Leonardo Sciascia, nelle pagine iniziali di Todo Modo, propone una riflessione sul rapporto tra casualità e logica. Spesso, per quanto ci ostiniamo a leggere la realtà come il risultato di una concatenazione logica, in realtà siamo di fronte al succedersi di eventi casuali, che si saldano l’uno con l’altro, e ci restituiscono un esito che, pur dandolo per scontato, non lo è. Il rapporto tra recenti fatti di cronaca e nuovo disegno di legge sicurezza, dimostra quanto sia fondata la teorizzazione dello scrittore siciliano.
Da un lato, il Governo, cerca di supplire al vuoto progettuale, ai ristretti margini di manovra a disposizione, facendo leva sull’ennesimo provvedimento sicuritario, continuando imperterrito sulla scia che ne ha caratterizzato l’operato sin dal suo insediamento. Dal decreto anti-rave in poi, passando per le zone rosse, la legislazione sicuritaria ha rappresentato il fiore all’occhiello di un esecutivo incapace di elaborare una proposta politica all’insegna dell’inclusione sociale, della rinascita economica, della pace. Dall’altro lato, la tragedia di La Spezia, conclusasi con la morte del giovane Youssef Zaki, accoltellato da un suo compagno di scuola, viene presentata come l’ennesima conferma del fatto che il Governo Meloni abbia individuato la fonte dei problemi (tanto più che i due giovani coinvolti nella vicenda sono di origine nordafricana), al punto da spingere il sindaco della città ligure ad affermare che l’uso dei coltelli rientra nella cultura del reo e della vittima. Inoltre, sia Youssef che Atif, il suo omicida, appartengono, per quanto maggiorenni, a quella fascia di età che, dalla pandemia in poi, è stata battezzata come il nuovo spauracchio della società italiana. Anzi, alla luce della tragedia di La Spezia, si parla di misure ancora più aspre, come ad esempio l’introduzione dei metal detector nelle scuole, sul modello statunitense. E pazienza se la misura si è rivelata del tutto inefficace, se non addirittura inutile. L’importante è che la propaganda funzioni.
Il cadavere di un giovane e la tragica violenza omicida messa in atto dall’altro (che, prima dell’episodio, non aveva avuto precedenti penali) diventano il terreno su cui piantare la bandiera dell’ennesimo provvedimento restrittivo. A questo punto, sorge spontaneo il bisogno di porsi due domande: la violenza giovanile, davvero costituisce l’anomalia della società italiana? E l’introduzione di provvedimenti repressivi, può rappresentare la migliore soluzione per i problemi della convivenza civile? Tocca rispondere negativamente a entrambe le domande.
Sul versante della violenza giovanile, l’escalation nel possesso e nell’utilizzo dei coltelli potrebbe essere possibile. Tuttavia, i dati in materia, sono oscillanti. Soprattutto, chi li ostenta come prova inoppugnabile, dimentica di svolgere delle distinzioni importanti. La prima riguarda la categorizzazione dei reati con arma bianca: alcuni reati potrebbero ascrivibili alla criminalità organizzata, altri alle attività predatorie dei crimini per strada, altri ancora ad episodi come quello di La Spezia. Disaggregando i dati, la realtà apparirebbe a tinte meno allarmanti di quelle dipinte dal Governo e dalla macchina mediatica. Ci sarebbe da discutere sul disagio giovanile, sui modelli proposti e riprodotti dai social, ma non a partire della rappresentazione degli universi dei giovani come ricettacolo di degrado morale. Una seconda precisazione riguarda la costruzione sociale della devianza. In certe subculture, come quella degli ultras calcistici, il possesso di armi bianche è stato di fatto tollerato. Cutter e coltelli sono stati spesso in possesso di gente che vive per strada, o in condizioni di marginalità, e li porta per difendersi da eventuali aggressioni. È soltanto nell’ultimo lustro che il possesso di un’arma bianca è diventato un criterio qualificante per definire universi criminali. Una terza precisazione, riguarda proprio l’equazione tra giovani e violenza, magari, come fa il sindaco di La Spezia, filtrata da qualche altra categoria, come l’appartenenza etnica. L’Italia è un paese dove si sono seduti e siedono in Parlamento forze politiche che hanno fatto vanto di incendiare i campi rom a colpi di molotov, di spargere letame sui luoghi destinati all’edificazione delle moschee, di spruzzare il DDT addosso alle sex workers. Che premono perché vengano istituite le ronde, e che vogliono ampliare il diritto alla legittima difesa. Tanto da definire tale l’omicidio di Lonate Pozzolo, commesso da un giovane padano, non maranza, ai danni di un rapinatore, che non era armato. Nessuno, da parte della compagine governativa, ha espresso parole di indignazione per l’omicidio commesso a Lonate Pozzolo, come per altri commessi in nome della sacralità della proprietà privata, possibilmente italiana e padana. La violenza, nella società italiana, non soltanto è diffusa, ma viene reputata in modo sempre più crescente come la principale forma di regolamentazione dei rapporti sociali. Con buona pace dello Stato di diritto e della Costituzione.
