Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini è la vera storia del suo rapporto col famoso padre, il regista Luigi, dall’infanzia alla giovinezza, snocciolata in un pugno di ricordi isolati ma uniti da un filo come i grani di un rosario. Non stupisca il paragone con una pratica di preghiera, perché più che di un film, si tratta di un atto psicomagico, come ha acutamente dichiarato in un’intervista il suo protagonista Fabrizio Gifuni.
La psicomagia è una forma di psicoterapia, elaborata dal regista Alejandro Jodorowsky, che si basa sull’esecuzione da parte del malato di un atto rituale dal forte valore simbolico, una sorta di teatralizzazione di ciò che è all’origine del suo malessere e che può sfociare anche in un atto artistico, come per l’appunto in questo caso; alla base c’è la convinzione che il simbolo e il rito sono molto più potenti e agiscono a un livello molto più profondo delle parole, tradizionale strumento di cura da Freud in poi. Nel caso della Comencini la messa in scena diventa rito prima di tutto nel tornare letteralmente sui “luoghi del delitto” mentre rivisita il suo passato; le location del film sono infatti la vera casa della sua infanzia, la vera scuola elementare che ha frequentato, così come le piazze e i luoghi di Roma teatro di folgorazioni e smarrimenti. Ma anche il rifacimento filologico del suo vestito preferito da bambina, così come la scelta, a impersonare il suo amore perduto, di un attore che è un vero proprio sosia dell’originale, il giornalista Carlo Rivolta, per non parlare della scelta di Gifuni, maestro nel rubare l’anima alla persona che interpreta.
Quest’atto psicomagico comporta poi la cancellazione dal quadro di tutto il resto della sua famiglia, cioè la madre e le sue tre sorelle, tra le quali Paola (scenografa, anche di questo film) e Cristina (regista e scrittrice), sicuramente la più nota delle quattro. Così nota che anche di recente un’intervista a Francesca Comencini su questo suo ultimo film è uscita con un titolo errato che nominava invece Cristina. Ridurre il suo film a un duetto padre-figlia è forse stato allora un modo di farsi spazio, almeno nel ricordo, in una famiglia affollata.
Ma contro cosa si rivolge quest’atto psicomagico che è Il tempo che ci vuole? Paradossalmente le origini del malessere di Francesca restano in ombra, ne vediamo solo i sintomi: le paure e le chiusure da bambina, poi un’insicurezza e un senso di fallimento che da ragazza la portano alla tossicodipendenza. Sarà la confessione da parte del padre di aver vissuto e di convivere con la stessa sensazione da sempre, nonostante i suoi successi, a dare una nuova prospettiva di vita a Francesca. Per entrambi risulta salvifico il cinema, ma un cinema come artigianato, come esercizio quotidiano che però stia sempre un passo indietro alla vita (“Prima la vita, poi il cinema!” è il monito che Comencini rivolge a un suo aiuto sul set di “Pinocchio”). Così il film si chiude sull’ultimo set condiviso da Luigi come regista e Francesca come aiuto, Marcellino pane e vino (1991), che non è certo rimasto alla storia del cinema ma è dipinto come un ricordo gioioso, di ritrovata serenità per entrambi.
Resta però una contraddizione di fondo, cioè che questa concezione di cinema, della quale Francesca si presenta erede, collide con la forma da film d’autore di ciò che stiamo vedendo. Una contraddizione che, insieme a una certa reticenza di fondo, mette un’ipoteca non da poco sulla coerenza e sulla riuscita di questo film. Si spera che almeno come atto psicomagico, invece, abbia funzionato.
