2 settembre. Siamo a Bassano del Grappa per B. Motion, sezione dedicata ai linguaggi contemporanei del festival OperaEstate diretto da Michele Mele e Rosa Scapin.
Nella Palestra Comunale la prima nazionale di Écoute pour voir. Dialoghi sulla vicinanza di Chiara Frigo, ci mette apparentemente di fronte ad amatoriali balli di coppia. A guardar meglio invece quel genere viene destrutturato dall’interno con apparente leggerezza, e gli spettatori contribuiscono all’operazione partecipando attivamente come partner. Il contatto tra danzatore e spettatore è mediato dall’ascolto condiviso in cuffie di una canzone, che unisce due sconosciuti per mezzo del filo dell’Ipod. Il dispositivo scenico, quasi un test di conferma coreutica della teoria dei neuroni specchio, gioca sulla disponibilità dello spettatore a superare la soglia dell’ascolto per entrare in quella della vicinanza, evocati dal titolo della creazione. Si crea così una provvisoria comunità aperta a tutti, fruibile anche da chi, seduto sulle panchine lungo le pareti, osserva questa placida assemblea coreutica immersa in un’irreale pantomima silenziosa, e si confronta, lui spettatore, con il modo in cui gli altri si comportano davanti a una relazione imprevista.
Dentro la Chiesa di San Bonaventura, circondato da pale d’altare, crocifissi lignei, con il tabernacolo come fondale, lo spagnolo Eloy Cruz del Prado articola il piano scenico con due rialzi, per dare corposità e varietà di animazione alle diverse sequenze della performance Good job, Good boy II. La sua è una mimica d’automa, cadenzata in un unico gesto ossessivo del braccio, che percuote lo spazio con un andamento meccanico, iterato su inquiete sonorità techno. Su uno schermo collocato dietro il tabernacolo un video riprende un vecchio e un mulo sullo sfondo di un misero sterrato con povere casupole. Quasi immobile, su un piccolo palchetto rettangolare, Cruz sposta il profilo della creazione dall’aura rituale della prima sequenza a un paesaggio disadorno. L’eco delle estati di un’infanzia vissuta nella casa rurale del nonno, contadino povero, torna nella rievocazione della scoperta dell’eros vissuta con creaturale intensità.
Presentato al Teatro Remondini in anteprima nazionale, The great effort, secondo pannello del trittico Good vibes only firmato da Francesca Santamaria sviluppa in diverse direzioni l’idea coreografica enunciata nel primo capitolo, Beta test. Lo scrolling frenetico dei post di Instagram, allegoria del formidabile ruolo che il vedere ha assunto nella cultura digitale, propone una ristrutturazione dell’ordine dei sensi che non ha pari nella storia dell’uomo. La società dello spettacolo, divenuta società della performance, si traspone sulla scena nel meccanodramma di una concupiscenza coreografica, di una danza-delirio: giostra di mini-balletti, compendio di storia della danza e saggio di virtù atletiche. Alfa e omega di un prodigio parodico-performativo, la coreografa-danzatrice è chiamata a dominare definitivamente il proprio corpo come uno strumento a cui tutto dev’essere possibile. Abbandonata la ferialità di jeans e t-shirt indossati nel test di collaudo, la performer si stringe in una tuta color carne e si trasfigura in una sublime pupàttola da fantascienza, aumentata con bicipiti da Popeye e fianchi di poliuretano espanso. Bombastica Superwoman, maga o baccante di un peplum futuristico, il viso patinato e illuminato nei tratti antico-egiziani, i lunghi capelli scuri divisi a metà, lucidati e scolpiti dal gel, Francesca Santamaria ipnotizza il pubblico con roteamenti da derviscia robotizzata.
