Dopo aver visto Láhppon/Lost di Elle Sofe Sara e Terrain di Frances Rings, spettacoli andati in scena alla Biennale Danza di Venezia, diversi ma entrambi ricchi di legami con culture lontane e oppresse, rispettivamente i Sami e gli Aborigeni australiani, l’esercizio da compiere attiene forse alla virtù inattuale della temperanza, morale prima che critica. Attraverso un richiamo al celebre paradosso socratico (“so di non sapere”), si dovrebbe, dopo queste visioni, mettersi in ascolto delle proprie domande, dei propri dubbi, e provare a studiare e a imparare qualcosa della storia e delle culture di popoli con cui siamo entrati per qualche ora in contatto attraverso la breve, cursoria mediazione di uno spettacolo di danza. Non è detto che la doppia esperienza come spettatori non abbia raggiunto un degno obiettivo: conoscitivo, insieme e prima ancora che artistico. Bisognerà ponderare in primo luogo sulla tentazione di individuare in certo splendore coreografico, soprattutto in Láhppon/Lost, il rischio di risultare esotizzante, di perdere densità emotiva e conoscitiva, di non evocare pienamente l’universo simbolico ed espressivo a cui dovrebbe introdurci. Può aver generato questo dubbioso retrogusto la struttura formale del lavoro, la complessa sutura tra le due componenti base del congegno drammaturgico.
L’episodio chiave della storia Sami, la rivolta del 1852 contro le autorità norvegesi e le pratiche di assimilazione, emerge attraverso l’intreccio di due narrazioni e due stili. In principio c’è il canto joik, il canto tradizionale della cultura Sami, e insieme ad esso le apparizioni di un personaggio, un interprete (soprattutto il suo volto, raddoppiato anche su un grande schermo-fondale) che rappresenta una figura più attoriale che coreutica, filo conduttore “teatrale” della vicenda. Questa cornice è rafforzata da due strutture scenografiche, una di tubi concatenati, quasi una primitiva macchina bellica, l’altra un carro mobile animato da un video che non sempre risulta saldato narrativamente alla scrittura coreografica. Insieme e dentro questa cornice simbolica agiscono i diciannove danzatori, formidabili, del Balletto Nazionale di Norvegia. La scrittura fisica che essi interpretano, impeccabilmente tramata di più tecniche, è una lussuosa composizione di linguaggi classici e contemporanei nella quale il nodo traumatico, la storia di dolore, l’elemento della repressione e dell’ingiustizia della cultura dominante sulla cultura dominata, appare in parte sovrastato dallo stesso smalto stilistico e fisico degli splendidi danzatori: la sensazione è di entrare in contatto con un brillante linguaggio, più esornativo che interiormente sofferto.
La percezione di virtuosismo coreografico, che si traduce nel rischio di un uso ornamentale della danza, si attenua fino a scomparire in Terrain del Bangarra Dance Theatre, prima formazione interamente composta da danzatori aborigeni a ricevere il Leone d’oro della Biennale Danza perché, recita la motivazione, «la compagnia continua la missione di promuovere consapevolezza e valorizzazione delle culture indigene». Interpretato da diciotto ottimi danzatori, coreografato da Frances Rings, discendente della tribù Mirning della costa occidentale dell’Australia Meridionale, che dal 2023 ha raccolto l’eredità del fondatore Stephen Page, lo spettacolo in una delle prime sequenze dà l’intonazione generale della struttura drammaturgica: un’insieme di scudi, dalla forma rozza e preistorica, usati anch’essi come fossero un interprete, vengono chiusi e aperti a creare nitidi disegni, usati con accenti di verità come proiezione del corpo in una danza rituale che ha il sapore di una danza d’amore. I costumi, firmati da Jennifer Irwin, di foggia semplice ma estremamente variegata nei dettagli, cambiano per ciascuno dei nove quadri in cui si sviluppa la coreografia, orchestrati su tonalità calde, sulle tante varietà del marrone, oppure del bianco. Le scelte cromatiche, anche nel bellissimo fondale screziato di curvature, fenditure della terra, rimandano ad archetipi che hanno attraversato migliaia di anni, ma che si tengono distanti dagli stereotipi che spesso accompagnano questa cultura. La cifra di fine essenzialità di questa coreografia, come dell’arte aborigena, ci dice qualcosa del suo rapporto con il mondo esterno: gli uomini, gli animali, la natura. La forza iconografica e la simbologia arcaica delle composizioni di immagini e dei movimenti corporei di Terrain è coerente con il motivo centrale dello spettacolo: l’unione sacra dei nativi con il paesaggio, memoria e tempio degli antenati, quindi oggetto di tutela, di protezione, di conservazione, in opposizione radicale con uno dei disvalori distintivi dell’Occidente: la distruzione e la mercificazione del paesaggio.


Le fotografie in homepage e nel testo sono di Andrea Avezzù.
