Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)
1. Alcuni problemi generali riguardo ai programmi.
Di questi tempi si parla molto del programma del Campo Largo per le elezioni del prossimo anno. A mio avviso la Sinistra deve arrivare a quelle elezioni, e prima ancora alla trattativa con il campo largo, avendo un suo programma. Parto da una constatazione che dovrebbe essere elementare e ovvia: il programma di un partito politico di sinistra deve contenere proposte sui problemi fondamentali della società in cui ci si trova. Perché è da essi che conseguono i seri problemi quotidiani che affliggono il popolo. Per fare un esempio: è giusto lottare perché l’ospedale X della città di Y osservi norme di profilassi migliori. Questa lotta potrà sortire qualche risultato. Potrà anche salvare qualche vita. Ma la somma di tutte le lotte di tutti gli ospedali X cambierà sostanzialmente poco se non si ottiene un rifinanziamento della sanità pubblica. E quindi non si può trascurare il problema fondamentale di dove trovare i soldi. Un altro: la lotta per condizioni di lavoro migliori nell’azienda W potrà forse riuscire vittoriosa. Ma sarà ben poca cosa se intanto (cosa che sta avvenendo passo dopo passo) si riducono sempre di più i diritti dei lavoratori. E quindi bisogna porsi il problema fondamentale di come difendere ed espandere i diritti dei lavoratori senza che ciò faccia fuggire le imprese all’estero. Eccetera.
Ma cosa è la sinistra? E quali sono oggi i suoi programmi? Attualmente l’unico partito non minuscolo che possa affermare con qualche credibilità di essere di sinistra è AVS; e quindi mi riferirò ad esso, anche se è possibile che pure il M5S assuma una più definita natura di sinistra, e quindi che anche ad esso sia applicabile quanto in questo articolo. Il più recente programma di AVS è quello elaborato per le elezioni europee del 2024. Esso ha un grave difetto: quello di non essere un programma. Contiene – se non ho contato male – duecentoventitre obiettivi (quello per le elezioni politiche del 2022 era analogo). Un elenco di 223 obiettivi non è un programma; piuttosto un sondaggio di opinione. Il quale diventa un programma se i dati raccolti vengono usati per definire specifiche politiche di governo; altrimenti è come se una ditta commissionasse un’indagine di mercato, ma poi non ne utilizzasse i risultati. Su ciò tornerò.
Così stando le cose, mi pare evidente che: (a) tutti i militanti condividono i principi generali ai quali quel programma si ispira, ma (b) quasi nessun militante è in grado di ricordare cosa dice esattamente; e che (c) quasi nessun elettore di AVS lo ha letto, ma soprattutto, (d), che nessun elettore potenziale di AVS lo ha letto. Se quanto sopra è vero, ne consegue che come strumento per convincere la gente a votare AVS quel testo è inutile. Anzi, può essere dannoso: perché fra i vari messaggi che comunica ci sono anche che “i politici di AVS, come tutti gli altri politici, sono solo dei parolai”, e che “la parola agli elettori” è stata un’operazione propagandistica e poco altro. Questo a volere pensare solo bene; ma esiste sicuramente un’altra ratio, che mi auguro sia molto minoritaria, ma non so quanto lo sia. Come avrebbe forse detto Tomasi di Lampedusa, volere tutto equivale a non volere nulla. In un eventuale accordo con i largocampisti si potrà quindi accettare qualsiasi compromesso, senza per questo tradire gli elettori: dal momento che erano state fatte 223 promesse, è ovvio che nessuno si aspettava che venissero davvero mantenute. Una seconda conseguenza negativa di questo modo di fare i programmi è che un programma che contiene tutto, e quindi nulla, elimina in pratica qualsiasi discriminante al momento di fare le alleanze. Bisognerà fare un governo con chi vuole il riarmo? Se nel programma fosse scritto “piuttosto che riarmo stiamo all’opposizione” questo sarebbe più difficile, o almeno obbligherebbe il partito a spiegare agli elettori che si tratta di un compromesso tattico accettato a malincuore. Evitare temi scottanti può probabilmente accontentare chi lavora per gli accordi di governo, ma certamente scontenta gli elettori, come ampiamente dimostrato dalla diffusione dell’astensionismo. Una terza, e grave, conseguenza dell’ipertrofia dei programmi è che essa impedisce di stabilire una gerarchia dell’importanza degli obiettivi da raggiungere. Nel programma per le elezioni politiche del 2022 c’è l’introduzione di un’imposta patrimoniale, e c’è anche la fine della sperimentazione sugli animali. Questo ha forse attirato il voto di qualche animalista, ma è evidente che i due obiettivi non stanno sullo stesso piano.
Se quanto sopra non vi convince, provate a ragionare in questo modo: supponete che il programma di AVS abbia solo tre obiettivi, e che siano obiettivi qualificanti e realizzabili ove vi sia un governo di sinistra che ne abbia la volontà politica; per esempio uno potrebbe (e dovrebbe) essere appunto una vera imposta patrimoniale. Al momento di fare un governo con il PD e altri, e quindi di fare dei compromessi, SI sarà obbligata a lottare seriamente per ottenerne almeno uno, pena la fondatezza, agli occhi degli elettori, dell’accusa di voltagabbanismo. (Tra l’altro, per chi sa di teoria dei giochi, questo è una applicazione da libro di testo del cosiddetto equilibrio di commitment: il PD saprà che SI è obbligata per motivi reputazionali a ottenere qualcosa, e quindi dovrà concedere più che nel caso che gli obiettivi siano 223).
