Giovani: le semplificazioni e gli stereotipi non servono

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Recenti episodi di violenza o di compimento di reati – anche gravi – da parte di minorenni o giovani adulti hanno suscitato reazioni molto accese a livello di dibattito pubblico e di confronto politico sulle modalità con cui società e istituzioni possono affrontarli e prevenirli. L’enfasi sui singoli episodi induce il mondo degli adulti, i media, i rappresentanti politici, molti esponenti delle istituzioni, a definire come tratto dominante di adolescenti e giovani l’essere un insieme connotato da negatività e problematicità, il costituire una “emergenza” in quanto produttori di specifiche e gravi situazioni che destano allarme. Oggi come in altri tempi – essendo queste qualificazioni e valutazioni reiterate periodicamente – i giovani sono considerati fonte di “panico morale”, un pericolo da contenere e reprimere. Spesso senza alcun riferimento a dati oggettivi e nessuna memoria relativamente a periodi in cui le loro modalità di porsi nei contesti di vita e nelle interazioni con gli adulti erano sicuramente altrettanto, se non più, problematiche e gravi. Nei media si sprecano le designazioni stereotipe dei protagonisti di fatti e situazioni per le routines narrative adottate. Tipico esempio è l’uso costante dell’espressione baby gang per qualunque azione anche solo di due o tre ragazzi che compiono insieme un reato, sottraggono beni o agiscono violenza, così come quotidiane sono le qualificazioni esplicitamente derivanti da pre-giudizi e ostilità, se non da vero e proprio razzismo, per chi appartiene a minoranze ed è, visibilmente, di origine straniera. Per giungere alla più recente designazione, addirittura di una generazione, come “generazione lame”, con riferimento al porto di coltelli da parte di alcuni ragazzi.

Il trattare sempre gli adolescenti e i giovani come categoria, dove scompaiono le individualità, le motivazioni del loro agire, ma soprattutto i loro vissuti, si accompagna a un costante schematismo nelle spiegazioni di atti e comportamenti devianti, ben espresso nella formula di senso e linguaggio comune: “la colpa è…. Di volta in volta, la famiglia, gli insegnanti, le cattive compagnie, le serie televisive, i social, i rapper, ma soprattutto e sempre più, le predisposizioni naturali (in una sorta di sempre affascinante vulgata neo-positivista) o la mancanza di severità delle leggi e di punizioni esemplari. Da qui l’invocazione di maggior rigore, la definizione di nuovi reati e di pene più severe, il più frequente ricorso al carcere anche per i minorenni, nell’illusoria invocazione e proposizione di risposte “risolutive”.

Gli adolescenti e i giovani sono considerati come portatori di una sorta di alterità, di estraneità rispetto alle dinamiche sociali “normali” e alle responsabilità diffuse di tipo “sistemico”, quelle che sono riconducibili agli imperativi economici, sociali e culturali, per questo affrontabili solamente assumendo la complessità degli intrecci di fattori e livelli. Dinamiche – pensiamo alla cultura e alla pratica della violenza tra adulti e come mezzo per affrontare conflitti e difendere interessi sullo scenario globale – che non sono mai messe sotto accusa e complessità che non sono mai affrontate. Eppure solo l’impegno a osservare, incontrare, comprendere la vita, le condizioni, i modi di pensarsi e di relazionarsi agli altri nella quotidianità dei protagonisti di queste vicende e più in generale di chi vive il tempo della crescita e del passaggio all’età adulta può garantire possibilità di definire impegni, strategie, politiche capaci di intercettare, dialogare, offrire opportunità e futuro alle giovani generazioni. Ed anche di reagire efficacemente a comportamenti problematici, senza inutili e spesso controproducenti risposte basate sul senso comune (e, come accade sempre più, sul senso comune penale).

