Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.
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“La valle dei sorrisi” di Paolo Strippoli, presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è un riuscito horror d’autore che riesce a essere perturbante senza versare litri di sangue, ma affondando invece lo sguardo su alcune delle paure più profonde di oggi, a partire da quelle del dolore e della perdita, come se non avessimo più la capacità di farvi fronte.
Un ritratto personalissimo e reinventato della grande attrice, perché per Pietro Marcello la Duse è soprattutto un personaggio-pretesto per raccontare la dissoluzione di un mondo e il precipitare nell’abisso del fascismo di una società che non ha i codici per decifrare una nuova realtà, e quindi neppure per difendersene.
In questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia molti film hanno messo in luce problemi gravi e irrisolti, dalla minaccia atomica al fine vita, dalla catastrofe ambientale al lavoro – perso, precario, nero. Ma il tema più attuale e controverso è sicuramente il genocidio in atto nella striscia di Gaza, protagonista di “The voice of Hind Rajab”, della regista tunisina Kaouther Ben Hania, Leone d’argento gran premio della giuria.
Un film incalzante che segue il turno di lavoro di un’infermiera ospedaliera, riuscendo nella difficile impresa di essere al tempo stesso rigoroso e avvincente. Oltre a renderci consapevoli del problema globale della carenza di personale infermieristico, la regista Petra Volpe riesce a restituire umanità a una figura che, quando siamo nei panni di pazienti, rischiamo di ridurre alla pura funzione di cura.
“Un altro Ferragosto” è una divertentissima commedia, e anche un film da leggere come fonte storica, per capire qualcosa del nostro presente. È infatti il sequel di “Ferie d’agosto” (1996), il film che raccontava l’aprirsi della stagione berlusconiana attraverso la vacanza a Ventotene di due contrapposti clan familiari. Li ritroviamo oggi nell’Italia meloniana, ed è un ritratto molto più cupo.
Se nella storia del cinema non mancano capolavori che sono tali pur tradendo i libri dai quali sono tratti, non è proprio il caso di questo film. Il romanzo dello scrittore americano è un puro pretesto per una storia scombiccherata e non basta la bravura dell’attore protagonista Liev Schreiber per salvare quest’adattamento senz’anima.
“Aragoste a Manhattan” (titolo originale, “La cocina”) è un film drammatico che parla di lavoro nero e immigrazione clandestina, ambientato in un grande ristorante per turisti a New York. La cucina del ristorante è raccontata come la stiva di una nave carica di persone in fuga dalla povertà, in un viaggio della speranza che crudelmente sembra destinato a non arrivare mai alla meta.
Arrestata nel 1980 per furto, la scrittrice Goliarda Sapienza rivive l’esperienza carceraria nel ricordo e nel rapporto con due ex detenute, in una lunga estate romana nella quale “fuori” e “dentro” si confondono. Snobbato dalla giuria di Cannes, l’ultimo film di Mario Martone è già al cinema.
Una figlia che vuole conoscere il padre. Un padre da sempre assente perché in passato ha avuto paura delle responsabilità, e che ha ancora paura dei sentimenti. Un film che sembra soffrire dello stesso difetto e che per evitare sentimentalismo e retorica congela le dinamiche tra i suoi personaggi, senza portarle mai a conclusione.
Il titolo di questa recensione non è una “diminutio” del bel film di Giuseppe Piccioni. Come a Casablanca nel 1942, anche ad Ascoli Piceno nel 1938 ci si può rintanare disillusi nel proprio locale, per poi essere ripresi per i capelli dalla storia e dall’amore, scoprendo che vale ancora la pena di scegliere da che parte stare. Da vedere.