Gli anniversari sono spesso rituali e inutilmente celebrativi. Non così quello dei 50 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini che, proprio come il personaggio, è stato sfaccettato, contraddittorio, divisivo, ma utile ad attivare confronti approfonditi sulle analisi e sulle provocazioni culturali e politiche di uno degli intellettuali più lucidi e innovativi della seconda metà del Novecento. Pasolini ha inevitabilmente provocato anche Volere la Luna che già gli ha dedicato alcuni articoli. Altri seguiranno nei prossimi giorni per confluire, infine, in una apposita TALPA. (la redazione)
È sempre un gesto difficile, quasi intimidito, quello di mettere penna su carta quando si tratta di Pasolini e non si è studiosi o critici della sua opera. Fosse anche per parlare di un lembo della sua produzione artistica e politica, si avverte subito un senso di inadeguatezza, una sproporzione tra la sua voce e la frase che si prova ad accostargli. Più facile aggirarlo che affrontarlo, citarlo di sponda mentre si scrive d’altro, approfittare del suo coraggio per colmare i balbettii della nostra polemica con l’esistente, usarlo come talismano. Farsi bastare, di tanto in tanto, la consolazione di evocare le sue intuizioni. Eppure, per me e per molti della mia generazione, quella nata poco prima della sua morte, entrare nel territorio di Pasolini significa tornare a uno dei punti di origine del proprio romanzo di formazione letteraria e politica. È un passaggio quasi obbligato per interrogarsi e guardare avanti, qualsiasi strada si sia intrapresa nella vita.
Uno dei primi traumi collettivi di cui ho il ricordo di essere stato contemporaneo è stato il dibattito attorno al poeta assassinato. Nell’oscillazione delle letture – vendetta nel giro della prostituzione omosessuale, delitto di matrice neofascista contro lo scrittore corsaro – quello che si imparava a capire è che avremmo sempre fatto i conti con un pendolo inevitabile tra la tentazione (a volte, la scorciatoia) di leggere la sua opera attraverso il velo di quella fine brutale e lo sforzo contrario di sottrarla allo scandalo pubblico del delitto, di restituirle un’autonomia fuori dalla storia. Per molti di coloro che sono nati negli anni Settanta, la postuma scoperta dell’eccedenza poliedrica di Pasolini, della sua irriducibilità a un’unica matrice o a una biografia conclusa, passa fatalmente dall’Idroscalo e dall’impellente necessità di scavare nell’opera dell’artista e dell’intellettuale per trovare le risposte adatte all’epoca nuova che quella morte sembrava di colpo aver spalancato. Il 2 novembre del 1975 è una sorta di simbolico varco d’ingresso in un altro tempo. La mutazione antropologica che Pasolini aveva preconizzato, smette di essere un avvertimento e comincia a concretizzarsi, plasmata dall’aggressività del consumismo capitalista che divora le coscienze oltre che i corpi, uniforma desideri e paesaggi, spegne l’urgenza interiore della rivolta. Il romanzo delle stragi prosegue e l’Italia si avvia lungo una spirale di violenza che genera la domanda di un ordine risanatore. Sarà garantito, pochi anni dopo, dal monopolio di una televisione divenuta grammatica di obbedienza intima, dal consumo e vendita del sesso come strumenti di dominio, dal mantra della “sicurezza” e, in ultimo, dal matrimonio, ricucito sotto il patrocinio delle destre, tra il neoliberismo estremo e la mano dura dell’autoritarismo.
Cosa racconterebbe, oggi, Pasolini? In fondo, è da questa domanda che nasce l’esigenza stringente di rovistare nelle sue visioni per provare a estrarne la linfa vitale, un po’ come fanno Ninetto e Totò mentre divorano il corvo dell’ideologia di Uccellacci e uccellini. Cosa c’è di dannatamente attuale nelle pagine del polemista che denunciava il nuovo fascismo delle merci, nelle immagini del poeta e regista che cercava nelle periferie quella vita invisibile sia al potere sia a tanti superficiali e indottrinati contestatori?
La risposta, a questo punto, si fa personale. Per quanto mi riguarda, sta in una postura dell’autore più che in un suo esito specifico, in un’attitudine filosofica che diffida delle teorie (letterarie e politiche) che mostrano solo superfici lucide, senza incrinature; sta in un metodo di conoscere, nel senso epistemologico del termine, che immerge l’occhio e il cuore dentro la vita e la accetta nella sua irredimibile e non pacificabile complessità. Pasolini, che scrivesse di politica o modellasse le traiettorie epiche delle sue creazioni, trattava le persone e i personaggi in modo autentico. Non sottraeva loro nulla, non limava le asperità per renderli funzionali a una lettura del mondo o a un’ideologia, nemmeno a quella marxista entro la quale si muoveva con convinzione e profondità di approcci variegati (gramsciani, anzitutto, come ricorda Paolo Desogus). Nei suoi sottoproletari convivono, senza addolcimenti, la grazia e la miseria, il rifiuto intransigente dell’esistente e la compassione.