Quanto alla seconda domanda, si può tranquillamente affermare che ormai la farsa ha superato la tragedia. Da anni, le coalizioni governative, tecniche o di diverso colore politico che siano, si producono in esercizi di sicuritarismo tanto pignoli quanto sterili. L’aumento delle pene, la criminalizzazione di un numero maggiore di condotte, l’istituzione delle zone rosse, la distruzione della giustizia minorile, testimoniano le costanti sollecitazioni a cui da anni, con zelo peculiare, viene sottoposta la sfera giudiziario-penale, su cui vengono convogliate tutte le energie politiche. Anche quelle che dovrebbero essere utilizzate per arrestare il declino industriale e rilanciare il welfare. Gli esiti di quella ipertrofia sicuritaria sono sotto gli occhi di tutti. Le carceri scoppiano, sono sempre più deteriorate. I suicidi aumentano, rendendo la rieducazione prevista dall’articolo 27 della Carta ormai una formula vuota. Le leggi proibizioniste in materia di stupefacenti, oltre a riempire le carceri e ad alimentare la criminalità di strada, continuano a gonfiare i portafogli delle organizzazioni criminali. Le leggi restrittive sull’immigrazione hanno ingrossato i bacini della marginalità e del disagio, ponendo le condizioni affinché il ricorso ad espedienti, talvolta illegali, come strategia di sopravvivenza, diventi appannaggio di ampie fasce di popolazione.
Viceversa, non si promuovono politiche volte a conferire la cittadinanza a figli e nipoti di migranti nati in Italia, né si investe sulle scuole, sui servizi, sugli spazi condivisi, in nome della valorizzazione della rendita fondiaria e delle grandi griffe internazionali. Il sicuritarismo ha disegnato una società insicura, frammentata, sfiduciata, dove la paura la fa da padrona e la violenza può diventare l’unico strumento attraverso il quale esprimere il disagio individuale o collettivo. Finché, c’è da temere, l’aumento delle spese militari non sfocerà in una guerra che legittimerà l’arruolamento dei giovani delle classi pericolose per sostenere lo sforzo bellico. E introdurrà un nuovo tipo di emergenza. Quella militare. Uno scenario che potrebbe ricalcare Todo Modo. Dove muoiono tutti. Ma stavolta anche il narratore potrebbe non sopravvivere. Usciamo da questo incubo sicuritario, finché siamo in tempo.

Purtroppo basta un’annotazione fuori luogo per sporcare un bel ragionamento.
Non sarebbe legittima difesa la vicenda di Lonate Pozzolo?! una sola coltellata, data da una persona che si è trovata IN CASA e di notte due estranei.
A livello giudiziario vedremo, ma a livello storico e politico non è proprio la stessa cosa di un gioielliere che spara alle spalle ad un uomo che fugge.
E se sfugge questa differenza è giusto che la sinistra perda, perché non troverà mai l’appoggio delle persone comuni, che giustamente avrebbero paura a trovarsi due energumeni malviventi in casa.