Genova, la nostra storia

Ci sono eventi che segnano le vite delle donne, degli uomini e di un intero Paese. Per la mia generazione il riferimento naturale è la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Poco più di trent’anni dopo, i fatti di Genova del 19-22 luglio 2001 hanno di nuovo segnato un’epoca e le generazioni che la abitavano. Ripercorrere quegli eventi è necessario, non solo per ricordare ma anche per andare avanti.

L’informazione alla prova di Genova

Il G8 di Genova è stato per il nostro sistema dell’informazione un momento di svelamento. Sono venute a galla alcune delle sue tendenze più profonde: l’organicità ai poteri politici, la vicinanza alle forze di polizia, la diffidenza verso i movimenti sociali, la scarsa attitudine a mettere in discussione le scelte degli apparati. Ma, insieme, è emerso un giornalismo dal basso che ha aperto nuovi orizzonti per l’informazione.

La crisi non è solo politica e l’alternativa deve essere radicale

La crisi che stiamo vivendo non è solo della sinistra. È la crisi di un’intera forma di civiltà politica. Per questo l’alternativa non può limitarsi a cambiare il governo delle cose, ma deve interrogarsi sull’ordine che le produce e sulla possibilità di trasformarlo e tornare a praticare l’inchiesta sociale, a ricostruire legami nei territori, a produrre luoghi di elaborazione e di confronto, a connettere esperienze oggi disperse e frammentate.

Magistratura e conflitto sociale: la supplenza impossibile

Da decenni la giustizia penale viene caricata di una impropria funzione di supplenza a fronte della crisi della rappresentanza. Ma è un compito impossibile perché il diritto penale non è costruito per garantire il conflitto ma per governarlo. Per questo non si tratta di scegliere quale magistrato applaudire e quale criticare ma di ricostruire un’autonomia della politica e dei movimenti rispetto all’universo penale.

Gli sdraiati ci salveranno

Ma davvero i ragazzi e le ragazze sono disimpegnati e “sdraiati” e preferiscono il divano alla politica? I fatti, a guardarli bene, ci dicono di no. Certo, l’epoca delle forti appartenenze è finita con il Novecento e la storia dei partiti comunisti. Ma quel che i giovani disincantati rifiutano non è la politica bensì la rappresentanza. La vita politica oggi è personale oppure non è niente. E in essa fioriscono la resistenza e l’esodo.

Gli Uffizi ridotti a succursale di palazzo Chigi

Gli Uffizi hanno un nuovo Consiglio d’amministrazione, voluto da Alessandro Giuli, il “ministro per caso” (come ama presentarsi) più organico di ogni altro al Governo in carica. È un trionfo di incompetenza, subalternità alla politica e conflitto di interessi che trasforma la Galleria fiorentina in succursale di palazzo Chigi. Per questo ho rassegnato le dimissioni dal comitato scientifico. Restare significherebbe essere complici.

Sulla guerra, sul potere, sul nostro tempo. Intervista a Ida Dominijanni

“Il potere che ci sovrasta è inguardabile, minaccioso, eticamente ripugnante. Contrastarlo è difficile: bisogna cambiare lenti, rovesciare la prospettiva del racconto dominante, guardare la realtà dal punto di vista degli sconfitti. E e posizionarsi ai margini, sui confini, perché è lì, non dentro gli Stati, che si gioca il cambiamento. Solo dai confini, infatti, può, forse, essere reinventato un nuovo internazionalismo dal basso”.

Il Maggio musicale fiorentino e il senso dell’arte

Due opere del Maggio musicale fiorentino stanno provocando polemiche: “The Death of Klinghoffer” di John Adams, contestata per la sua proposizione mentre è in corso il genocidio del popolo palestinese, e “Macbeth” di Giuseppe Verdi, fischiato per la scelta del regista Mario Martone di inserire un riferimento a Gaza. Sullo sfondo c’è una domanda: l’arte deve essere politica e disposta davvero a sconvolgerci?

Chi ha vinto nel referendum?

Quella referendaria non è stata la vittoria dei partiti di opposizione. Certo essi hanno avuto un peso rilevante: ma il loro apporto è arrivato per ultimo, dopo quello, decisivo, dei magistrati, della società civile e del sindacato. Mentre la campagna referendaria ha segnato il riavvicinamento alla politica di settori che si erano fatti da parte delusi: i giovani, il Sud, le periferie. È un segnale da cogliere.

La guerra a pezzi di Trump contro la magistratura

Neli Stati Uniti è in corso un conflitto tra il progetto politico di un esecutivo forte e senza regole e un sistema giudiziario politicizzato e ambiguo (in parte strumento, in parte argine del progetto autoritario). È un classico delle democrazie attraversate da spinte illiberali. Ma negli Stati Uniti la frammentazione dei poteri lo rende più aspro. C’è da credere che la “guerra a pezzi” di Trump contro la magistratura sia solo all’inizio.