“Emilia Pérez”, di tutto di più

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Cos’è Emilia Pérez, trionfatore a Cannes e ai Golden Globes e probabilissimo futuro vincitore dell’Oscar per il migliore film straniero? È di tutto di più, sempre però con un pesantissimo e determinante “ma senza”.

È un musical, ma senza neppure una bella canzone, a parte quella del finale (ma grazie tante: è una rilettura delle Passanti di Brassens! E anche noi spettatori italiani la riconosciamo, grazie alla versione di De Andrè).

È un film ambientato in Messico e incentrato sulla storia di un narcotrafficante messicano, ma senza neppure un grammo di autentico Messico: girato quasi completamento in studios francesi da un regista francese (Jacques Audiard) con produzione francese e con, nei ruoli principali, due attrici americane (Zoe Saldana e Selena Gomez) e una spagnola (Karla Sofìa Gascòn). Pare che tutto il Messico del film si riduca a cinque giorni di esterni girati in loco.

Infine è un film che tratta temi impegnativi, ma senza impegno, buttandoli giù uno dopo l’altro come birilli, cosicché si annullano a vicenda. Si comincia con l’avvocatessa Rita Mora Castro, sottopagata e sottostimata perché donna (gender gap) e nera (razzismo), che nel sistema giudiziario corrotto è costretta suo malgrado a portare a casa l’assoluzione per un uxoricida (violenza sulle donne, femminicidio). Il narcotrafficante (droga, malavita organizzata) Manitas Del Monte si rivolge a lei perché gli organizzi una finta morte per poter cambiare sesso (disforia di genere). Segue canto di lamento accorato del narcotrafficante, costretto alla delinquenza più brutale per tener fede ai suoi doveri di macho (mascolinità tossica), da sempre però estranei al suo autentico cuore di donna (femminismo? Piuttosto dolcezza femminile, come da peggiori stereotipi). Il piano riesce e Manitas diventa Emilia Pérez, ma dopo qualche anno sente di non poter più vivere senza i suoi figli (paternità) e quindi ingaggia nuovamente l’avvocatessa per farsi riportare in Messico moglie – anzi vedova – e figli, fingendo di essere una cugina del morto che desidera prendersi cura di loro. Contemporaneamente fonda un’associazione per recuperare i cadaveri delle vittime delle guerre tra narcotrafficanti (attivismo, desaparecidos), finendo con l’innamorarsi della vedova di uno di questi (seconde opportunità, Lgbtq+). Mi fermo qui per non raccontare il finale, ma dico solo che nell’ultima scena l’ex narcotrafficante si è ormai trasformato nella Madonna, vincendo a piene mani la sfida al senso del ridicolo. Paradossalmente è la scena più bella, vuoi perché abbiamo finalmente l’impressione di assistere a qualcosa di autenticamente messicano, cioè una processione cantata, con facce messicane o che almeno sembrano tali, vuoi per la bellezza della canzone, come già detto, vuoi forse per quel senso di sollievo che giunge insieme alla consapevolezza che il film è finito?

Che questo film sia stato (e probabilmente ancora sarà) così pluripremiato, lo si può spiegare solo con un verso di Andrea Zanzotto: «Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere» (Pasqua a Pieve di Soligo).

L’unico conforto è che non vincerà l’Oscar come miglior film straniero, ma neppure si è emarginata, una bella “cosa vera” come Vermiglio di Maura Delpero. Ha trovato spettatori, speriamo ne trovi molti altri. E teniamoci alla larga da film pensati per vendersi come Emilia Pérez.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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One Comment on ““Emilia Pérez”, di tutto di più”

  1. Mi sembra un giudizio del tutto parziqale. E’ un film fallito perchè non girato in Messico? Da un regista non messicano? Ma allora anche i film di Morricone erano brutti perchè girati In Spagna e/o in Sardegna e non nel ‘vero’ West? E allora anche tutti i film basati su storie che si svolgono nello spazio sono brutti perchè sono realizzati con i trucchi che le moderne tecnologie cinematografiche consentono?
    Insomma mi pare un giudizio critico che parla d’altro e non del film in questione. A parte il pietoso e non argomentato riferimento a temi di estrema attualità ridotto al ruolo di parentesi.

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