Fabio Balocco (https://vll.staging.19.coop/ambiente/2025/03/14/valorizzare-la-montagna/) ha posto all’attenzione dei lettori il contrasto tra gli interventi e le intenzioni di amministratori e imprenditori che denaturano il territorio con il pretesto interessato di valorizzarlo. Al contrario la comunità degli ecologisti, che purtroppo non sempre è espressione delle intere comunità locali interessate, è per la difesa dell’ambiente naturale e contraria a speculazioni che alterino spazi ancora intatti. Vengono citate le brame per il Vallone di Cime Bianche in Valle d’Aosta per congiungere Alagna Valsesia e Zermatt, come in passato si era pensato di realizzare strade che avrebbero congiunto Courmayeur con… Capo Passero. Tentativi arditi che, comunque, altrove sono stati realizzati e non solo in ambiente montano. Tuttavia lo scontro tra ambientalisti e anti-ambientalisti va ben oltre quando si allarga lo sguardo nel definire i valori da difendere e i diritti da garantire. Balocco cita, giustamente, la “valorizzazione” della Costa Smeralda con la costruzione di Porto Cervo in Sardegna ad opera dell’Aga Khan. Come non pensare a questo proposito allo spostamento di massa dei due milioni di residenti della Striscia di Gaza proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per creare la Costa Azzurra o la Riviera del Medio Oriente o la Las Vegas del Medio Oriente per “valorizzare” il territorio? L’ambientalismo, quindi, è associato al pacifismo: «la causa della pace non può essere separata da quella dell’ecologia», come ha testimoniato Alexander Langer (https://www.alexanderlanger.org/it/147/3532).
Gli esiti di una guerra sull’ambiente sono drammatici sia a breve che a distanza di tempo (Bonati, Il cronico trauma della guerra, Il Pensiero Scientifico, 2024). Tuttavia l’impatto ambientale delle guerre inizia molto prima. Costruire e sostenere forze militari consuma grandi quantità di risorse (metalli comuni o terre rare, acqua o idrocarburi). Mantenere la prontezza militare significa addestramento, e l’addestramento consuma risorse. Veicoli militari, aerei, imbarcazioni, edifici e infrastrutture richiedono tutti energia. E il più delle volte quell’energia è petrolio, e l’efficienza energetica è bassa. Si stima che le forze armate siano responsabili del 5,5% di tutte le emissioni di gas serra a livello globale (https://ceobs.org/how-does-war-damage-the-environment/). Le forze armate hanno bisogno di grandi aree di terra e di mare, sia per basi e strutture, sia per test e addestramento. In molti casi si tratta di aree ecologicamente importanti (il caso Sardegna nella storia italiana ne è un esempio). L’addestramento militare crea emissioni, interruzione dei paesaggi e degli habitat terrestri e marini e crea inquinamento chimico e acustico dall’uso di armi, aerei e veicoli. Il “riarmo” dovrebbe contemplare anche queste considerazioni.
Durante i conflitti l’impatto ambientale varia a seconda del territorio, dell’intensità e della durata, ma, comunque, si consumano grandi quantità di carburante, causando enormi emissioni di CO2 e contribuendo al cambiamento climatico. I movimenti di veicoli su larga scala possono causare danni fisici estesi a paesaggi sensibili e geodiversità, così come l’uso intensivo di ordigni esplosivi. L’uso di armi esplosive nelle aree urbane e industriali crea grandi quantità di detriti e macerie, causando inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque. Gli attacchi deliberati agli impianti petroliferi o industriali o la distruzione di infrastrutture agricole come canali, pozzi e pompe e l’incendio di raccolti vengono utilizzati come arma di guerra, per inquinare vaste aree e diffondere il terrore.
La distruzione intenzionale di dighe si è verificata ripetutamente in Ucraina, sebbene il rischio sia stato sinora trascurato perché essa è vietata dalle Convenzioni di Ginevra (https://www.science.org/doi/10.1126/science.adn8655). Le dighe sono componenti principali delle infrastrutture umane contemporanee sui fiumi in tutto il mondo. Esistono più di 50.000 grandi bacini di riserva in tutto il mondo. Il recente crollo delle dighe in Libia evidenzia il pericolo di cedimenti delle dighe nel contesto del cambiamento climatico globale (https://ceobs.org/how-does-war-damage-the-environment/) Le strategie di guerra moderne hanno ridotto la necessità di operazioni basate a terra, tuttavia i fiumi non solo continuano a essere barriere di combattimento, ma sono sempre più utilizzati come armi (http://link.springer.com/10.1007/s11269-019-02212-z). In particolare la distruzione intenzionale delle dighe rientra tra le azioni tattiche durante un conflitto. Le conseguenze della distruzione di una diga, sia intenzionale durante una guerra o accidentale per deterioramento, possono produrre impatti ambientali su larga scala e a lungo termine. Sebbene l’attenzione dei media si sia concentrata sugli impatti immediati delle inondazioni sulla società, sulla politica e sull’economia, la contaminazione tossica nei sedimenti appena esposti dell’ex letto del bacino idrico rappresenta una minaccia a lungo termine ampiamente trascurata per gli ecosistemi di acqua dolce, estuari e marini. L’uso continuato dell’acqua come arma può comportare rischi ancora maggiori per le persone e l’ambiente.
Anche le armi e il materiale militare utilizzati durante i conflitti lasciano eredità ambientali. Le mine terrestri, le munizioni a grappolo e altri residuati bellici esplosivi possono limitare l’accesso ai terreni agricoli e inquinare i terreni e le fonti d’acqua con metalli e materiali energetici tossici. Nei conflitti più gravi, possono essere prodotti o abbandonati grandi volumi di rottami militari, che possono contenere una serie di materiali inquinanti, contaminando terreni e falde acquifere, esponendo al contempo chi ci lavora, o gioca come i bambini, a rischi per la salute acuti e cronici (è quanto succede ancora oggi in Bosnia, in Afghanistan e in molti territori africani). Navi, sottomarini e infrastrutture petrolifere offshore distrutte o danneggiate possono causare inquinamento marino. Molte armi convenzionali contengono componenti tossici anche radioattivi. Le armi incendiarie come il fosforo bianco non sono solo tossiche, ma possono anche danneggiare gli habitat attraverso il fuoco. Sebbene ora limitato, l’uso diffuso di defolianti chimici ha danneggiato la salute pubblica ed ecologica in vaste aree del Vietnam.
Impatti diversi sull’ambiente possono far regredire di anni i Paesi vittime di guerra. Non solo a causa di nuovi danni, ma nello sviluppo che avrebbe avuto luogo se non ci fosse stato un conflitto. I costi per la ricostruzione complessiva post conflitto richiedono enormi volumi di risorse (tutta la filiera bellica è un investimento e una speculazione economica) nonostante i costi per il recupero ambientale non siano mai esplicitati negli accordi, ma considerati come conseguenze attese. Affrontare la questione ambientale durante e dopo i conflitti, e ancor più oggi che si affronta il “riarmo” europeo può anche creare opportunità per costruire e sostenere la pace e per aiutare a trasformare le società attraverso una ripresa sostenibile.