Prendiamo Accattone. Da un sottoproletario romano raccontato da uno scrittore marxista ci si protrebbe aspettare almeno l’ombra, il tentativo di un percorso emancipativo, un barlume di aurora rivoluzionaria. Invece no. L’orizzonte che il protagonista chiede a Stella – quel principio di redenzione che si incarna nella donna innamorata – è “la strada giusta pe’ arrivà a un piatto de pasta e facioli”. Accattone sopravvive con i peggiori espedienti del patriarcato e si fa mantenere da una prostituta, mestiere al quale pretende di indirizzare anche Stella. Pensa per un attimo di riscattarsi, campare di un lavoro umiliante e alienato, ma è proprio in quel momento che cominciano ad arrivare le premonizioni della morte e, allora, torna all’espediente. Muore da complice di un furto, durante la fuga, alla guida di una motocicletta rubata. Riflessioni analoghe potrebbero essere per i ragazzi di vita protagonisti dei romanzi di Pasolini. Quell’intreccio indissolubile di desiderio e rovina, protesta e sopportazione, è il risultato artistico di una conoscenza profonda della realtà, di una visione che racconta senza sconti l’oppressione nella sua interezza e premette, all’insoddisfazione radicale del presente, il racconto del presente stesso: prende prima la vita, poi modella la politica.
Pasolini vede chiaramente che è quella materia umana contraddittoria a fornire lo specchio dell’intera condizione umana e che la non addomesticabilità degli ultimi può essere motore per un futuro non rassegnato a una società di servi contenti. Quello che gli accade intorno invece, e che denuncia negli scritti politici, è una “falsa rivoluzione” che muove in direzione opposta. Con la società dei consumi, al posto della “pasta e facioli” arrivano le lattine di zuppa Campbell, ai poveracci viene offerto l’odore della ricchezza nei centri commerciali. Oggi ancora di più: la moto di Accattone diventa il motorino o la bicicletta elettrica messi sotto il sedere dei nuovi sottoproletari per fare il rider, un lavoro compiutamente alienante, un furto di orari, desideri e possibilità di organizzare la vita.
Ecco, i personaggi di Pasolini, a prima vista, sembrano latitare ideologicamente, ma in realtà raccontano in maniera profonda una radicale alterità alla morale borghese e capitalistica. Una cosa simile, con altra cifra, nel cinema di Fellini: «Nei suoi film c’è sempre un gay, uno zingaro, uno straniero, una puttana, un altro lontano che attraversa “legittime proprietà” – reali e simboliche – della presunta normalità, i domini di qualcuno che può solo arrendersi alla presenza dell’alterità» (M. Bertozzi, L’Italia di Fellini. Immagini, paesaggi, forme di vita, Venezia, 2021, p. 109). I personaggi di Pasolini non portano bandiere e quella rossa, come noto, nelle loro mani torna a essere straccio. Esprimono, però, una radicale necessità di rivolta. In loro si depositano secoli di miseria e di desideri spezzati, ma anche di cultura materiale per reagire, di forme di vita che resistono all’omologazione, all’accettazione dell’esistente. Non sono figurine, marionette ideologiche, ma portatori di un sapere incarnato, di una verità che passa attraverso i corpi, la fame, le posture, le voci. Quella di Pasolini è una politica (e una poetica) dell’ascolto di ciò che abita in profondità gli ultimi, delle contraddizioni che nessuna ideologia, senza essere intrisa di vita, riesce a ricomporre. La frase finale di Accattone morente – “Ah, mò sto bene” – è la dichiarazione di una conciliazione che nella vita è impossibile (di qui, anche, la necessità della lotta di classe). L’ascolto di Pasolini non giudica, non corregge, non incasella. Proprio per questo diventa gesto artistico e politico radicale, che coglie appieno «l’anima di un parlante proletario, povero – dialettale» (P. P. Pasolini, Dialetto nella poesia e nel romanzo, La Fiera letteraria, IX, 47, 1956).
Non mi sembra che arte e politica mostrino, oggi, la minima attitudine a ripercorrere quella strada. Appaiono in gran parte avviate a un destino diverso, inseguendo mode e merci culturali, «possibilmente di sinistra, di una sinistra che non abbia più memoria delle pezze al culo, una sinistra di laureati senzo vero sapere, una sinistra di persone e individui tutto sommato soddisfatti del proprio conformismo». Sono le parole ispirate di Fulvio Abbate (Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi, Milano, 2011, p. 253), da mandare a memoria, che segnano anche il circolo vizioso (o vuoto) in cui si dibatte la sinistra.
Mettendo da parte per il momento la produzione artistica, il sentiero tracciato da Pasolini è quello che dovrebbe riprendere oggi la sinistra politica: mettere al centro l’esperienza concreta, la vita materiale, le forme dell’esistenza che sfuggono ai codici della comunicazione e ai riflessi del consenso. Non addomesticare la realtà dentro formulette magiche recitate per il sollievo della coscienza – che siano quelle contro il patriarcato o il lavoro precario –, ma scandagliarla fino in fondo. Non la “buona educazione degli oppressi”, per usare fuori contesto il titolo di un libro di Wolf Bukowski, ma la conoscenza e il rovesciamento dei meccanismi di oppressione. Solo così può riaprirsi uno spazio di senso, un luogo in cui la politica torni ad avere un compito, a incontrare le persone. È solo in questo modo che le persone potranno fare altrettanto, riscoprendo la partecipazione anziché, quando aprono i seggi la domenica mattina, rimanere a casa, voltarsi dall’altra parte e pensare a come poter arrivare alla “pasta e facioli” di mezzogiorno.

Grazie per aver messo a disposizione di tutti questi contenuti “condividendo saperi senza fondare poteri”. Grazie