Tutto quello che oggi accade nel mondo della politica sembra verificarsi perché gli strumenti giuridici e culturali di difesa approntati nel Novecento dalla democrazia contro gli eventuali pericoli antidemocratici si dimostrano inefficaci. Non solo. Anche le motivazioni razionali che hanno condotto all’istituzione di tali contromisure giuridiche, le ragioni di fondo che ne legittimavano le scelte mostrano di essere deboli e incapaci di contrastare le irrazionali spinte negazioniste che riemergono e imperversano su tutti i fronti delle società contemporanee. I valori democratici, costruiti a fatica e con un altissimo costo di vite umane, specie dopo le due recenti guerre mondiali (in soli dieci anni esse hanno prodotto 80 milioni di morti), vengono di nuovo calpestati, mentre gli equilibri cedono, le garanzie dei corpi intermedi si dissolvono e i trattati ridiventano solo pezzi di carta straccia.
E poi incredibilmente, anche se forse in maniera meno ingenua rispetto a quel passato bellicoso e interventista, anche oggi, a causa della troppa fiducia riposta in quegli strumenti, negli animi degli uomini opportunamente condizionati si riaffaccia quel radioso entusiasmo nazionalistico che solo qualche anno fa veniva raffrenato dal pudore e che ora invece si sente finalmente e spudoratamente libero di manifestarsi non più camuffato dietro questa o quella fede sportiva, questa o quella fazione negazionista, dietro questo o quel partito. Un entusiasmo che ha nella violenza e nella violazione del diritto, soprattutto di quelle leggi dettate e consolidate dai vincitori di quei due conflitti, la sua naturale espressione. Nelle parti infuocate del pianeta, oggi tutto infatti sembra accadere proprio in violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana, poiché venendo meno in qualche misura quelle condizioni di parità fra le nazioni e, con questa, la loro libera adesione a organizzazioni internazionali come garanzia della giustizia e della pace, la guerra viene considerata come unico e solo strumento di risoluzione delle controversie internazionali (ad esempio quella dei dazi), sicché si ripudiano la pace e la diplomazia come strumenti di difesa della libertà dei popoli.
I buoni alleati di una volta oggi non sono più né alleati né tanto meno buoni e le vittime di un tempo si sono trasformate sorprendentemente in carnefici. Qualcosa è accaduto. Forse proprio a causa dell’inefficacia degli strumenti democratici. Forse proprio a causa dei nodi irrisolti della Storia. Soprattutto l’antagonismo Usa-Russia e il conflitto israelo-palestinese. Dopo circa ottant’anni, per ribaltare l’assetto democratico, è bastato il graduale stancarsi delle responsabilità che questo assetto comportava per gli individui: oggi non è più il diritto a limitare la forza ma è la forza che limita e reprime il diritto. Tutti gli strumenti del diritto vengono rovesciati e rivolti contro il diritto stesso. Per il potere inteso in senso assolutistico, cioè non come un poter amministrare ma come un poter comandare, questo diritto non ha più diritto, poiché rappresenta il rovescio, l’opposto del modo assolutistico di intendere il potere. È quindi in atto una rivoluzione storica, cioè non soltanto politica, ma soprattutto valoriale e linguistica, giacché oggi il linguaggio giuridico, specie quello dei politici democratici, non sembra più in grado di esprimere e di comunicare sia i valori sia il valore dei diritti.
Secondo la sorprendente prospettiva proposta da Escher, stiamo ridisegnando la Storia che ci siamo sforzati di cancellare. La ridisegniamo con tecniche più aggiornate, con altri colori, con altre forme. Da questo punto di vista non c’è nulla di nuovo sotto il sole. A mutare sono solo le forme e le figure dell’accadere storico. A proposito dei dazi, non ci ricordiamo forse della formula mercantilistica proposta da Colbert al tempo del re Sole, nel XVII secolo? E il gioco delle alleanze variabili e opportunistiche per ottenere “legalmente” quanto si sarebbe potuto acquisire o annettere solo illegalmente non è forse analogo a quello che si svolgeva in quei momenti storici perversi, vorticosi e confusi in cui le guerre si pianificavano e si combattevano anche per lunghi anni solo in vista della distribuzione dei territori e delle risorse ad essi annesse elargite dai grandi Stati ai piccoli come compenso per averli sostenuti nelle loro periodiche guerre di successione? Si pensi alle due guerre dei Trent’anni, quella del Seicento e quella del Novecento. E tuttavia, pur conoscendo la Storia e le sue leggi, gli uomini ogni volta, ad ogni ricorso storico dell’uguale, con le sue ingiustizie e i suoi inevitabili massacri, si indignano e si meravigliano, perfino si colpevolizzano per non essere stati capaci di evitare il nuovo disastro, l’ennesima catastrofe umanitaria.
