Lo scisma da un mondo che muore

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Un titolo riuscito, Lo scisma da un mondo che muore. Jacques Camatte e la rivoluzione (Deriveapprodi, 2024), ci introduce al volume che Michele Garau, studioso dell’“altro movimento operaio” – quello non ingabbiato dagli schemi teorici e dagli apparati burocratici di partiti e sindacati –, ha dedicato a un pensatore francese schivo (tanto che è difficile ricostruirne la biografia) e nondimeno dirompente, nella sua polemica verso la tradizione intellettuale e politica della sinistra.

Ampliando temi sviluppati in un saggio precedente, L’ultrasinistra e il “partito storico” della rivoluzione (Porfido, 2023), Garau si concentra sul quinquennio 1969-1974 per mettere a fuoco l’itinerario teorico di Camatte nelle prime due serie di “Invariance”, la rivista che, sotto la sua guida, ha cercato un punto di congiunzione fra l’eredità della Sinistra comunista, raccolta intorno al Partito comunista internazionale, e la generazione del Sessantotto. Il filo conduttore dell’elaborazione di Camatte in quegli anni è individuato nella “rottura dialettica” con Amadeo Bordiga. I due si incontrano nei primi anni Cinquanta; l’ormai anziano rivoluzionario italiano lascia un segno profondo su Camatte, che ne riprende l’idea della rivoluzione come scisma, contro ogni gradualismo: un virus, questo, che appesta tanto il riformismo più spudorato quanto il consiliarismo (a partire da quello gramsciano). Entrambi sono considerati da Bordiga, e da Camatte, come esperienze gestionarie. Dura è la polemica del dirigente comunista italiano contro gli “abiuratori di scisma” (bersaglio di uno scritto del 1965), ossia quella parte (maggioritaria) del movimento operaio internazionale che, con le sue strategie, e le sue rivoluzioni, si è mantenuto sul terreno del capitale, finendo così per favorirne l’ulteriore espansione. Camatte rinforza la dose, notando quanto i movimenti rivoluzionari abbiano introiettato la fede nella Ragione e nella scienza e la teologia dello “sviluppo” della società borghese. Per Bordiga come per Camatte, spiega Garau, «non c’è […] nessuna veridica possibilità di avanzare dentro la macchina capitalistica e utilizzarne le risorse a proprio favore […]. Questa distorsione porta a compromettere il primato del futuro e l’alterità del comunismo, a liquidare l’idea della rivoluzione come catastrofe del modo di produzione in vigore”» (p. 24). Assimilando il repertorio della politica borghese, il movimento operaio scivola nel culto dell’organizzazione; non che Bordiga neghi la necessità del Partito come depositario di un programma – quello comunista – transgenerazionale; tuttavia aborre – seguito da Camatte – la riduzione del problema del superamento del capitalismo a questione, per così dire, tecnica.

Le origini di questa osmosi con la società borghese sono individuate da Camatte nell’allontanamento del marxismo – in particolare quello sovietico – dalla tematica comunitaria e nell’introiezione della mistica delle forze produttive, assunte come requisito necessario della liberazione. Camatte sostiene invece che il loro sviluppo, lungi dal condurre al comunismo, segna piuttosto il culmine della colonizzazione capitalista del mondo. Il suo affondo va oltre: la premessa della trasformazione del marxismo in ideologia dello sviluppo (capitalistico) va ricercata nell’ambiguità dello stesso Marx, che non chiarisce perché le forze produttive, creature del capitale, dovrebbero contenere un potenziale rivoluzionario. Non dallo sviluppo, dunque, né dalla critica ci si può aspettare una scintilla rivoluzionaria: una volta che il capitale si è antropomorfizzato, colonizzando non solo l’economia, ma l’essere umano nella sua interezza, trae linfa anche da ciò che apparentemente lo mette in discussione. Esso incontra nondimeno un limite, nel suo divenire: «Il rapporto di valorizzazione del capitale deve infatti ridurre al minimo il contributo dell’attività umana […] ma nel momento in cui si avvicina a infrangere questo condizionamento rischia di distruggere anche i propri presupposti di esistenza» (p. 55). Il mondo che muore del titolo è quindi il capitalismo che, assorbendo l’energia degli organismi viventi in una corsa irrefrenabile, e intrinsecamente irrazionale, precipita il pianeta nel rischio di estinzione.

