Trump: uomo di pace o uomo di guerra? Nonostante i primi vagiti di una tregua mediorientale di cui Trump sarebbe l’artefice, è davvero difficile non vederlo come il presidente della guerra: anche di una guerra “casalinga”, tanto (formalmente) esterna quanto interna, che sta scatenando senza remore e, ovviamente, fuori dal perimetro legale e costituzionale.
Quanto al fronte esterno, Trump non solo ha schierato ingenti forze militari nel mar dei Caraibi contro il Venezuela – reo di aver aperto le proprie porte commerciali alla Cina –, ma ha attaccato e affondato almeno quattro imbarcazioni venezuelane in acque internazionali, giustificando tale azione con la scusa che si trattava di trafficanti di droga appartenenti all’organizzazione, da lui stesso dichiarata terroristica, Tren de Aragua (www.miamiherald.com/news/nation-world/world/americas/venezuela/article312371001.html). Peraltro, mentre è noto che non è quella la tratta maggiormente a rischio per il trasporto di stupefacenti (cocaina e fentanyl in particolare), anche perché il Venezuela non ne è affatto il produttore principale (anzi, non traffica per nulla in fentanyl: www.nytimes.com/interactive/2025/10/09/world/americas/drug-trafficking-venezuela.html), neppure è chiaro chi fossero i naviganti. Una signora venezuelana sostiene, per esempio, che il marito ucciso nel primo di quegli attacchi fosse un semplice pescatore. Senza aver indicato alcuna prova che potesse sostenere l’accusa, la condanna a morte per le 21 persone a bordo delle imbarcazioni è però stata spietatamente eseguita fuori dalla legalità internazionale e nazionale. Sotto il primo profilo, etichettare come terrorista un gruppo di marinai non li rende bersagli legittimi di un’azione militare e l’uccisione intenzionale al di fuori delle ostilità di un conflitto armato – a meno che non sia necessaria per salvare immediatamente una vita – è illegale e costituisce una chiara violazione del diritto internazionale. Sotto il secondo profilo, l’azione militare è stata autorizzata da Trump senza il consenso del Congresso, richiesto viceversa dalla Costituzione, né sembra facilmente immaginabile che essa possa rientrare in quell’autorizzazione a usare la forza militare concessa a Bush dopo l’attacco alle torri gemelle con la quale sono state scatenate guerre fuori da una dichiarazione esplicita del parlamento. La War Powers Resolution del 1973, inoltre, richiede che laddove possibile il presidente «si consulti con il Congresso prima di condurre le Forze Armate degli Stati Uniti in ostilità» (www.nycbar.org/press-releases/unlawful-attacks-on-venezuelan-vessels/).
La tracotanza dell’amministrazione Trump è tuttavia tale da celebrare simili azioni di guerra quali grandi successi. «Questi raid proseguiranno fintanto che gli attacchi al popolo americano non saranno terminati» scrive su X Pete Hegseths, a capo di quello che è stato significativamente rinominato dipartimento della guerra, invece che della difesa. Da parte sua il senatore repubblicano Lindsay Graham non teme di mettere a nudo l’intenzione di Trump di assumere unilateralmente il compito di attaccare coloro che ha deciso arbitrariamente di definire nemici da combattere, quando – sempre su X – scrive che quegli attacchi a imbarcazioni su cui in verità non si sa chi viaggi, rappresentano «il segnale definitivo – e più che benvenuto – che abbiamo un nuovo sceriffo in città» ossia, detto in altri termini, una nuova autorità al comando.