Anche oggi, infatti, come ebbe a dire allora Elie Wiesel, nella sua ineffabile notte di Auschwitz, anche oggi dinanzi al massacro degli israeliani nei kibbuz e della popolazione palestinese a Gaza non riusciamo a crederci, giacché si tratta di una tremenda realtà che a forza di vederla e di raccontarla tutti i giorni sta finendo per diventare una favola. Parafrasando le sue parole, la coscienza umana è stata costretta di nuovo a chiedersi sbigottita: com’è possibile che si uccidano (giusto tuttavia non parlare qui del modo) degli uomini, delle donne, dei bambini e che il mondo taccia? Almeno quelli che ci è consentito vedere? Quelli che sono più vicini a noi? Tuttavia, dopo l’esperienza della flottiglia verso Gaza si può dire, riprendendo le parole dello storico Gordon J. Horwitz, che, seppur ancora limitata, l’assimilazione delle testimonianze dei sopravvissuti nelle nuove generazioni non si è limitata solo al momento commemorativo, ma ha evidenziato una maggiore capacità nel riconoscere la “dinamica della distruzione”, anche se stavolta non riguardava più il popolo ebraico, ma quello palestinese, per mano paradossalmente del governo israeliano.
Certo, è inutile negarlo, tutto parte e non parte dal 7 ottobre 2023: basta guardare alla Storia. Questa data rappresenta un nodo odioso bifronte poiché indica non solo un doppio massacro, ma dimostra anche per l’ennesima volta la verità insita nel severo e disperato monito di Primo Levi: “dalla violenza non nasce che violenza, in una pendolarità che si esalta nel tempo invece di smorzarsi”. Quel 7 ottobre non si è avuto nemmeno il tempo di prendere coscienza e di inorridire per l’inaudita violenza dei guerriglieri di Hamas perpetrata sui giovani israeliani, giacché subito, il giorno dopo, l’8 ottobre, esaltandosi, l’esercito israeliano ha costretto le nostre coscienze a inorridire ancora di più per la sua sproporzionata reazione e per le modalità attuate per due lunghi anni contro l’innocente popolo palestinese. Giacché da tutti ci si sarebbe potuti aspettare una simile reazione disumana, ma non certo da uno Stato “democratico” come Israele.
Ad ogni modo, se per il popolo palestinese sopravvissuto ai bombardamenti e all’affamamento gli italiani (ma non solo) si sono mossi con una flottiglia (ma le marce e i presidi per la pace e la non violenza si fanno periodicamente da molti anni non solo in Italia), per il popolo ebraico, almeno l’Italia, dal 2000 ha persino fissato per legge una data, un Giorno della Memoria: il 27 gennaio, per ricordare la data di liberazione dei deportati dal Lager di Auschwitz. E i giovani, gli studenti (ovvio, opportunamente motivati e preparati) debbono andare a visitare questo luogo di una memoria tanto orribile quanto scomoda che alcuni vorrebbero cancellare! Il 27 gennaio. Si tratta di una sorta di Yom Kippur, un giorno che dovrebbe servire non solo a ricordare ma anche ad espiare, al fine di potersi pentire della violenza che non solo il popolo italiano ma anche quello ebraico hanno perpetrato nella loro storia (basta leggere l’Antico Testamento per rendersene conto). Per questo motivo, cioè per evitare le guerre, Kant auspicava che la ricorrenza dello Yom Kippur venisse rispettata da tutte le nazioni, universalmente. Specie nel nostro periodo però questa ricorrenza dovrebbe essere intesa come la intendono appunto gli ebrei, ossia come Yom haKippurim, come “giorno degli espiatori”, giorno che dovrebbe essere vissuto come uno di quei giorni tremendi, di quei giorni terribili, come Yamim Noraim, giacché terribile e quasi impossibile per i Kippurim, per gli espiatori, è riconoscere, pentirsi ed espiare le proprie colpe.