Che fare? Garau registra una svolta, nel percorso intellettuale di Camatte, che lo porta ad abbandonare la prospettiva rivoluzionaria. Se nella prima serie di “Invariance” il francese rimane fedele alla teoria classica del proletariato (cui spetta, per il suo ruolo nella produzione, la guida del processo rivoluzionario), nella seconda sono tutti i soggetti proletarizzati, a prescindere dal loro ruolo economico (sia esso produttivo, distributivo o di mero consumo), a essere depositari di potenzialità rivoluzionarie. Qui si consuma la rottura con Bordiga che, agli occhi di Camatte, rimane impigliato in concezioni leniniste, non riuscendo così ad afferrare la carica dirompente delle soggettività rivoluzionarie emerse fra la fine degli anni Sessanta e i Settanta. Tuttavia neppure la sinistra rivoluzionaria dell’epoca (da Potere operaio all’Internazionale situazionista) si salva, per Camatte, perché rimane prigioniera dell’errore prospettico di assegnare alla classe operaia un ruolo rivoluzionario, quando invece essa costituisce il motore dello sviluppo capitalistico. La conclusione è che solo un processo di abbandono può provocare la morte del capitale: il comunismo infatti non può essere “preparato”, rappresentando piuttosto l’esito spontaneo di un processo storico che non consiste nella costruzione di un diverso ordine sociopolitico, bensì nel generare un essere comunitario, i cui tratti tuttavia restano oscuri.

Se nel testo non è sempre facile distinguere quali idee siano di Bordiga, quali di Camatte e quali di Garau, nell’ultimo capitolo si comprende come il confronto dell’autore con il teorico francese si configuri a sua volta come rottura dialettica. Garau mette infatti in risalto il lascito camattiano «per chi coltiva un’inimicizia politica verso il mondo così com’è» (p. 101), ma al contempo ne evidenzia le ambiguità e i punti ciechi. Pur facendo proprio il rigetto della mistica dell’organizzazione, della teologia dello sviluppo e della teoria classica del proletariato, l’autore discute criticamente il concetto di comunità. In Camatte essa non è intesa come adesione a un modello già esistente, bensì come recupero delle potenzialità scartate della storia umana; si tratta di una “risorsa” che affiora nelle congiunture rivoluzionarie (si pensi alla Comune, all’ucraina machnovščyna o ai Soviet), per poi essere tradita, o dimenticata. Il rischio di una deriva essenzialista è tuttavia forte e Garau non manca di notarlo, segnalando altresì l’esito solipsistico della rinuncia a trasformare il mondo, che diventa, nella biografia stessa di Camatte, ritiro dal mondo stesso. Un simile epilogo non può che lasciare insoddisfatto – constata l’autore – chi ha fame di cambiare il mondo e pensa che la colonizzazione integrale dell’umano da parte del capitale non sia mai un processo senza ritorno. Dai limiti della prospettiva rivoluzionaria classica il discorso di Garau si allarga alle rivolte contemporanee (come quella dei gilet jaunes) che, stigmatizzate come apolitiche o antipolitiche dal movimento operaio ufficiale, sfidano l’ordine globale attingendo al “bacino esperienziale” della vita quotidiana, senza passare per le mediazioni rappresentative.

Tali forme di lotta presentano tuttavia un rischio, agli occhi di chi scrive (che pure vi scorge l’unico elemento realmente perturbatore del dominio capitalistico): come evitare che esse si risolvano (come è successo in questi anni) in esplosioni destinate a loro volta a essere riassorbite dal capitalismo? Se è necessaria una loro “preparazione” o perfino “direzione” perché siano in grado di cogliere il kairós – la congiuntura opportuna per operare lo scisma dal mondo che muore – allora la deriva avanguardistica è in agguato e non è chiaro quali freni possano arginarla. Certo di nuove forme di militanza che, facendo saltare le regole del gioco del capitale, spalanchino un piano altro è urgente discutere, anche confrontandosi criticamente con la mistica della “comunità”. Che questa sia intesa come ritorno alle origini (?) o come costruzione di spazi interstiziali sottratti (illusoriamente) al dominio del capitale, non basterà per salvarci dall’autodistruzione.

Gli autori

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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