2. Ma allora come dovrebbe essere un programma?
Un programma politico di sinistra, per essere tale, dovrebbe avere tre caratteristiche fondamentali, oltre appunto a essere di sinistra (il che nel “campo largo” è tutt’altro che scontato): (a) indicare gli obiettivi fondamentali per i quali il partito si impegna; (b) indicarli in modo tale che un potenziale elettore possa capirli (il che implica, cosa che a qualcuno potrebbe non piacere, che possa poi valutare in che misura il partito è rimasto fedele alle promesse) e (c) indicare come si intende lottare per il loro raggiungimento, avendo prospettive di vincere ove ci sia un governo che ne abbia la volontà politica. Come abbiamo visto, non è possibile che questi requisiti siano rispettati se gli obiettivi sono 223. (Può essere utile ricordare che il Manifesto del Partito Comunista del 1848 proponeva solo dieci obiettivi, e il People’s Charter del 1838 solo sei). Personalmente penso che gli obiettivi potrebbero essere appunto solo tre, e cioè: a) l’Italia deve adottare politiche di pace (non solo “proporle all’Europa”); b) l’Italia deve adottare un’imposta patrimoniale; c) l’Italia deve adottare politiche unilaterali di rifiuto dei vincoli europei (non solo “auspicare la loro revisione”). Tutte e tre queste politiche sono praticabili; ma naturalmente, come deve sempre essere il caso per una seria politica di sinistra, implicano un conflitto e devono essere articolate seriamente. Se si farà un governo di campo largo sarà naturalmente necessario fare dei compromessi; ma una cosa è nascondere i propri punti fondamentali sotto il tappeto, e un’altra e averli ben chiari ma dovere rinunciare a qualcosa per formare un governo. Il tipico elettore di sinistra è abbastanza intelligente, credo, per rendersi conto della necessità della rinuncia nel secondo caso, e per offendersi nel primo.
3. Un punto particolarmente dolente: L’Europa.
L’obiettivo più critico è il terzo. Il motivo di ciò è il seguente. La rottura fra l’Italia e l’Europa è già in atto. Lo scontro è destinato a diventare più acuto, e mi pare evidente che una strategia di sinistra richiede una proposta chiara su come combattere questa battaglia. Ci sono molti indizi che si stia marciando verso una situazione in cui sarà la destra ad attivarsi per respingere le regole europee; e temo che molti a sinistra riterranno stoltamente di difenderle, in nome di un mal riposto “europeismo” contrapposto ai “sovranismi”, o di non occuparsene in quanto argomento imbarazzante. E questo vale anche e soprattutto per SI. Basti considerare quanto segue: oggi la destra propone la sospensione del Patto di Stabilità. Sarebbe stata una grande occasione per SI per aprire, anche in sede parlamentare, il tema del superamento del Patto stesso – se solo il Partito avesse avuto la volontà di farlo (e le idee sufficientemente chiare in materia). Su come rompere con questa Europa senza uscire dall’Unione gli economisti di sinistra hanno studiato approfonditamente tre possibili approcci (la moneta fiscale, il consolidamento del debito e il ritorno alla lira). Le proposte insomma ci sono; perché i dirigenti politici non vogliano conoscerle è un problema serio, e le conseguenze potranno essere molto gravi. Infatti, la scadenza cruciale è evidentemente quella delle elezioni politiche del prossimo anno; è necessario che SI arrivi a quella scadenza avendo una strategia chiara su come combattere Von Der Leyen, Merz, Kallas, ecc. Perché se vincerà il “Campo Largo”, allora si dovranno fare dei compromessi, e aprire la questione dopo che si sarà formato il governo sarà impossibile, per evidenti motivi di equilibri politici. (Fermo restando, comunque, che se si andrà alle elezioni con la destra schierata contro le politiche di austerità imposte dall’Europa, e con la Sinistra e il PD che parlano d’altro, allora la vittoria del Campo Largo è tutt’altro che sicura). Quindi: è necessario che la sinistra vera abbia una linea di sinistra sulla questione dell’Europa; non su cosa deve essere l’Europa, si badi, ma su cosa deve fare l’Italia per contrastare questa Europa (è bene ricordare che nei confronti di essa l’Italia ha un potere contrattuale enorme). Elaborare questa linea è compito soprattutto degli scienziati sociali che si riconoscono nella sinistra; e i destinatari di questo lavoro devono essere i vertici politici della sinistra. Vincere la relativamente piccola (ma tutt’altro che facile) battaglia che occorre aprire per convincere Fratoianni e Conte è condizione necessaria, anche se naturalmente non sufficiente, per potere combattere quella più importante contro l’eurocrazia.

Sono molto d’accordo su tutto. Siccome i 3 obiettivi sono veramente chiari e molto lontani dai 223 di AVS (e dagli altrettanto programmi ipertrofici degli altri partiti) penso che nessuno si arrabbierà se i 3 obiettivi proposti li espandiamo leggermente, così. Obiettivo a) l’Italia deve adottare politiche di pace impegnandosi ad uscire dalla NATO e a dimezzare le spese per la Difesa.
Obiettivo b) l’Italia deve adottare un’imposta patrimoniale accompagnata da una riforma fiscale informata a criteri di progressività come sancito dall’Articolo 53 della Costituzione e da una rigorosa lotta all’evasione fiscale utilizzando gli strumenti informatici a disposizione. Obiettivo c) l’Italia deve adottare politiche unilaterali di rifiuto dei vincoli europei, in primis non aderendo al ReArm Europe Plan dirottando le relative risorse alla lotta ai cambiamenti climatici.
Penso che con un programma simile la Meloni va a casa e molti astensionisti ritornano a votare.