Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina ed Inghilterra. I suoi lavori sono pubblicati in italiano, inglese, spagnolo e turco.
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Molti episodi drammatici incrinano pesantemente la fiducia di ampi strati sociali nei confronti della polizia. Ciò produce un circolo vizioso: da un lato, di radicalizzazione e di esplosioni di rabbia; dall’altro, di crescita abnorme della repressione nel (vano) tentativo di riacquistare consenso. Questa spirale perversa può essere disinnescata solo ripartendo da una cultura di polizia rispettosa dei diritti di tutti.
Dieci anni fa la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’UE, è stata un vero spartiacque nella politica europea. Essa è stata determinata da una crisi specifica della società e del sistema parlamentare inglese, ma anche da ragioni di carattere più generale. Due in particolare: i guasti sociali prodotti dalla centralità del mercato perseguita a testa bassa dal liberismo e i populismi reattivi coltivati spregiudicatamente dalla destra.
Pio La Torre, del cui omicidio ricorre oggi l’anniversario, viene considerato dai più una figura istituzionale vittima di una indifferenziata violenza mafiosa. In realtà La Torre era ben di più: era la cerniera tra i movimenti, le forze politiche e le istituzioni, protagonista di un’antimafia sociale capace di collegare il contrasto alla criminalità con la questione dello sviluppo economico e il pacifismo. Per questo fu ucciso.
50 anni fa il golpe argentino aprì una una stagione di repressione feroce e indiscriminata con esecuzioni extragiudiziali, sequestri, carcerazioni in luoghi sconosciuti, torture sistematiche, dispersione finanche dei cadaveri. Fu, insieme al precedente cileno, uno spartiacque politico ed etico, conseguenza di scelte economiche liberiste, le cui conseguenze si avvertono tuttora. Ben oltre l’America Latina.
34 anni fa a Palermo venne ucciso Salvo Lima. Fu il segno di un cambiamento profondo in Cosa Nostra e nel suo contesto. Con il crollo della Prima Repubblica erano diventati di colpo obsoleti i vecchi equilibri di potere. Anche quelli relativi ai rapporti tra mafia e politica. Rileggere quella storia può essere ancorautile per comprendere l’oggi.
40 anni fa, il 10 febbraio 1986, iniziava a Palermo il maxiprocesso a Cosa Nostra. Fu un fatto epocale in cui, per la convergenza di molti elementi, si accertò, anche in sede giudiziaria, l’esistenza della mafia e se ne condannarono molti esponenti di primo piano. Ma né allora né oggi se ne sono tratte le conseguenze necessarie. Forse sarebbe tempo di cominciare a farlo, anche tenendo conto dei cambiamenti intervenuti.
Alcuni recenti fatti di cronaca (da ultimo l’accoltellamento di uno studente all’interno di una scuola) pongono domande ineludibili: la violenza giovanile è un’anomalia italiana? e la crescita della repressione è una risposta utile? L’esperienza dice di no e mostra che il sicuritarismo fonda una società insicura, frammentata, dove la paura la fa da padrona e la violenza viene esaltata. Ma tant’è: a una parte della società conviene.
Quella del Venezuela è stata un’invasione che ha seguito un copione antico. Negli ultimi anni il controllo sul “giardino di casa” dell’America latina è stato realizzato dagli Usa soprattutto in modo indiretto. Ma, in Venezuela, ciò non ha dato i frutti sperati e così si è passati all’intervento militare, previa campagna di delegittimazione di Maduro.
Il “caso Garlasco” occupa ossessivamente televisioni e giornali. La ragione è semplice: i suoi protagonisti non sono sporchi e cattivi, ma appartengono alla media borghesia. Tutto, peraltro, è trasformato in uno show sgradevole, in cui il voyerismo sostituisce l’analisi delle prove e gli innocenti e i colpevoli vengono definiti in base all’audience.
L’insicurezza esiste ma le politiche sicuritarie della destra, fatte proprie anche dalla sinistra, non fanno che alimentarla. L’alternativa è il capovolgimento della cultura imperante, che guarda ai cittadini come individui isolati e impauriti, e l’adozione di interventi diretti a modificare le città e i rapporti sociali, definiti insieme ai loro destinatari. Le proposte e le esperienze non mancano, ma occorrono coraggio e lungimiranza.