Manifestazioni di piazza, panico morale e vigilanza democratica

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Nel 1971 venne pubblicato lo studio Folkdevils and Moral Panic, scritto dal criminologo inglese di origine sudafricana Stanley Cohen, destinato a diventare uno dei testi di riferimento per la criminologia critica. Si trattava di un lavoro relativo al processo di criminalizzazione dei Mods e dei Rockers, bande giovanili inglesi, a partire dall’analisi dell’evento in cui la loro demonizzazione raggiunse il culmine, vale a dire i disordini verificatisi a Clacton on Sea nell’estate del 1964. In quell’occasione, la polizia inglese, approfittò di alcune scaramucce per arrestare oltre 200 membri di entrambe le bande, e sottoporli a trattamenti abusivi prima di porli in libertà. I fatti di Clacton on Sea erano stati preceduti da mesi di campagna denigratoria da parte dei media nei confronti dei membri di Mods e Rockers, definiti come dei barbari e incivili che minacciavano la quiete pubblica. In realtà, dietro il pregiudizio della stampa inglese dell’epoca, allignava un conflitto di classe sotterraneo. Clacton on Sea era il ritrovo estivo per eccellenza della classe media inglese dell’epoca. La possibilità che vi potessero affluire in massa giovani della classe operaia, economicamente indipendenti e connotati sul piano identitario, veniva visto come un evento lesivo degli equilibri di classe su cui da secoli si reggeva la ormai ex potenza imperiale.

Il lavoro di Cohen costituisce tuttora un punto di riferimento per gli studiosi che adottano un approccio critico in ragione di due specifici concetti. Il primo è quello di amplificazione della devianza, attraverso il quale lo studioso anglo-sudafricano spiega che l’etichettamento, ovvero la criminalizzazione degli individui e dei gruppi sociali subalterni, va letto all’interno di un processo dinamico. Se da un lato chi detiene le risorse materiali e simboliche può permettersi di definire e perimetrare lo spazio della devianza, dall’altro lato, chi viene etichettato come deviante, maturerà un risentimento ancora più acuto nei confronti degli etichettanti. Il secondo concetto è quello di panico morale, ovvero la paura e l’insicurezza che si crea tra larghi strati dell’opinione pubblica a fronte di fenomeni considerati anomali e difficili da decifrare. L’etichettamento, la criminalizzazione, prevalgono sullo sforzo interpretativo. A questo esito, contribuiscono in modo decisivo quelli che Howard Becker definiva imprenditori morali, ovvero quegli attori sociali che, animati da un presunto spirito riformatore, producono e diffondono etichette ai danni di individui e gruppi sociali giudicati pericolosi. Esponenti politici, operatori mediatici, accademici, esponenti dell’associazionismo, rientrano a pieno titolo all’interno di questa cerchia.

Le manifestazioni sulla Palestina di queste ultime settimane, l’atteggiamento della compagine governativa, la rappresentazione mediatica che ne si è data, hanno fatto ripensare al lavoro di Stanley Cohen, come si proverà a spiegare. Nel caso italiano, però, bisogna anche aggiungere anche un altro elemento, quello della vigilanza democratica, intesa come antidoto alle provocazioni e alle demonizzazioni che vengono dai settori più vicini al governo dell’opinione pubblica.

Sul piano dell’amplificazione della devianza, l’operato di questo Governo è sotto gli occhi di tutti. Se da un lato, rispetto ai movimenti e alle forme di protesta più radicali ha raccolto il testimone dai settori cosiddetti legalitari del centrosinistra, dall’altro lato, in questi tre anni, vi ha impresso una formidabile accelerazione. Appena insediata, la compagine governativa attuale, ha presentato come suo biglietto da visita la norma anti-rave. Un provvedimento che, oltre a denotare l’ignoranza totale delle dinamiche di certi eventi di massa contemporanea, fa riecheggiare, come si è notato altre volte, i suoni sinistri dell’adunanza sediziosa di mussoliniana memoria. Il fatto che la gente si incontri, si raduni, comunichi senza il filtro dei media mainstream e degli apparati repressivi, viene letto come una manifestazione di pericolo, da reprimere e scoraggiare. Al decreto anti-rave ha fatto seguito il decreto sicurezza, che punisce l’attivismo politico in tutti i modi possibili. Si pensi alla cosiddetta norma anti-Gandhi, che criminalizza le proteste passive, i sit-in, i blocchi stradali. O a quella relativa alle occupazioni di case, con un aumento sensibile delle pene edittali.

