“Il seme del fico sacro”

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Un film iraniano dedicato alle proteste del 2022, girato in clandestinità da un regista, Mohammad Rasoulof, già incarcerato dal regime e che è fuggito dal suo paese insieme a parte della troupe artistica e tecnica dopo che gli è stato negato il permesso di partecipare al Festival di Cannes 2024 e revocato il passaporto; un film ripudiato dal suo paese e che concorre all’Oscar come miglior film internazionale sotto bandiera tedesca. Un film così non può che essere un film di denuncia e di lotta, ma la chiave scelta per il racconto ci offre anche una preziosa riflessione sul concetto di Stato.

Mohammad Rasoulof sceglie infatti di darci il suo ritratto dell’Iran attraverso il racconto del rapporto tra un padre – Amin, funzionario del regime – e le sue due figlie, Rezvan di 20 anni e Sana di 16. Una chiave, quella paterna, che centra subito il film, perché un regime teocratico cos’altro è se non la forma più radicale di paternalismo? Infatti il cittadino-figlio resta un eterno minorenne; chi decide per lui lo fa immancabilmente per il suo bene e dall’alto di una sapienza superiore, sancita dalla sua posizione, che non può essere discussa. L’eventuale ribellione sembra quindi non solo un atto contro la natura e la religione, ma anche un gesto che può essere solo dettato dall’ignoranza di quale sia il vero Bene. Il rapporto padre-figlie rispecchia quindi quello Stato teocratico-cittadini.

Altra scelta azzeccata è il ritratto inizialmente sfumato del padre, una figura divisa tra luci e ombre: è un giudice istruttore dei tribunali rivoluzionari, ma esita nel firmare una richiesta di condanna a morte della quale non gli si permette neppure di leggere l’incartamento; a fronte del suo terribile ruolo al servizio del regime, è un uomo dedito alla famiglia, alla quale è proprio il suo lavoro ad assicurare un certo benessere. La moglie lo celebra di fronte alle figlie, confrontandolo con il proprio padre giocatore e assente. Il nucleo familiare è coeso e appagato dalla propria piccola agiatezza e il sistema appare in questa fase il garante del suo benessere: la sicurezza della protezione paterna è ancora capace di nascondere quale sia il prezzo da pagare.

Il punto di svolta è segnato però dalle proteste di piazza seguite alla morte di Mahsa Amini, morta il 16 settembre 2022 dopo l’arresto e il pestaggio da parte della polizia per aver indossato in modo scorretto l’hijab. Rezvan e Sana scoprono bruscamente lo scollamento tra realtà e rappresentazione, tra la violenza nella repressione delle proteste contro il regime documentata e condivisa tramite i social media (nel film appaiono i video autentici) e la verità raccontata dagli organi di informazione ufficiali, attraverso la televisione, e dai loro stessi genitori: a manifestare sono solo i delinquenti, la polizia non picchia, la ragazza è morta per suoi problemi di salute, è il nemico a spargere queste calunniose menzogne.

L’aggressione subita durante una manifestazione da un’amica, che la lascia ferita e deturpata per sempre, farà aprire definitivamente gli occhi alle due ragazze e inizierà a far vacillare anche le convinzioni della madre. È proprio questa nuova consapevolezza il seme del fico sacro del titolo: i semi di questa pianta, diffusi dagli uccelli, si fermano sui rami degli alberi e mettono radici aeree, che pian piano avviluppano e soffocano la pianta ospitante, che è destinata a morire. Il piccolo seme costituito da ogni singolo ribelle, unito a tutti gli altri, riuscirà a debellare il regime, secondo l’auspicio di Rasoulof.

Dallo svelamento della violenza di Stato partirà nel film una catena di eventi che porterà queste tre donne a ribellarsi al loro padre e marito, che di quel sistema è parte. Pian piano Amin perderà così la maschera di amore paterno per svelare la sua cieca crudeltà: la tutela delle persone, in uno Stato teocratico che pretende di agire per una superiore conoscenza del Bene, finisce dove termina la loro sottomissione: a quel punto sono solo nemici da eliminare.

Il regista, che era stato efficacissimo nel raccontare cos’è vivere sotto un regime, lo è un po’ meno quando deve immaginare come uscirne, e quindi in quest’ultima parte del film – quasi un lungo terzo atto – sembra rifugiarsi nel cinema di genere. La resa dei conti tra padre, moglie e figlie avviene in una vecchia casa immersa in una campagna brulla, quasi come in un western, tra inseguimenti e armi in pugno. E non a caso l’ultima inquadratura ha un’epicità e una forza simbolica degna di Sergio Leone.

Questo, dunque, è l’Iran. Ma di fronte a questa legge del Padre, sola detentrice della verità, c’è da riflettere anche sulle nostre democrazie liberali. Quando si pretende di agire in nome di valori supposti come oggettivi e indiscutibili – le rassicuranti parole con l’iniziale maiuscola! – e in virtù di questi si limita la libertà di scelta dell’individuo, non si è già presa la china pericolosa del paternalismo?

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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