Certo non è facile provare a leggere e interpretare con attenzione i tratti che connotano le adolescenze contemporanee, tra la “normalità” del quotidiano di tanti, dei più, e il disagio, lo smarrimento, la rabbia di alcuni. Ci possono orientare alcuni aspetti cruciali evidenziati da studiosi e operatori a contatto con gli adolescenti: i desideri, la dimensione del tempo, la percezione e la fruizione dei luoghi, i riferimenti “culturali”, la rilevanza delle autorappresentazioni e delle relazioni virtuali. Pochi e sintetici riferimenti a queste dimensioni possono costituire una bussola.

I desideri: non è difficile cogliere, tra quelli più diffusi, senza distinzione di collocazione sociale, quello dello stare quasi esclusivamente con i propri simili. Espressione dell’assoluta centralità delle relazioni orizzontali, nella crisi delle dimensioni relazionali verticali, siano esse genericamente intergenerazionali, siano quelle con titolari di ruoli educativi o istituzionali. Intrecciato a questo desiderio troviamo quello di sperimentare emozioni, sensazioni e piacere che sono assicurati da più elementi: i legami, la complicità, la vicinanza fisica (anche eroticizzata, senza distinzione di genere), le esperienze sessuali precoci e sperimentali, il divertimento (il gioco, il ballo, alcune prestazioni fisiche), le sostanze psicoattive (alcol e sostanze illegali, in particolare le NPS o nuove sostanze psicoattive), alcune esperienze adrenaliniche, quali quelle rappresentate dalla ricerca del rischio, da sfide e trasgressioni, da fughe dalle agenzie di controllo. E infine, come tratto del tempo presente, il desiderio di apparire ed essere riconosciuti in primis dai pari, ma anche dal resto del mondo, sia esteriormente (per il look) sia per agiti che sollecitano interesse, ammirazione, imitazione, soprattutto consenso, misurato in likes e followers.

La dimensione del tempo ci fa cogliere l’importanza, se non l’assoluta centralità, del “qui e ora” per assenza di interesse e oggettiva difficoltà di proiettarsi in un futuro immaginabile, date le incertezze delle prospettive di realizzazione. Da qui la rilevanza del tempo dedicato a soddisfare i desideri che sopra abbiamo richiamato, il tempo del divertimento, dell’aggregazione, la notte più che il giorno. E ancora un rafforzato orientamento – che è peraltro proprio anche di tanti adulti nella società del consumo compulsivo di beni e, più ancora, di sensazioni – a considerare essenziale che non intercorra nessun tempo di attesa tra espressione e realizzazione dei desideri percepiti, la non posticipazione dei piaceri ricercati.

La terza dimensione utile per comprendere la realtà vissuta da adolescenti e giovani è quella dei luoghi, alcuni dei quali connotati da omogeneità culturale che garantiscono la percezione di una appartenenza fondata su, ancorché fragili, radici culturali correlate alle proprie origini, che si possono vivere ed esibire con fierezza; altri che offrono la percezione di condividere con coetanei le stesse condizioni ed esperienze, al di là delle origini e del colore della pelle. Sono proprio questi i luoghi che sempre più frequentemente vedono formarsi aggregazioni composte da diversi quanto alle origini geografiche proprie o delle famiglie, ma uguali per la comunanza di condizioni, di esperienze, di difficoltà, di esposizione agli stessi messaggi. Luoghi “naturali” di incontro, di attività, di espressione ed esibizione, scelti a volte perché consentono una aperta e provocatoria visibilità, altre volte perché garantiscono, all’opposto, invisibilità. A queste considerazioni sono corollario quelle relative alla mobilità tra luoghi e al senso che vi si attribuisce. In molti casi la mobilità verso un “altrove” immaginato per potersi realizzare: il centro per chi sta in periferia, la città per chi vive in provincia, fino all’Italia per chi cresce in parti del mondo deprivate, o il resto del mondo per chi, qui da noi, non riesce a realizzarsi come desidera.