Per il Governo in carica, riunirsi, manifestare, dissentire, costituiscono pratiche che rientrano nel novero della pericolosità sociale, in quanto minaccerebbero un presunto ordine armonico della società. Tanto che, come disse la premier, criticare i poliziotti è pericoloso. Il conflitto sociale, motore di ogni democrazia che voglia definirsi tale, rappresenta per il governo in carica una pratica criminale, da prevenire e reprimere. Siamo di fronte a una presa di posizione pericolosa, che, violando i diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, sortisce anche l’effetto di alienare dal dibattito pubblico larghi strati della cittadinanza, finendo anche per fare vacillare la legittimità delle istituzioni democratiche. Se gli spazi del dissenso si restringono, il rischio che alcune frange della società prendano in considerazione un agire caratterizzato da pratiche che, ancorché pericolose, sono anche sterili e inconsistenti, finisce per accrescersi. Non si tratta di giustificare o di legittimare chi brucia senza motivo i cassonetti o cerca il corpo a corpo con le forze di polizia a tutti i costi. Sono pratiche che non ci appartengono per cultura e per agire politico. Ma che rischiano di diffondersi qualora il dissenso venga stritolato nella morsa della logica binaria amico/nemico che il Governo sta portando convintamente avanti.

Quanto al panico morale, non si può constatare come questa scelta di chiusura (o meglio di soffocamento) della difformità politica e civile operata dal Governo, non possa che tracimare nella paura diffusa tra i settori dell’opinione pubblica più incerti. Non ci riferiamo soltanto a certa stampa pronta a mettere in prima pagina le notizie relative a scontri, tafferugli e atti di vandalismo, amplificati appositamente dai canali televisivi, dai social e dalle forze politiche che fanno proprio il binomio legge e ordine. Pensiamo al clima di tensione con cui la compagine governativa sta scandendo le manifestazioni di questi giorni per la Palestina. Non si erano mai viste, in Italia, le stazioni presidiate dalle forze dell’ordine in assetto anti-sommossa, presidi capillari dei cortei ed elicotteri dispiegati in modo ipertrofico. Siamo davanti a misure volte a comunicare che scendere in piazza costituisce un pericolo, e che i manifestanti sono dei potenziali sovversivi. Un clima simile, lo si era respirato nel luglio del 2001, a Genova, nel corso delle manifestazioni contro il G8, che ebbero il tragico sbocco nella morte del giovane Carlo Giuliani da parte di un carabiniere. Siamo posti di fronte a una modalità pericolosa di gestione della piazza, orientata alla ricerca dell’evento critico che fornisca il pretesto per un’azione repressiva più incisiva, che restringa per prima cosa le libertà costituzionali.

A partire da questo processo di costruzione del panico morale, si rende necessario spostarsi dal piano sociologico a quello politico, e affrontare il tema della vigilanza democratica. Il nostro Paese, purtroppo, denota una lunga tradizione di allergia degli apparati di Stato al conflitto sociale e alle piazze piene, che ne sono la manifestazione più diretta. Tocca constatare che è una triste consuetudine, il cui inizio possiamo far risalire al 12 dicembre 1969. La strage di piazza Fontana, che era stata preceduta da altri attentati e da una campagna di criminalizzazione del movimento operai-studenti, segnò un punto di non ritorno per la crescita dei movimenti sociali e politici alternativi. 32 anni dopo, il movimento no-global, che aveva dato segni di inaspettate vitalità e crescita, venne stroncato dalla repressione delle giornate di luglio del 2001, a Genova.

Rispetto al 1969 e al 2001, la situazione appare ancora più critica. Da una parte, manca la robustezza di quelle strutture organizzative che potrebbero essere in grado di aiutare ad attenuare, se non parare, i colpi di un eventuale tentativo di repressione radicale. Dall’altra parte, proprio la frammentazione e la mancanza di coordinamento che caratterizzano l’attuale movimento a favore della Palestina, potrebbero dare spazio a singoli o gruppi incapaci di canalizzare il loro risentimento in direzione di un agire politico articolato e incisivo. Nonché all’infiltrazione del movimento da parte di figure ambigue, che in nome di una radicalità presunta, in realtà lavorano per conto di chi vuole attuare e giustificare scelte repressive. Sono ancora presenti nella nostra memoria i neo-fascisti che recitavano la parte degli anarchici e i black block.

Dalla nostra parte, alla mancanza di organizzazione possiamo supplire con l’esperienza e con la consapevolezza del passato. Per attuare quella vigilanza democratica che permetta a questo movimento di crescere senza precipitare in oscure e torbide fughe in avanti. Per farlo, però, bisogna continuare a comunicare. Non si rimette in piedi da un giorno all’altro un partito di massa. Ma è possibile incontrarsi, confrontarsi, prefiggersi obiettivi comuni, elaborare forme condivise di gestione della piazza. Fino a spiazzare chi auspica o cerca di provocare esiti degeneranti. Possiamo farcela. 

Gli autori

Vincenzo Scalia

Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina ed Inghilterra. I suoi lavori sono pubblicati in italiano, inglese, spagnolo e turco.

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