpretava Marylin Monroe, quindi ha tutti gli attributi più scontati della seduzione, dai capelli biondi al rosso abito attillato e scollato e ai tacchi. È perseguitata dalle continue chiamate al telefono del marito, al quale non ha il coraggio di dire che ormai non lo sopporta più. Appena raggiunge le amiche, dice che solo con loro le è possibile essere sé stessa, quindi è fin troppo evidente che per lei nella vita il balcone è essere vista, compiacendo lo sguardo altrui.

C’è poi Ruby (Souheila Yacoub), una cam-girl in apparenza estremamente libera ma, di fatto, anche lei esposta allo sguardo altrui attraverso quel balcone virtuale che è la videocamera perennemente accesa nella sua camera da letto; certo, mette in scena consapevolmente lo spettacolo della seduzione, ma è comunque sempre intrappolata in quel gioco.

L’unica che vi si sottrae è invece Nicole, che sembra la più timida. È graziosa ma non si veste né si atteggia in modo seducente e nel rapporto con l’unico uomo con il quale la vediamo interagire direttamente, il suo insegnante di scrittura di un corso on-line, non è mai arrendevole, continuando pervicacemente a sostenere contro di lui il suo modo di scrivere la storia alla quale sta lavorando. Ma se per lei, come già detto, il balcone serve a guardare e non a essere guardata, quella che vede non è la realtà ma un copione romantico, innamorandosi di un personaggio creato dalla sua fantasia, mentre il bel vicino si rivelerà essere tutt’altro.

Nel corso del film assistiamo dunque alla progressiva metamorfosi delle ragazze, anche esteriore nel caso di Élise, più interiore per le altre due. Tutte e tre troveranno poi le parole per esprimersi sinceramente di fronte agli uomini e provare finalmente a farsi capire.

Un’osservazione finale sulla scelta di inserire elementi horror, che avvicina questo film al recente The substance, sempre diretto da una donna (Coralie Fargeat) e anch’esso dedicato all’identità femminile e a quanto essa venga fatta coincidere con il corpo. È esplosione di rabbia repressa? È giocare con l’opposto della bellezza intesa come perfezione? O è forse soprattutto l’orrore che si legge nello sguardo altrui quando ci si sottrae a quelli che sono anche codici non scritti di “buona educazione” estetica? Sembrerebbe suggerirlo la disinvolta passeggiata finale per Marsiglia delle nostre tre amiche, di contagiosa trionfante spietata allegria.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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