“Good vibes only (The great effort)” di Francesca Santamaria
Gli specchi, gli stucchi, i finti marmi alle pareti degli interni del settecentesco Palazzo Sturm rischiano di soggiogare Valerio Pietrovita ed Emilio Vacca e, che interpretano Alberto Giacometti e il fratello Diego ne Gli anni vuoti, lettura scenica da un testo dello stesso Vacca. La piccola Spiegelsaal di questa ricca dimora affacciata sul Brenta, con vista sul Ponte degli Alpini, è di quelle che svigoriscono la cinèsi di un attore. Il copione ripercorre il doppio livello, personale e artistico, della biografia intellettuale dell’artista svizzero italiano. Ne emerge una personalità nevrotizzata nei rapporti con il mondo, lacerata da inquietudini e conflitti intrapsichici, da ossessioni verso l’oggetto della propria ricerca artistica, entro un rapporto osmotico con i familiari e una mancata elaborazione del lutto per la morte del padre. Della drammaturgia, in alcuni passaggi affaticata da ridondanze di scrittura e iperboli interpretative, colpisce soprattutto la ricostruzione della rottura con il movimento surrealista. Perché non di rottura si trattò, ma di un angoscioso processo sommario, un’espulsione verticistica decretata dal despota Bréton e attuata con dinamiche che oggi si definirebbero francamente settarie, se non tiranniche.
Seduti a cerchio in un prato del giardino ottocentesco creato dal naturalista bassanese Alberto Parolini, intorno al più semplice degli spazi scenici, un tappeto circolare di danza, ci prendiamo una benefica pausa dalla pesanteur dei sapiens e dalla loro autodistruttiva egolatrìa. La danza-illusionistica, sensoriale di Troisième nature del duo franco-argentino Florencia Demestri e Samuel Lefeuvre è un benefico farmaco antispecista, che si traduce nella apparizione di un automa uno e bino. Rivestito di una tuta imbottita con cappuccio, alluminata e placcata, giallo-lucente come una scultura di Jeff Koons, la marionetta neo-futurista si aggroviglia e si sdoppia, viluppo e scissione di due quadrumani che tentano una esperienza tattile del mondo. Ostetrici di se stessi, nascono fuoriuscendo dal loro guscio in similoro, antropomorfi ma sempre incerti e meravigliati del loro stare al mondo, come quando erano fatti di una lucente e informe terza natura.
“Troisème nature” di Florencia Demestri e Samuel Lefeuvre
Nella Chiesa di San Bonaventura, pedalando in sella a una cyclette e circondato dai fari di un set fotografico, l’artista catalano Sergi Casero, mette in scena, con No pares, sigue sigue, l’autobiografia di una generazione alle prese con il capitalismo della sorveglianza, obbligata a fingersi felice e soddisfatta per non deragliare dalle montagne russe quotidiane. Viene in mente la profetica previsione che un classico del pensiero conservatore, La démocratie en Amérique di Alexis de Tocqueville, aveva dato di un «dispotismo del futuro». Il moderno sovrano assoluto sarebbe stato capace di scendere a fianco di ogni cittadino per dirigerlo e guidarlo: «Se il dispotismo venisse a stabilirsi presso le nazioni democratiche dei nostri giorni, […] sarebbe più esteso e più mite, e degraderebbe gli uomini senza tormentarli». Il sovrano di Tocqueville somiglia straordinariamente alla tempesta della modernità, al nuovo paradigma culturale e alle trasformazioni in cui siamo tutti immersi: nuovi consumi, nuovi desideri, nuove forme di immaginario, nuove rappresentazione di sé e degli altri risuonano stranamente e non senza un sinistro umorismo nella debordante clownade di Casero.
Manifestus di Jacopo Jenna mette anch’esso i performer a cimento con lo spazio solenne di un interno religioso. Bassano è prossima geoculturalmente alla capitale del palladianesimo, Vicenza. Nella settecentesca Chiesa di San Giovanni Battista, street dance e architettura neo-palladiana, classicismo e freestyle allacciano una turbolenta relazione diacronica dagli effetti imprevedibili. La coreografia si concentra minuziosamente sulla partitura dei moti e delle attitudini, insistendo sulla tessitura delle mani e su una sorta di pittura gestuale. I tre performer scrivono parabole manuali in assolo, in coppia e in trio, con le le palme levate in aria, protese in direzioni contrarie, alternando mimiche spasmodiche e tranquille, dischiuse o riunite.
“Manifestus” di Jacopo Jenna
Foto e testo: @operaestate ph. Ceccon