Se, oltre che essere del tutto illegali, gli attacchi alle navi venezuelane sotto il profilo della prevenzione al traffico di droga non sono giustificabili, il loro vero motivo pare stare altrove. È l’attacco a Nicolás Maduro l’obiettivo finale dello spiegamento di forze militari nel mar dei Caraibi, all’interno di un disegno di regime change vecchio stile nel cortile di casa. Negli Stati Uniti Maduro è imputato di concorso in narcoterrorismo e traffico di cocaina in forza di un rinvio a giudizio ottenuto dalla prima amministrazione Trump nel 2020. Maduro è “un ricercato dalla giustizia Americana”, dice il segretario di Stato Marco Rubio, chiarendo così come sia fortemente desiderabile la cattura del presidente venezuelano. Un cambio di regime in quel paese pare, infatti, oggi essenziale per l’America di Trump, che – pur celebrando l’isolazionismo che dovrebbe farla di nuovo grande (MAGA) – non abbandona in verità la grand strategy dei neocon: mantenere sempre e comunque il dominio mondiale, e ciò soprattutto quando in gioco ci sono interessi cinesi addirittura nel cortile di casa. La Cina – il temibile competitor sul piano geopolitico degli Usa – da circa due decenni a questa parte investe infatti miliardi in infrastrutture, sorveglianza e in generale aiuti al Venezuela, intanto che gli Stati Uniti non fanno altro che dispensarle sanzioni. Nel tipico stile cinese dei rapporti internazionali – secondo il quale è escluso l’intervento nella politica interna dei paesi con cui si intessono relazioni commerciali, giacché sono solo gli affari che contano – in cambio la Cina ha ottenuto accordi per l’acquisto di petrolio venezuelano di lungo periodo e a prezzi contenuti. Si tratta di intese irricevibili per l’America del Nord che – dalla dottrina Monroe in poi – ha sempre considerato l’intero Sud America affar suo e solo suo. Un rapporto privilegiato con la Cina, che renda il Venezuela indipendente dal controllo statunitense e pertanto insensibile alle sue minacce, costituirebbe poi un pericolosissimo modello esportabile in tutto il cortile di casa. È per scansare un rischio di questo genere che Trump dichiara oggi unilateralmente e illegalmente guerra alle barche venezuelane, che poi siano di pescatori o di trafficanti di cocaina poco importa in verità.
L’altro fronte di guerra, aperto dal presidente – che avrebbe dovuto essere della pace – è quello interno. È una guerra dichiarata a Quantico, in Virginia, alla fine di settembre di fronte a 800 alti militari, ivi radunati in gran fretta dai luoghi più lontani, per dire loro che occorre combattere contro l’enemy within, che questa volta non è più il deep state, ma sono le amministrazioni statali e locali democratiche, insieme alle persone che protestano per le strade delle città “santuario” contro la barbarie degli arresti brutali e indiscriminati di presunti migranti irregolari da parte degli agenti dell’ Immigration and Customs Enforcement (ICE). «Dovremmo usare alcune di queste città pericolose come terreni di addestramento per il nostro esercito», ha detto Trump a Quantico. Dopo Los Angeles e Washington ha così ordinato l’invio di truppe federali a Portland e Chicago scatenando le reazioni indignate dei sindaci di quelle città, dei governatori degli Stati dell’Oregon e dell’Illinois, ma soprattutto della gente comune, con l’obiettivo evidente di alimentare la tensione popolare per giustificare un intervento armato altrimenti ingiustificabile.
Puntare al caos e a un’escalation di violenza per assumere i poteri militari contro i nemici politici interni sembra essere il pericolosissimo progetto del presidente della guerra, che usa la guardia nazionale di uno Stato repubblicano, quello del Texas, per militarizzare – contro il volere dei loro governanti – le città e gli Stati democratici nemici (gli enemies within, per l’appunto). È un progetto di guerra civile, che neppure i giudici federali sembrano riuscire a fermare. Contro il parere della giudice federale di Portland (pur nominata proprio da Trump nello scorso mandato) che, così come da ultimo la giudice federale di Chicago, ha dichiarato illegittimo l’uso della forza militare nella città in quanto non giustificato dalle circostanze tutto sommato pacifiche, il presidente ha infatti già annunciato che potrebbe sempre ricorrere all’Insurrection Act per portare avanti il suo piano di guerra interna. Nel frattempo a Los Angeles, dove un giudice federale ha, nel merito, dichiarato illegale il dispiegamento della guardia nazionale così come si era realizzato a giugno, i funzionari della contea stanno valutando di dichiarare lo stato di emergenza per fornire assistenza agli immigrati che hanno subito difficoltà economiche a causa del perdurante timore dei raid dell’ICE.
Un quadro di conflittualità avanzata, dunque, tanto a casa che nel cortile degli Stati Uniti come mai si era visto in precedenza. Che Trump possa presentarsi come presidente di pace è perciò davvero un ossimoro ed è forse per questo che il premio Nobel al riguardo è andato a María Corina Machado, l’oppositrice di Maduro in Venezuela. Al di là della finta delusione per il premio mancato, la celebrazione della Machado pare infatti fare il gioco del presidente della guerra.

Già. E magari s’arrabbia pure, se il Nobel lo danno a https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_nobel_come_arma_di_guerra_ibrida__il_curriculum_senza_filtri_di_maria_corina_machado/52961_62991/ …
Se quanto postato dal sig. Bonan non bastasse invito a leggere questo https://pagineesteri.it/2025/10/13/america-latina/venezuela-machado-premio-nobel-le-voci-dal-paese-sotto-assedio/