Finalmente Ferzan Özpetek ha fatto coming out e, rivelandosi per quello che è davvero, con Diamanti ha realizzato il suo film migliore. Abbandonate finalmente pensosità, metafore, arzigogoli e patemi autoriali, Özpetek svela la sua vera natura girando benissimo l’idea platonica della soap-opera, condensata in un’unica puntata; o forse è solo l’inizio di una futura serie TV?
Come in ogni soap che si rispetti, la base di partenza è un luogo dall’identità molto spiccata e che possa essere un crocevia di storie. Ottimi di solito gli ospedali (General Hospital), ma bene anche i condomìni (Un posto al sole) e gli esercizi commerciali, specie nel settore moda-abbigliamento (l’immarcescibile Beautiful, ormai sopravvissuto a molti dei suoi telespettatori, e i nostrani Centovetrine e Il paradiso delle Signore, ispirato quest’ultimo alla lontana a un romanzo di Zola, visto che la Rai non può prescindere da una vaga vena pedagogica). Per marcare la distanza dalla TV, il regista sceglie come ambientazione un luogo culturalmente alto, cioè un atelier frequentato da dive, costumiste da Oscar e grandi registi (l’unico miscasting del film è Stefano Accorsi che fa Luchino Visconti), che adombra la famosissima sartoria Tirelli. Per il resto tutto è sorprendentemente uguale a una soap, con un cast corale di storie che si intrecciano, il set pressoché unico degli interni della sartoria con rare e brevissime puntate nelle case dei personaggi, il dialogo che sostituisce l’azione mentre i fatti si svolgono sempre fuori scena o si sono già svolti in un passato più o meno remoto che riaffiora: tradimenti, abbandoni, violenze, morti, omicidi, treni persi a Parigi, incidenti stradali e perfino manganellamenti della polizia, visto che siamo negli anni Settanta.
Il miracolo che compie Ozpetek è che questa roba, vista e stravista da chiunque sia passato davanti a un televisore in orario post o pre-prandiale, riesce ad essere cinema. Le sue attrici e i suoi pochi attori (menzione d’onore a Luca Barbarossa), quasi tutti in stato di grazia, riescono a esprimere con uno sguardo o un gesto molto più di quel che c’è in sceneggiatura e, saggiamente, la stessa sceneggiatura si ferma sempre un attimo prima dell’abisso, lavorando di sottrazione e riuscendo il più delle volte a evitare l’ovvio, la chiosa, lo spiegone. Nei momenti più intensi i personaggi tacciono e solo la musica potenzia molto efficacemente la forza dei primi piani, nei quali si rivelano maestre Luisa Ranieri e Jasmine Trinca, interpreti dei due ruoli di maggior rilievo del film, ossia le sorelle proprietarie dell’atelier.
Non riesce a rovinare il gioco neppure l’unica trovata metacinematografica, che si inserisce naturalmente nel flusso del racconto e grazie alla quale si vedono in più occasioni le attrici del film che leggono e discutono la sceneggiatura con il regista. Una trovata che funziona soprattutto quando avviene nel più totale silenzio e le attrici tacciono, mentre sembrano riflettere sulla scena che abbiamo appena visto recitare; oppure quando è il regista stesso a entrare nell’inquadratura per contemplare con affetto i suoi personaggi. Una contemplazione di tipo identificativo che, non a caso, è proprio l’anima del rapporto tra lo spettatore e la soap-opera, duplicato della vita e piccolo specchio casalingo. Ma, vista sul grande schermo, la soap di Özpetek ci ricorda che lo specchio del cinema è davvero magico e che può rendere grande ed eterno tutto ciò che riflette, per piccolo che sia, trasformando perfino i sassolini in diamanti.
