Chi è Parthenope? Nel mito è una delle sirene che si danno la morte per non essere riuscite a stregare Ulisse con il loro canto; il suo corpo viene portato dal mare fino alla costa dove sorgerà la città di Napoli. Per Sorrentino invece è una ragazza che da quello stesso mare esce come la Venere di Botticelli, con la stessa fulgida bellezza, i lunghi capelli inanellati e addirittura le roselline rosa dagli stami d’oro del dipinto come orecchini, quasi le si fossero impigliati fra i capelli, soffiati da Zefiro (e anche il manto rosso gonfiato dal vento che le viene porto nel dipinto tornerà in due altre scene del film).
Dopo la @venereitalia23 testimonial turistica, abbiamo quindi la Venere partenopea (23 pure lei, perché il film si conclude con i festeggiamenti per lo scudetto 2023 del Napoli). Anche questa Venere si dà molto da fare per propagandare le bellezze del luogo, spostandosi da un antico palazzo di Posillipo ai Faraglioni di Capri, sotto un sole perenne; quando non è in bikini, è vestita Saint Laurent e la casa di moda è anche tra i produttori del film. Del resto la sua stessa interprete, Celeste Dalla Porta, è qui più indossatrice che attrice, sia per il fisico da modella, sia per il carisma costruito più dal contorno apparecchiatole da Sorrentino che dalle sue capacità recitative, ancora non affinate.
Tutto questo glamour ha fatto paragonare il film a «una pubblicità lunga due ore per un profumo incredibilmente costoso» (Peter Bradshaw, Paolo Sorrentino contrives a facile, bikini-clad self-parody in The Guardian), ma bisogna ammettere che il regista al tempo stesso ne mette in luce l’estrema evanescenza, simboleggiata dalle sigarette costantemente in bocca ai giovani protagonisti: brace che arde, si consuma e lascia solo un filo di fumo; come dice Parthenope ormai invecchiata (Stefania Sandrelli), «è stato meraviglioso essere ragazzi. È durato poco». La giovinezza è precocemente spezzata da un lutto, quello del fratello che muore per un amore impossibile, cioè l’amore incestuoso per la sorella; sceglie di morire annegandosi proprio in quello stesso mare dal quale era uscita Parthenope all’inizio del film. Dell’acqua, dunque, si mette in luce l’ambiguità: è l’origine della vita, liquido amniotico che però anche attrae in un desiderio di regressione (mortifero come il canto delle sirene, per l’appunto) e annulla l’individuo dissolvendolo nella propria immensità.
L’ultima battuta del film, che si sente sui titoli di coda, è «Dio non ama il mare», come se quest’ultimo fosse una potenza creatrice e distruttrice che rivaleggia con lui. Che questo mare/male sia poi per Sorrentino il femminile è difficile a dirsi, certo è che la femminilità è rappresentata come se avesse in sé qualcosa di misterioso e intoccabile, quando non addirittura fatale; il corpo di Parthenope non è mai completamente svelato dalla macchina da presa, che ci gira intorno, ce ne restituisce singole parti, lo intravvede attraverso veli, parei, cortinaggi ecc. Sempre seducente ma mai del tutto nudo, la sua vista completa è interdetta, come il velo del tempio di Gerusalemme celava agli sguardi l’altare; e che anche il suo piacere sia un evento sacro, miracoloso e imprevedibile, ce lo dice l’associazione con lo sciogliersi del sangue di san Gennaro (strano non siano arrivate accuse di blasfemia, ma evidentemente ormai i film sono un mezzo così poco popolare da non suscitare neppure una protesta, a fronte dei grandi catalizzatori di polemiche che sono i social media).
In questo girare ossessivamente intorno all’immagine di una donna che resta un mistero (inutilmente nel corso del film le si chiederà più volte: «A cosa pensi?») e della quale non si assume mai il punto di vista, il film di Sorrentino più che richiamare Roma di Fellini, al quale è stato accostato, è accostabile invece a Malena di Giuseppe Tornatore: una modella-attrice, splendide location, grande maestria registica per un monumento al desiderio maschile. Sorrentino ci aggiunge un finale posticcio nel quale la ragazza smette di essere vista per iniziare invece a vedere, dandosi alla carriera universitaria come antropologa. Ma non basta questo colpo di coda (della sirena) per cambiare il senso del film.
