The Substance di Coralie Fargeat

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All’origine di questo film della regista francese (ma la produzione è inglese ed è ambientato a Los Angeles) c’è una domanda banale, alla quale però la sua sceneggiatura, non a caso premiata a Cannes, dà una risposta bizzarra, tra il fantascientifico e l’orrorifico. Cosa succede quando Elisabeth (Demi Moore), un’ex-attrice da Oscar riciclatasi in maestra di aerobica in TV, perde anche quest’ultimo ruolo allo scoccare dei 50 anni? Come rispondere a un sistema che macina a ciclo continuo carne umana sostituendola con nuove e più fresche bellezze? Visto che anche la chirurgia estetica ha i suoi limiti, non resta che il buon vecchio patto col diavolo. Dimentichiamoci però le nubi di zolfo e l’unguento delle streghe. Oggi anche la dannazione ha una sobria veste aziendale di design minimalista e pare offrire la sua merce gratis, senza neppure chiedere esplicitamente in cambio l’anima, così come in effetti molte cose che catturano quella cosa ugualmente impalpabile che sono i nostri dati sembrano gratis, a partire dai social media.

Nel film una misteriosa ditta fornisce una keycard per il ritiro di pacchetti comprensivi di istruzioni e kit completi di “attivatore di DNA”, seducendo i potenziali clienti attraverso lo slogan «Hai mai sognato una versione migliore di te?». Anche questo slogan è un preoccupante segno dei tempi: una volta il diavolo offriva un sacco di cose interessanti, dalla conoscenza, ai piaceri, all’amore, all’eterna giovinezza. Si trattava cioè di aggiungere qualcosa alla vita dell’incauto firmatario. Ora invece non si aggiunge ma si nega, partendo dalla premessa che è la persona stessa a non andar bene così com’è e offrendole quindi di essere sostituita da una sua variante migliore. Ma migliore per chi? Non per sé stessa, ma per quello che le è richiesto dalla società, dal suo ambiente che la spinge a un adattamento estremo e annichilente, nell’illusione di poter così essere amata. Siamo cioè diventati tanto stupidi che non vendiamo noi stessi per stare – almeno temporaneamente – meglio, ma solo per accontentare le folli pretese di qualcun altro.

La Fargeat è molto brava a tradurre in immagini potentemente espressive quest’assurdità. L’assunzione della sostanza del titolo, infatti, fa espellere violentemente dal corpo invecchiato di Elisabeth una bella ragazza, Sue (Margaret Qualley), già pienamente formata come nel mito Minerva esce già armata dalla testa di Giove. Ma le due donne possono vivere solo a settimane alterne: per 7 giorni una resta in letargo e viene alimentata a flebo, mentre l’altra è attiva. Il settimo giorno deve tassativamente avvenire lo scambio, pena tremende conseguenze. Questa alternanza e coesistenza delle due restituisce perfettamente l’idea di dissociazione tra quello che in psicologia si definirebbe il vero sé di Elisabeth e il suo falso sé, costruito solo per adeguarsi alle richieste del sistema e riprendersi il suo show televisivo. Le due donne, infatti, non condividono la stessa coscienza e sono inconsapevoli di quello che fa l’una quando l’altra è in letargo. Elisabeth non può quindi provare direttamente nessuna vera gioia per quello che ottiene Sue, a riprova del fatto che non potrà mai essere veramente appagata da questo patto, visto che non è stata spinta da un suo desiderio, ma al contrario dalla necessità di soddisfare le necessità dello show-business. Il richiamo irresistibile ma totalmente inconsistente di questa sirena del successo è reso nel film dall’incantamento che provoca in Elisabeth una palla di vetro con una sua immagine all’interno e, al posto della neve, tanto lustrini dorati scintillanti (sparkling in inglese, come Sparkle è il cognome dell’attrice). Un oggetto totemico la cui forza simbolica è alimentata dalla memoria di un altro grande film di patto col diavolo, Quarto potere di Orson Welles, dove la boccia di vetro racchiudeva proprio il segreto della vita di Kane.

Ma l’equilibrio imposto per l’uso della sostanza si dimostrerà impossibile da mantenere, così come nella dissociazione è illusorio pensare di poter mantenere in vita entrambe le componenti del sé, quello autentico e quello falso. Il vero sé, ossia Elisabeth, nel film viene progressivamente sempre più eroso: prima occultato (Sue costruisce una stanza segreta in casa per nascondere Elisabeth durante la fase letargica), poi compresso nelle sue possibilità di manifestazione (non viene più rispettata l’alternanza settimanale, con effetti disastrosi sul corpo della donna) e infine distrutto. A questo processo di annullamento la protagonista non riesce a sottrarsi, pur diventandone rapidamente consapevole. Prigioniera dell’incantamento della fama, nemmeno contempla un altro modo di vivere e quindi non esiste per lei via di fuga, così come senza porte sono i lunghissimi corridoi dai colori ipnotici che costituiscono un’ampia parte della scenografia degli interni. Lo spettatore sprofonda così sempre di più nel delirio della protagonista e con l’avanzare della vicenda il film si manifesta apertamente come un horror, fino all’esplosione finale di un corpo diventato ormai mostruoso. Con una struttura circolare, la fine ci riporta all’inizio del film, quando avevamo visto la posa in opera della stella di Elisabeth sulla Walk of fame, la sua inaugurazione e poi il suo lento abbandono nella memoria, per essere infine distrattamente calpestata dai passanti. Alla fine del film proprio su questa stella planerà la testa dell’attrice, circondata da un gorgo informe chiaramente ispirato alla Medusa di Caravaggio. Ironia della sorte per lei che, nel suo programma di fitness, esortava le spettatrici a darsi da fare per non sembrare poi al mare, in costume, delle flaccide meduse! E proprio come le meduse si seccano al sole, così sarà lo scintillio delle stelle a far scomparire definitivamente quel che resta di Elisabeth, liquefacendola fino a ridurla solo a qualche goccia di sangue. Proprio quell’agognato brillare (le stelle, i lustrini nella boccia di vetro) è ciò che distrugge la star-stella, quindi la sua stessa natura è autodistruttiva. Un monito che non vale solo per la protagonista ma anche per noi spettatori, in una società in cui tutti siamo spinti ad adeguarci a ciò che ci viene richiesto dall’ambiente, a dispetto dei nostri desideri più autentici che spesso non sappiamo neppure più riconoscere.

Questa dunque la risposta del film al quesito iniziale. Nella realtà invece alcune star, superata la mezza età, scoprono che la miglior risposta è ciò che Nicolò Machiavelli consigliava al suo Principe: “meglio essere temuti che amati”, meglio terrorizzare se non si può più essere un oggetto del desiderio. È proprio questa la scelta intelligente di Demi Moore, sulla scorta di altre grandi attrici prima di lei, dall’Alida Valli di Occhi senza volto (Georges Franju, 1960) alla coppia Bette Davis-Joan Crawford di Che fine a fatto Baby Jane (Robert Aldrich, 1962), per citare solo i capostipiti di questa formula “horror con grandi star della storia del cinema” che troverà l’apoteosi in Dario Argento, con la sua splendida galleria di ex-dive assassine. E Demi Moore dimostra in The Substance di essere perfettamente degna di stare in questo inquietante pantheon.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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