Insomma, per avere un’efficacia espiativa e purificante un tale pentimento non dovrebbe essere solo formale o rituale, ma sostanziale, concreta ed effettuale. È infatti proprio a causa della loro terribilità che quei giorni tremendi della memoria vengono invece sempre vissuti con inefficace ritualità, con quella consuetudine che finisce per svilirne il nobile intento espiativo. Lo vediamo soprattutto in Italia, in cui da tempo (lo denunciano anche alcuni storici) non solo i giorni della memoria ma anche i viaggi della memoria, soggetti alla ritualità, stanno finendo per perdere la loro funzione sensibilizzatrice. In Italia la cosa risulta poi ben strana, perché l’attuale Governo – espressione di un’ideologia, di un pensiero che continua a vivere nell’illusione di dover ritrovare una radice eterna in quanto ad esso appare solo effimero (anche in questo senso andrebbe forse intesa la definizione di Ur-fascismo avanzata da Umberto Eco), nostalgica propaggine sovranista del partito fascista i cui membri hanno attivamente collaborato con i nazisti nel portare a termine quel “lavoro” sporco che concerneva lo sterminio del popolo ebraico, ossia la Shoah –, questo Governo, che oggi si ritiene così amico di Israele e che sostiene l’attuale Governo israeliano nel suo duro “lavoro” contro il popolo palestinese (questa l’espressione usata nella sua recente visita alla Casa Bianca dal primo ministro israeliano, il quale, proprio come un gerarca nazista indica come vittime non i palestinesi, mai peraltro nominati, ma i soldati israeliani), ecco in realtà questo Governo italiano non fa molto ogni anno per vivere con terribilità espiativa il Giorno della Memoria, del pentimento e soprattutto del riconoscimento delle proprie colpe, ma anzi preferisce contrapporre e celebrare un Giorno del Ricordo proprio al fine di evitare quella espiazione, quel pentimento e quel riconoscimento che servirebbero finalmente a inaugurare una vera fase di pacificazione nel Paese. Ciò consente di poter prevedere quanto potrà verificarsi il prossimo 27 gennaio: gli esponenti di questo Governo, anche i più restii ad ogni pentimento, non perderanno l’occasione e faranno di tutto per ribaltare anche questa situazione a loro favore dichiarando ad esempio a reti “unificate” che loro e non quelli della sinistra pro Pal hanno dovuto colmare l’assenza dei cosiddetti amici degli ebrei alla Giornata della Memoria.
Ancora un’ultima considerazione. Benché si sia trattato solo di una prova tecnica di genocidio e non dell’attuazione di una Arbeit, di un lavoro sistematico e capillare volutamente non portato a termine, tuttavia un confronto tra Israele e la Germania, soprattutto dopo questo abbozzo di pacificazione per Gaza, crediamo vada fatto. La Shoah, il giudeicidio, è il tremendo risultato – uno dei più disastrosi che hanno caratterizzato il Novecento – che l’odio ancestrale per gli ebrei ha provocato in tutto il continente europeo. Un odio razziale che la Germania nazista con i suoi volenterosi collaboratori ha posto alla base del suo sistematico lavoro genocidiario in tutta Europa. L’odio tra israeliani e palestinesi non è razziale, ma ciò non è servito ad evitare o quanto meno a smorzare quella tragedia che da una parte e dall’altra, come dice Amos Oz, si va consumando da decenni senza tregua, a partire almeno dal 1947, sino a giungere all’attuale massacro degli israeliani il 7 ottobre e quello dei gazawi, ancora più odioso, iniziato il giorno dopo. Un odio quest’ultimo che sembra inestinguibile e che in molti conferma la convinzione dell’impossibilità di realizzare l’idea di due popoli e due Stati. Eppure, nonostante tutto l’odio razziale per gli ebrei in passato, oggi vediamo che non solo tutta l’Europa in generale ma la Germania in particolare nutre e mantiene una ben salda e profonda amicizia sia con tutto il popolo ebraico sia con l’attuale Governo israeliano, nonostante la terrificante reazione all’ennesima provocazione di Hamas. Ecco però il punto, il motivo di speranza tra tanta disperata disillusione: se la Storia, dopo tanto odio radicato, ci pone dinanzi a questa amicizia incondizionata tra due popoli che si ritenevano eletti, allora anche quello che nutrono vicendevolmente israeliani e palestinesi potrebbe estinguersi col tempo. Beninteso, non c’è da farsi illusioni: l’antisemitismo (non solo nei confronti degli ebrei) non è affatto sparito dalla faccia della terra. Ma intanto ci chiediamo: quanto tempo dovrà ancora trascorrere, quante generazioni dovranno ancora passare prima di poter vedere quell’amicizia che si è realizzata tra tedeschi ed ebrei anche tra israeliani e palestinesi? Potranno mai gli uni provare quel senso di colpa che attanaglia ancora la coscienza dei tedeschi, i cui padri o nonni avevano realizzato quel tipo di Arbeit genocidiaria? Potranno mai gli altri cancellare in sé, come hanno pur fatto gli ebrei, tutto quell’odio che hanno maturato durante i due anni di assedio a Gaza? La Storia ci dice che è possibile. Qui, ove tutto intorno / Una ruina involve, la Storia, almeno la Storia – e non è cosa da poco! – lascia sperare.
