Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.
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“Vermiglio” di Maura Delpero, Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, è stato definito il nuovo “Albero degli zoccoli”. In effetti i film hanno in comune una scomparsa civiltà rurale e uno stile estremamente realistico, ma c’è, nel film di Delpero, una profondità psicologica dei personaggi estranea a Olmi, interessato essenzialmente alla comunità della cascina come corpo unico.
“La vita accanto”, ultimo film di Marco Tullio Giordana ha, fin dalla prima scena, l’incedere di una tragedia greca. Il tema è la famiglia, con i suoi segreti e le sue contraddizioni, che si appuntano sulla protagonista, Rebecca, rampolla di una ricca famiglia, deturpata fin dalla nascita da una grande macchia in viso. La variante, rispetto alla sequenza della tragedia, è il finale, rigenerante e liberatorio.
“La chimera”, ultimo film di Alice Rohrwacher, è la storia di Arthur, un giovane archeologo inglese che, dopo la morte della fidanzata, si è ridotto a vivere come un vagabondo ed è diventato complice di una banda di tombaroli. È una storia fiabesca piena di suggestioni, la cui efficacia è, peraltro, limitata dal carattere dispersivo del racconto, che della fiaba non ha certo l’essenzialità.
Ispirato a una personaggio reale (un poliziotto specializzato nell’incastrare potenziali mandanti di assassini offrendosi loro come sicario), “Hit Man – Killer per caso” di Richard Linklater è una divertentissima commedia nella quale la finzione prende sempre più il sopravvento, inducendo il protagonista a comportamenti distantissimi dal suo standard e imprevedibili.
Arriva al cinema, con la regia di Valeria Golino e Nicolangelo Gelormini, il romanzo “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Il lungo feuilletton ottocentesco non annoia, ma non appartiene alla miglior letteratura e al miglior cinema. Resta da capire se questo esito dipenda dai registi o dall’autrice del romanzo (e forse il difetto sta proprio nel manico).
Valerio Zurlini, seppur non sempre riconosciuto, è uno dei registi più talentuosi della sua generazione: non una generazione qualunque, ma quella di Federico Fellini, Francesco Rosi e Pier Paolo Pasolini. In questi giorni la “Cinémathèque française” gli dedica un’importante retrospettiva. L’auspicio è che anche gli spettatori scoprano il piccolo, prezioso patrimonio di film che ci ha lasciato.
“Una spiegazione per tutto” del regista ungherese Gábor Reisz è stato presentato, in modo improprio, come una riflessione politica sull’Ungheria di oggi. Molto meglio, per apprezzare le qualità del film, è considerarlo una riflessione generale sulla ricostruzione e la reinvenzione dei fatti (nel caso la verosimile bocciatura di uno studente) da parte di un giornalismo aggressivo e spregiudicato.
Lo spunto è l’elezione del primo sindaco donna di Marsiglia, Michèle Rubirola, sostenuta dalle forze di sinistra riunite, dopo 25 anni di governo delle destre. Ma è solo lo spunto. “E la festa continua!” è la festa è ogni giorno, l’attitudine dei personaggi ad agire sperando l’insperabile, perché, come sosteneva Eraclito, «chi non spera l’insperabile non lo scoprirà».
La sala professori che dà il titolo all’ultimo film del regista turco-tedesco İlker Çatak è l’epicentro di una vicenda inquietante che si svolge in una scuola governata dall’ideologia della “tolleranza zero” e che coinvolge preside, insegnati, studenti: trasparente metafora della società, che apre a una riflessione sui governi (le sale professori) e sui cittadini (gli alunni).
Torna nelle sale, in versione restaurata, “Suspiria”, il film del 1977 che vide il passaggio di Dario Argento dal thriller all’horror. Poco compreso all’atto della sua uscita, il film è pieno di dissonanze e di apparenti incongruenze che rimandano al nazismo e all’attualità e hanno sullo sfondo una domanda: davvero il male può essere considerato semplicemente un disvalore morale?