Giovani: le semplificazioni e gli stereotipi non servono

Periodicamente, a seguito di episodi di violenza da parte di minorenni, emergono, negli adulti, panico e allarme e si parla della “questione giovanile” come di un’emergenza da affrontare con misure repressive. Senza motivo, ché l’unico atteggiamento utile per prevenire disagio e devianze è ascoltare, cercare di capire e incidere sulle relazioni e sul coinvolgimento nella costruzione di una società con prospettive di futuro.

Il Minnesota come Weimar: gli Usa e lo Stato di diritto

Gli Stati Uniti, nati da una promessa di libertà ma attraversati da una violenza antica, si scoprono esposti a rischi elevati di tenuta democratica. Il Minnesota è la cartina di tornasole e il laboratorio dell’inversione di rotta impressa da Donald Trump, che porta al predominio della forza sulla legge e al tramonto dello Stato di diritto sostituito da oligarchie miliardarie e onniscienti che fanno corona al tycoon della Casa Bianca.

Giovani, coltelli e ipocrisia

Alcuni recenti fatti di cronaca (da ultimo l’accoltellamento di uno studente all’interno di una scuola) pongono domande ineludibili: la violenza giovanile è un’anomalia italiana? e la crescita della repressione è una risposta utile? L’esperienza dice di no e mostra che il sicuritarismo fonda una società insicura, frammentata, dove la paura la fa da padrona e la violenza viene esaltata. Ma tant’è: a una parte della società conviene.

Askatasuna il giorno dopo

Il giorno dopo l’irruzione della polizia nella sede di Askatasuna, con interruzione del percorso di trasformazione concordato con il Comune di Torino, i problemi sono più acuti di prima. La città è militarizzata, la polizia ha alzato il livello dello scontro, il rischio di “disordini” è permanente. Ed è facile prevedere che, se il Comune non riprenderà l’iniziativa, la città vivrà mesi di tensione e di conflitto senza soluzione.

L’abitudine alla guerra

Guerra e violenza sono, da tempo, il nostro vissuto quotidiano: nelle parole e, ancor più, nelle immagini. Diverse le reazioni di ciascuno, resta il problema di trovare una spiegazione al loro perché. Un tentativo difficile e finora senza risposte appaganti. Ma è sempre più evidente la necessità di una seria riflessione sulle responsabilità dei modelli comportamentali aggressivi imperanti nella società.

Per la Palestina, leggendo Paola Caridi

Parlare di Palestina – ancora – è necessario, per i palestinesi e per noi: perché il genocidio non è terminato e non si fermano le violenze in Cisgiordania; perché il “piano di pace” di Trump e dell’Onu è espressione del colonialismo più classico; perché la Palestina è un laboratorio di disumanizzazione in cui si disconoscono le peggiori atrocità e si annulla la dignità delle persone. Ci aiutano a farlo due libri di Paola Caridi.