Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina ed Inghilterra. I suoi lavori sono pubblicati in italiano, inglese, spagnolo e turco.
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50 anni fa il golpe argentino aprì una una stagione di repressione feroce e indiscriminata con esecuzioni extragiudiziali, sequestri, carcerazioni in luoghi sconosciuti, torture sistematiche, dispersione finanche dei cadaveri. Fu, insieme al precedente cileno, uno spartiacque politico ed etico, conseguenza di scelte economiche liberiste, le cui conseguenze si avvertono tuttora. Ben oltre l’America Latina.
34 anni fa a Palermo venne ucciso Salvo Lima. Fu il segno di un cambiamento profondo in Cosa Nostra e nel suo contesto. Con il crollo della Prima Repubblica erano diventati di colpo obsoleti i vecchi equilibri di potere. Anche quelli relativi ai rapporti tra mafia e politica. Rileggere quella storia può essere ancorautile per comprendere l’oggi.
40 anni fa, il 10 febbraio 1986, iniziava a Palermo il maxiprocesso a Cosa Nostra. Fu un fatto epocale in cui, per la convergenza di molti elementi, si accertò, anche in sede giudiziaria, l’esistenza della mafia e se ne condannarono molti esponenti di primo piano. Ma né allora né oggi se ne sono tratte le conseguenze necessarie. Forse sarebbe tempo di cominciare a farlo, anche tenendo conto dei cambiamenti intervenuti.
Alcuni recenti fatti di cronaca (da ultimo l’accoltellamento di uno studente all’interno di una scuola) pongono domande ineludibili: la violenza giovanile è un’anomalia italiana? e la crescita della repressione è una risposta utile? L’esperienza dice di no e mostra che il sicuritarismo fonda una società insicura, frammentata, dove la paura la fa da padrona e la violenza viene esaltata. Ma tant’è: a una parte della società conviene.
Quella del Venezuela è stata un’invasione che ha seguito un copione antico. Negli ultimi anni il controllo sul “giardino di casa” dell’America latina è stato realizzato dagli Usa soprattutto in modo indiretto. Ma, in Venezuela, ciò non ha dato i frutti sperati e così si è passati all’intervento militare, previa campagna di delegittimazione di Maduro.
Il “caso Garlasco” occupa ossessivamente televisioni e giornali. La ragione è semplice: i suoi protagonisti non sono sporchi e cattivi, ma appartengono alla media borghesia. Tutto, peraltro, è trasformato in uno show sgradevole, in cui il voyerismo sostituisce l’analisi delle prove e gli innocenti e i colpevoli vengono definiti in base all’audience.
L’insicurezza esiste ma le politiche sicuritarie della destra, fatte proprie anche dalla sinistra, non fanno che alimentarla. L’alternativa è il capovolgimento della cultura imperante, che guarda ai cittadini come individui isolati e impauriti, e l’adozione di interventi diretti a modificare le città e i rapporti sociali, definiti insieme ai loro destinatari. Le proposte e le esperienze non mancano, ma occorrono coraggio e lungimiranza.
Il Venezuela è nel mirino di Trump che minaccia un intervento armato. Il copione è collaudato e si avvale della costruzione di false prove per ingannare l’opinione pubblica. Questa volta l’affermazione è che il Venezuela è uno “Stato canaglia” che minaccia l’integrità fisica e morale della repubblica a stelle e strisce inondandola di droga. Difficile non riandare alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein…
Alle imponenti manifestazioni pro Palestina il Governo risponde amplificando gli episodi di violenza e alimentando il panico sociale. È un atteggiamento irresponsabile che innesca ribellismo e scontri tra dimostranti e polizia. Ad esso occorre opporre vigilanza democratica e confronto nel movimento sulle forme di gestione della piazza.
Lo Stato si sta trasformando a immagine e somiglianza della mafia? Non mancano indicazioni in tal senso. Ma il processo in atto è complesso e articolato. Più che di fronte alla privatizzazione dello Stato, o a un modello mafioso, ci troviamo di fronte a una sfera pubblica sovraccarica di comunicatori e comunicazioni che producono e diffondono discorsi posticci. È lì che dobbiamo intervenire.