Una mensa popolare: l’incontro tra solidarietà e politica

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Cosa significa fare politica, oggi? Ce lo siamo chiesti nel marzo 2018 quando abbiamo iniziato la nostra avventura e lo abbiamo scritto nel preambolo del nostro statuto:

L’Associazione nasce dalla constatazione degli enormi cambiamenti prodotti dalla grande trasformazione di fine secolo, con la conseguente crisi economica e sociale, e dalla necessità di sperimentare risposte nuove e adeguate. L’aumento vertiginoso delle diseguaglianze, la rottura dei legami sociali e della solidarietà, la crescita della povertà e dell’indigenza, vissute troppo spesso in solitudine, l’imbarbarimento del comune sentire (con la sua coda velenosa di aggressività, disprezzo di sé e dell’altro, xenofobia e razzismo), sono gli effetti più evidenti. Così come l’indebolirsi delle forme di partecipazione e della rappresentanza, soprattutto per gli strati più fragili, e la sempre più evidente inefficacia degli strumenti tradizionali di difesa e di giustizia sociale, dal welfare alle forme di organizzazione politica e sociale (partiti e sindacati).

Volere la Luna significa proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi. E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici.

Coerentemente con questa impostazione abbiamo fin dall’inizio cercato un radicamento territoriale. E lo abbiamo trovato, a Torino, in un vecchio complesso edilizio, un tempo sede di una sezione del Pci, oggi di proprietà del Centro Studi Piero Gobetti, che ce lo ha concesso in locazione. La struttura, che abbiamo interamente ristrutturato con materiali ecocompatibili e dotato di pannelli solari, è composta da una palazzina, da un’ampia sala polifunzionale (in grado di ospitare 100 persone), da altri piccoli locali e da uno splendido pergolato. Essa è diventata, nel tempo, un riferimento per la città e per il quartiere con attività sociali, culturali e ludiche. Ci sono sportelli di consulenza gratuita legale, sanitaria e su casa, lavoro, pensioni e cittadinanza, una biblioteca, un’aula studio, mentre la sala polifunzionale ospita quasi quotidianamente incontri, presentazioni di libri, dibattiti, seminari e attività varie organizzati direttamente da noi e da diverse realtà del territorio (che vi possono accedere a titolo gratuito).

Ma fin dall’inizio della nostra avventura avevamo un’ambizione per dare effettività a quel solidarismo radicale indicato nel preambolo dello statuto. Un’ambizione dettata dall’analisi della realtà. A Torino, come nel resto d’Italia, la povertà cresce e investe i bisogni più elementari: secondo i dati del Comune, la spesa alimentare per famiglia è sensibilmente diminuita. E aumenta, insieme alla povertà, la solitudine: in città quasi il 40 per cento delle famiglie è costituito da un solo componente (nel 20 per cento dei casi ultrasessantenne). Sempre di più, poi, sono i senza tetto, giovani e vecchi, italiani e stranieri, donne e uomini: non c’è bisogno di dati, lo si tocca con mano facendo una semplice passeggiata sotto i portici di qualunque via del centro. La città risponde a intermittenza, con interventi del privato per lo più supportati dal Comune: ci sono alcune mense che forniscono il pranzo a chi si presenta, spesso facendo una lunga coda, e ci sono esperienze più piccole che accolgono un numero limitato di persone. In questo contesto, l’apertura di una mensa popolare è stata fin dall’inizio una nostra ambizione. Non un luogo di “assistenza” ma un luogo di solidarietà e di partecipazione, dove sia possibile consumare un pasto caldo e gradevole: insieme, chi è in grado di pagarlo (quanto può e vuole) e chi non lo è, e deve poterlo fare gratuitamente. E dove sia possibile anche fermarsi a fare quattro chiacchiere.

I progetti non sono sempre facili da realizzare. Gli ostacoli non mancano mai: strutturali, giuridici, economici. Ma, finalmente, ce l’abbiamo fatta. Non ancora come vorremmo, ma ci stiamo avvicinando gradualmente all’obiettivo. Abbiamo una cucina nuova, perfettamente attrezzata e a norma, un bravo cuoco regolarmente assunto e, per l’accoglienza e il servizio ai tavoli, più di trenta volontari (che hanno seguito un corso e conseguito l’apposito patentino il cui acronimo – HACCP – ricorda vagamente l’Unione Sovietica…). La previsione è di fornire, a pranzo, 30-40 pasti destinati prevalentemente a persone che già ne usufruivano saltuariamente a domicilio (in un progetto di “pasti sospesi” che abbiamo in corso da anni) o segnalate dai servizi sociali o da realtà e associazioni del territorio. La realizzazione di una mensa mista come vorremmo ci è al momento preclusa da ragioni giuridiche (legate al nostro statuto) ma prevediamo – per evitare etichettamenti e ghettizzazione – la possibilità di accesso a commensali aggiuntivi, in numero non superiore a 6-7 al giorno, che parteciperanno all’impresa con una donazione a piacere.

Dunque partiamo. Oggi, 12 gennaio. Procederemo per gradi: la prima settimana faremo noi da cavie per verificare come organizzare al meglio il servizio. Poi, da lunedì 19, la mensa sarà aperta e funzionante: inizialmente tre giorni la settimana ma con la prospettiva di arrivare rapidamente, non appena avremo misurato le nostre forze e l’accoglienza dell’iniziativa, a un’apertura continuativa.

Vi chiederete come si sosterrà economicamente l’impresa. Come sempre, con le quote dei nostri soci e con contributi e donazioni ad hoc che non sono mai mancate e che sono state talora estremamente consistenti (tanto da consentirci, appunto, la costruzione della cucina e del magazzino per la conservazione dei generi alimentari). Non abbiamo contributi pubblici: se ci saranno li accetteremo volentieri perché ci aiuteranno a migliorare il servizio, ma se non ci saranno ne faremo a meno… Avremo l’aiuto del Banco alimentare e di altre realtà cittadine che si occupano di recupero di cibo, anche fresco, nei mercati rionali e nei supermercati. Ma, soprattutto, cercheremo di coinvolgere altre organizzazioni che credono nel fatto che “fare politica” significa occuparsi dei bisogni delle persone e creare rapporti sociali diversi. Perché – lo ripetiamo – consideriamo questo esperimento il modo più genuino e autentico di “fare politica” (restituendo dignità a un’attività in cui sono sempre in meno a riconoscersi).

Il disegno della homepage e quello inserito nel testo sono di Carlo Minoli

 

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Volere la luna

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One Comment on “Una mensa popolare: l’incontro tra solidarietà e politica”

  1. Siete dei grandi vi seguo con interesse vi
    ho versato 40 euro per sostenervi grazie per quello che fate

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