Non mancano molti e diversi riferimenti “culturali” condivisi, ancorché provvisori. Mutevoli come sono le mode e i marchi privilegiati, i contenuti della realtà virtuale come le serie o i videogiochi, le espressioni linguistiche con i gerghi settoriali. Riferimenti sono i diversi influencers, anche qui nel mix di trasgressione e di appiattimento sulla moda e sui valori consumistici spinti all’eccesso. Pensiamo ai protagonisti del trap, fortemente trasgressivi, apparentemente alternativi al sistema, in realtà commercializzati e oggetto di business, anche sfruttando gli scandali di personaggi complessi e problematici (per tutti il famoso rapper che si è chiamato provocatoriamente Baby gang).

Infine, grande attenzione va posta sul ruolo della auto-rappresentazione, della proposizione di sé, non solo sulle scene reali, ma anche, e soprattutto, su quelle virtuali. I social sono mezzi per parlare di sé con i pari, con gli altri coetanei, ma anche – sebbene in maniera indiretta – con gli adulti che, magari inconsciamente, si spera possano osservarti e comprendere qualcosa che nella relazione diretta non si è in grado di comunicare. In questo spazio virtuale molte produzioni di immagini e parole paiono espressione di vissuti di disagio e frustrazione, come la rappresentazione di “gesta” provocatorie, trasgressive, sfidanti le istituzioni, da cui traspare aggressività e rabbia. Fino alla ripresa e condivisione di comportamenti di violazione delle leggi, di commissione di reati in gruppo, di interazione spavalda con le forze dell’ordine e con le istituzioni penali in cui si mostra assenza di paura (in realtà spesso presente), rifiuto di sottomissione o di pentimento. In altri casi, ad esempio per le seconde o terze generazioni di immigrati, la rappresentazione di sé è connotata semplicemente dal desiderio di segnare una specifica appartenenza, attraverso l’esibizione di segni distintivi di un noi che ci definisce diversi da altri e soprattutto assicura una qualche forma di identità cui ancorarsi. È il caso dei gruppi di latinos che si rifanno ad alcune comunità transnazionali che coltivano i sogni di una “nazione” ideale di simili che vivono la diaspora, ma non rinunciano a sentirsi uniti.

In ognuna di queste forme di comunicazione elemento decisivo è la ricerca di visibilità e consenso, il raggiungimento di una sorta di fama (misurabile in likes e followers), ottenibile nella costruzione di un personaggio, nella produzione di contenuti, nella speranza di farne magari una fonte di reddito. La centralità del bisogno di consenso contribuisce a ingigantire il significato delle situazioni in cui si sperimentano attacchi e forme di distruzione dell’immagine coltivata e promossa da parte di altri significativi, dalle semplici critiche al cyberbullismo al revenge porn. Con conseguenze a volte tragiche, come mostrano diversi casi di suicidi in cui il ruolo di queste forme di violenza attraverso i social sembra rilevante, almeno in termini di fattore di rischio.

Sono solo alcune delle tante suggestioni che si possono raccogliere con un atteggiamento “comprendente”. L’unico atteggiamento utile se si vuole ricostruire un rapporto tra adulti e giovani e se si vogliono impostare efficaci strategie di prevenzione del disagio, della devianza, della violenza che si esprime nelle relazioni. Strategie non affidate a semplificazioni e schematismi (come più sanzioni, soprattutto più carcere per tutti), ma costruite agendo seriamente su più piani: educazione alla legalità, all’affettività, al rispetto degli altri come persone e come titolari di diritti; investimento in relazioni e ascolto, a partire dalla presenza di educatori e operatori nei luoghi naturali, e in proposte di protagonismo costruttivo; offerta di opportunità di formazione e lavoro, soprattutto per i più deprivati e i meno “integrati”, perché possano avere una qualche speranza nel futuro e non abbandonarsi alla disperazione e alla rabbia.

Gli autori

Franco Prina

Franco Prina, già professore ordinario di Sociologia giuridica e della devianza all’Università di Torino, è autore di ricerche e pubblicazioni su fenomeni quali le devianze e la delinquenza minorile, i consumi e le dipendenze da alcol e droghe, la prostituzione e, insieme, sulle norme, le politiche e gli interventi adottati per affrontarli. È impegnato anche nella formazione continua di operatori sociali.

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