Il dibattito sul woke avviato, con qualche malizia, da Conte su la Repubblica ha suscitato due tipi di reazione. Da un lato, il sollievo di chi, da destra, lungi dall’essere disposto a mettere in discussione gli equilibri di potere esistenti, alle minoranze è semmai disposto a riconoscere qualche concessione, non certo diritti. Dall’altro lato, l’irritazione di chi, da sinistra, respingendo la critica di aver negli ultimi anni subordinato le politiche sociali alle rivendicazioni civili, ha rilanciato la tesi dell’indivisibilità dei diritti. Al di là di quanto straniante sia assistere alla discussione di un fenomeno in Italia inesistente, proprio il rilancio della tesi dell’unità dei diritti, per cui non si possono realmente implementare quelli civili senza allo stesso tempo attuare quelli sociali, è il pregio maggiore della discussione sin qui svoltasi.
Per chi, come Volere la luna, ha sempre sottoposto a critica l’evoluzione politica degli ultimi decenni, non è certo un tema nuovo: al contrario, in molti articoli della rivista si trova argomentato come una volta abbandonata la prospettiva dell’uguaglianza in senso sostanziale, sia oggi in pericolo l’uguaglianza in senso formale: sino al punto che a essere in crisi sono diritti di indiscussa matrice liberale, come la libertà personale, di riunione, di manifestazione del pensiero. In questo, centrale è il nesso tra l’attacco ai diritti delle minoranze e la sempre più aperta rivalutazione (non solo vannacciana) del fascismo, come sottolineato recentemente da Andrea Fabozzi.
La novità, piuttosto, è la riscoperta dell’unità dei diritti da parte delle forze di centrosinistra, che tale unità hanno ampiamente contribuito a spezzare. A partire almeno dal 1996 – prima legislatura dell’Ulivo – i diritti sociali sono stati sacrificati, mentre qualche piccolo avanzamento, ancorché pavido e insufficiente, sul piano dei diritti civili veniva compiuto (le unioni civili, la procreazione assistita, l’aiuto al suicidio), anche grazie all’intervento della Corte costituzionale. Dal “pacchetto Treu”, che ha avviato la distruzione del diritto del lavoro, alle “riforme Bassanini”, poi sfociate nella revisione costituzionale che ha territorializzato la sanità e l’assistenza, passando per l’autonomia scolastica voluta da Luigi Berlinguer e le privatizzazioni realizzate da Massimo D’Alema, non c’è diritto sociale che non sia stato messo sotto schiaffo. Né le cose sono migliorate nelle successive occasioni in cui le forze del centrosinistra sono state al Governo. Il Jobs act renziano è stato il punto culminante, ma si tende a dimenticare che l’azione ministeriale di colui che passa oggi per il “padre nobile” della sinistra – Pierluigi Bersani – è essenzialmente segnata dalle “lenzuolate”: vale a dire, da liberalizzazioni economiche (che potranno forse anche essere state opportune, ma certamente nulla hanno a che vedere con i diritti sociali).
Quanto al Movimento 5 Stelle, anche a non voler considerare le politiche migratorie, le due misure che più ne hanno connotato l’azione politica – il reddito di cittadinanza e il bonus ristrutturazione energetica – sono state entrambe segnate da un approccio ben distante dall’uguaglianza sostanziale. La prima è consistita nell’assegnazione di risorse economiche a titolo individuale, senza essere accompagnata da una riconfigurazione dei rapporti di lavoro idonea a tutelare la dignità della parte debole (si è trattato, di fatto, un parziale riequilibrio a carico della collettività, non della parte imprenditoriale). La seconda è stata connotata dall’accessibilità al bonus assicurata a tutti i proprietari di case, a prescindere dalla loro situazione economica, con il risultato che a beneficiarne sono stati anche (o, forse, soprattutto) i benestanti, quando assai più logico sarebbe stato concentrare le risorse nella riqualificazione del patrimonio immobiliare pubblico.
Ben venga, allora, la riscoperta odierna dell’unità dei diritti, anche perché è la stessa Costituzione a prevederla, là dove, all’articolo 3, tiene insieme uguaglianza formale e sostanziale, a partire dalla consapevolezza che delle libertà si può effettivamente godere solo se non si è oppressi dai bisogni materiali e spirituali. Se si vuole, a essere (a sua insaputa) woke è lo stesso primo comma della disposizione costituzionale, che vieta ogni discriminazione sia motivata in base al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alle condizioni personali e sociali. Restiamo, dunque, in attesa di un credibile programma della coalizione di centrosinistra, che rilanci i diritti costituzionali nel loro complesso, senza discriminazioni nei confronti di chiunque risieda in Italia, adeguatamente finanziandoli tramite un fisco realmente progressivo.

mi sento depresso. se i governi della ‘nostra’ sinistra hanno fatto quello che viene elencato, mi chiedo a che santo dovremmo votarci. anche se so che i santi non accettano preferenze di voto. che poi neanche questo è vero…. sto pensando agli attuali capi partito, movimento e mi chiedo quali potrebbero essere, anche viste le storie personali, quelli a cui potrei affidare la soluzione. ma essendo un estraneo alle stanze della politica e dei poteri, so bene che il pensare pro bono resta fuori, perchè da dentro si pensa pro… non mi viene in mente la parola giusta…
Ho molto apprezzato, nell’ articolo di Francesco Pallante, soprattutto la meticolosità di ripercorrere tutto il cammino della politica della” sinistra” : non capita spesso di trovare una analisi così. Mi ha fatto anche piacere la nota su Berlinguer, ministro considerato un innovatore e non compreso dai docente protestari.. l’ innovazione più grave e pericolosa è da imputare a lui : la trasformazione della scuola da luogo dell’ apprendimento a luogo della semplificazione ( vedi documento dei 30), in cui la riflessione teorica doveva essere sostituita dalla prassi. Il fare al posto del pensare. In poche parole, Pallante dimostra che il neoliberismo è entrato nella politica italiana grazie ai rappresentanti della sinistra.